Una MARCIA DEGLI ZAINI per Trieste

 

Viandanti a Trieste

Viandanti a Trieste

I veci che ‘speta la morte.
I la ‘speta a marina sui muci
tondi de corde;
ne le ombre d’i casoti,
cuciai par tera;
in tre, in quatro insieme.
Ma ziti.
Virgilio Giotti, I veci che ‘speta la morte

 

Una delle più dense, memorabili poesie del Novecento l’ha scritta Virgilio Giotti, all’anagrafe Virgilio Schönbeck. Si intitola I veci che speta la morte. Parla dei vecchi che attendono la morte, seduti sulle porte, sui muretti, con la pipa in bocca, davanti alle case, in strada, sulle seggiole, con le mani sulle ginocchia, accucciati per terra, zitti, fumando mozziconi raccolti da terra, seduti davanti ai caffè, buttati ovunque, soli e silenti, mentre intorno a loro i ragazzi giocano, schiamazzano, urlano i lavoratori del porto, bighellonano i perdigiorno, c’è caos, c’è vita intorno a loro, ma loro aspettano, non fanno, non producono, restano immobili, abitano la strada con il fumo e il silenzio.

Anche Saba si raffigura in strada, seduto a mezza via godendosi una birra amara, dentro a una città, Trieste, che pullula di osterie, di covi di baldracche, di ubriachi, di garzoni che s’involano con le carriole, fracasso e canto, marinai che piangono nelle taverne, città simile a un ragazzaccio aspro e vorace, con un’aria tormentosa, una città viva, viva soprattutto grazie alle figure che la animano:

Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;

I due migliori poeti che Trieste abbia avuto hanno celebrato la vita in strada. L’anima popolare della città, quella delle betole, delle osterie, degli scaricatori di porto, del negron parlato dagli umili, del vino onnipresente, chiamato “lubrificante”, “paitz”, “vernise”, “patita”, “garganella”, “balsamo” e così via, cuore pulsante di tutte le canzoni che ci siamo tramandati per decenni sulle panche di un’osmiza. Abbiamo invocato il vino come un dio, abbiamo cantato di ubriachi che dormivano in strada perché non trovavano le chiavi del portone, abbiamo glorificato l’allegria e abbiamo sempre nelle orecchie el can de Trieste di Luttazzi, el can nato in un’osteria, che solo davanti a un fiasco de vin el fa le feste. E delle scorribande notturne di Joyce vogliamo parlare?

Insomma, cari amministratori di Trieste, io credo che voi conosciate assai male la storia di questa città. Oppure la conoscete e agite in malafede. Quale delle due? Volete multare chi si siede, si sdraia o bivacca in strada, in piazza, sui marciapiedi, sulle panchine, chi beve o fuma nei giardini pubblici, chi addirittura dà del denaro ai mendicanti. E tutto questo in nome di un supposto decoro dell’ambiente urbano. Fate tali affermazioni lasciando intendere che si debba tornare indietro, ad un imprecisato tempo in cui la città era prospera. Ma è proprio qui che sbagliate: Trieste è stata prospera quando regnava il disordine, quando ci vivevano almeno cinquantamila persone più di oggi, le vie erano un turbinio di genti e lingue, la città intera era un bivacco a cielo aperto, un vero e proprio casino.

Avete in mente una città-cartolina, finta, algida, asettica, con alberi di Natale da vedere ma non da toccare, con i poveri e gli ultimi cacciati via affinché non siano visti dai turisti. Un po’ come i quartieri residenziali che in Sud America, in Africa e in Asia vengono recintati e vigilati da guardie private affinché gli abitanti delle baraccopoli non possano entrare. Che me ne faccio di una città se non posso viverla con tutto il mio corpo, se non posso osservarla dallo spazio dolce di un muretto, se non posso bighellonare gettando occhiate ai suoi cornicioni e ai suoi vicoli, se non posso prendere il sole gettato a terra, mangiare un panino o bere una birra guardando il mare? Voi ci volete soltanto come consumatori, ci volete vedere sulle panchine in lego dei centri commerciali, intenti a pensare il prossimo inutile acquisto, ci volete alcolisti ma solo dentro i bar, non fuori, ci volete tabagisti dentro la solitudine delle nostre case, ci volete soli, molto soli, inebetiti, ci volete chiusi in casa, ci volete zombie. A voi non frega niente di noi.

Voi evidentemente non sapete che a Trieste per secoli sono transitati pellegrini, quelli sporchi, quelli che avevano fatto testamento prima di partire e non avevano nulla da perdere, che avevano poco e proprio per questo facevano l’elemosina. A piedi sono passati mercanti, pastori, contrabbandieri, briganti, venditori ambulanti, donne del latte e delle uova, venditori di salsicce, ciarlatani, musicisti, artisti, abitanti della strada di ogni sorta. Per lo più poveri, spesso bestemmiatori – studiate la storia della chiesa di Santa Maria in Siaris, in Val Rosandra – e avvinazzati. Erano tutti viandanti. Abitavano la strada. Davano vita e vigore alle nostre terre.

Ecco perché non si può permettervi di portare avanti questo progetto. Non si tratta di ribellarsi a delle multe. In gioco c’è la storia di questa città di confine, di ciò che un tempo è stato un fantastico bordello a cielo aperto. Laico, multiculturale, plurilinguistico, tollerante. Per questo lancio una piccola proposta a tutti coloro che non la pensano come voi: una MARCIA DEGLI ZAINI. Marcia forse non è la parola giusta, ma in fondo ci sono degli esempi illustri, dalla Marcia del sale a quella per la pace. Prendiamo ciascuno uno zaino e indossiamolo, facciamoci viandanti e attraversiamo la città, sedendoci per terra o sulle panchine per riposare, per mangiare, bere, per incrociare sguardi senza fiatare, per non fare nulla. I viandanti sono creature di pace, abitano la strada senza esserne i padroni. Non sporcano, non lasciano tracce.

Una MARCIA DEGLI ZAINI senza bandiere, senza colori politici. La potremmo fare il 21 dicembre, il giorno che convenzionalmente chiamiamo solstizio d’inverno, il giorno più corto – come un passo – e allo stesso tempo preludio di giornate lunghe – quanto le vie che dobbiamo percorrere. Io sarò con il mio zaino in Largo Barriera, rione popolare, alle 6 del pomeriggio. Se altri vorranno ci troveremo lì e inizieremo a camminare assieme verso il mare. Se non verrà nessuno mi incamminerò da solo. Non ci sarà bisogno di gridare slogan. Saranno i piedi a parlare.

La strada è di tutti.

Luigi Nacci

Pubblicato in footprints | Contrassegnato , , , , , , , , , , | 2 commenti

Il cammino: verso un altro tempo

Viandante nelle foreste slovene. Foto di Pierangelo Brunelli

Viandante nelle foreste slovene. Foto di Pierangelo Brunelli

Camminare – nell’infinito di queste cose viventi – immerse le mani nel forziere rigurgitante.
Bussando alle porte del cielo nudo e sciacquato camminare nella diffusa luce scottante.
Piero Jahier, Canto del Camminatore

Quando ci si mette in cammino, scrive Frédéric Gros, fin dal primo passo le notizie perdono rilevanza. Perdono peso i casi di cronaca, precipitano fuori dallo spazio della prima pagina, si oscurano le news h24, non ci facciamo più ammaliare da chi ci chiede con insistenza «la sapete l’ultima?». Ci troviamo, dice, d’innanzi a ciò che «assolutamente dura». Lì, in quel quotidiano, la parola effimera, qui, nel quotidiano del cammino, la montagna che ci porge il silenzio del proprio tempo geologico.

«Quando io cammino, cammina un bisonte» scrive Werner Herzog, «quando mi fermo, si riposa una montagna». Herzog percorre la sua strada di ghiaccio con la fragilità di chi accorre al capezzale di un’amica malata e con la possanza dello sciamano e del combattente, sa che i suoi passi sono progetti scagliati in un tempo vasto, che la sua marcia può traslare i destini, rifare il mondo. Mentre si muove è un grosso animale, la sua mole è imponente, eppure nulla se comparata alla stazza della montagna. Anch’egli si disinteressa degli accadimenti mondani. Più li scansa, più se li lascia alle spalle, più acquisisce tempo, si rinforza, è uno tsunami.

Henry David Thoreau ci indica due tempi: quello luminoso del bambino che «ricomincia la storia del mondo» stando all’aria aperta, e quello dell’uomo che, davanti alla sciagura estrema, alla catastrofe, con i nemici alle porte, è pronto ad abbandonare la casa «a mani vuote senz’ansia». Chi sceglie la foresta li ha entrambi dentro di sé: il tempo della creazione e dell’addio. Fare e disfare tutto, rifarsi e ridisfarsi. Ciò è possibile se ha abbandonato il desiderio di comprare e consumare, se riesce a farsi bastare i suoi piedi nudi. Per entrare nel tempo dell’inizio e della fine dobbiamo essere leggeri il più possibile.

Per essere leggeri non è sufficiente liberarsi delle cose. Ci si deve affrancare dai tempi fibrillanti della quotidianità, quelli dell’ultimo lancio di agenzia, dell’agenda debordante, delle telefonate fatte per occupare le attese alla fermata, delle mail a cui rispondere a mezzanotte. Ci si dovrebbe dirigere verso quello stato di biancore a cui accenna David Le Breton: un’assenza temporanea, un congedo da sé, il “fare il morto”, perdersi in un oblio che sia la risposta alla sensazione di essere saturi. “Fare il morto” mentre attorno a noi tutti si impegnano a “fare i vivi”, l’opposto del dover essere sempre forzatamente presenti a se stessi, in un tempo irreggimentato, militarizzato.  Mentre cammino ciò accade naturalmente, senza cercarlo. La mia testa si svuota nella fatica della pendenza e nella apparente monotonia del piano, si avvia senza che io voglia verso uno stato di biancore. Cammino ed è come stare a galla in mare, a qualche decina di metri dalla battigia, non penso, il sole mi inebria, eppure in questo “fare il morto”, in questo “tempo morto” percepisco la potenza dello stare in vita.

Il cammino non ha che fare con la lentezza. Il fatto che io mi sposti a 3, 4, o 6 km/h non incide sulla mia esperienza. Sono la mancanza di impeto agonistico, l’assenza di una pianificazione, il disinteresse per le cose futili del quotidiano a situarmi in un altro tempo. Sono lento se mi si compara ad un aeroplano, ma sono più rapido di un bradipo o di una lumaca. Cammino in ciò che assolutamente dura, mi nutro di quella durata: entrano in me i milioni di anni della cordigliera che sto attraversando o i secoli della quercia sotto la quale riposo. La fatica mi schianta senza abbattermi, dopo ore di passi ripetuti la mia testa è svuotata, è una cassa di risonanza, ed è in quel momento che un pensiero può nascere e amplificarsi. Posso partorire un pensiero inaudito. Posso farlo pur essendo un morto che cammina, un corpo che galleggia sulla strada.

Quel pensiero ha a che fare con la mia vita ridotta all’osso. Sicuramente non riguarderà il mio conto in banca, perché quello, assieme agli altri filamenti di burocrazia e di incombenze sono rimasti al di là dell’uscio, insieme alla casa che ho abbandonato. Se l’ho lasciata come i pellegrini di un tempo, dopo aver fatto testamento, sono partito da uomo libero. Verso dove? «La meta del viaggio sono gli uomini», scrive giustamente Claudio Magris. Non andiamo in Spagna o in Inghilterra, ma fra gli spagnoli e gli inglesi. Herzog va dall’amica Lotte Eisner. Vado verso gli uomini, e se ci vado a piedi, cioè nel viaggio all’ennesima potenza, vado dentro gli uomini. I nostri discorsi, quando ci incontriamo nei dintorni di una curva, ai margini di una panchina o al libro di vetta di una montagna sono costituiti da poche parole. Le abbiamo pensate mentre la testa si svuotava. Sono parole toste, il risultato di uno scavo, di un movimento azzardato dall’interno verso l’esterno, sono parole da cui non si fa ritorno. Dolore, gioia, liberazione, cambiamento, svolta. A volte pronunciamo con riservatezza e pudore la parola “rivoluzione”. Per dirla impieghiamo gran parte del tempo che i sassi e gli alberi monumentali ci hanno trasmesso.

Accade sempre, ogni volta che faccio lo zaino e parto? No. Camminare di per sé non è che un’attività motoria. Ecco perché chi ha provato a galleggiare nel biancore, sulla strada, in un tempo indefinibile scandito soltanto da respiri e parole centellinate, di fronte ai cartelli che indicano i km o le ore per il rifugio o il monastero o qualsiasi località non può che sorridere. «Quanto manca?» chiedono alcuni compagni di viaggio, «è lontano?», insistono. Lontano da dove? Dove sei diretto, all’ostello? Ma la meta del cammino non è da sempre il cammino stesso? E allora bisognerebbe lasciarli in bianco i cartelli, o farli grandi, enormi, delle lavagne sulle quali ciascun viandante possa scrivere ciò che prova in quel momento: «quanta melanconia ancora?», «quanto futuro c’è in fondo alla valle?», «quante parole mi assilleranno da qua al mare?».

E poi, chi l’ha detto che si debba avere i piedi e le gambe per essere in cammino? E se sono provvisto di arti, chi ve lo dice che siano scattanti? E se pure li ho tonici, reattivi, chi vi dice che non sia assalito da una tristezza allarmante, che i miei calcagni non si siano d’un tratto incupiti, che abbiano deciso di non toccare più terra? Quante volte abbiamo irriso i tempi di percorrenza dei sentieri? Esagerati in eccesso o difetto, ci hanno fatto sentire degli incapaci o ci hanno gonfiato d’orgoglio. Competizione, ancora una volta, punto e a capo. Mentre io vorrei galleggiare e svuotarmi, non misurare, non misurarmi. Non vorrei affermare di essere lento. Non ho rivendicazioni. Assumere in sé il tempo del fiume, andare verso gli uomini, fare il bianco, pensare qualche parola, farne dono, fare il morto, essere vivi.

Luigi Nacci

(pubblicato su “Doppiozero” il 6 novembre 2016)

https://www.amazon.it/Viandanza-cammino-come-educazione-sentimentale/dp/8858123417

 

Pubblicato in footprints | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | 1 commento

In cammino per dimenticarsi di sé

zaino senza volontà


L’ubriaco si lascia alle spalle le case stupite.
Mica tutti alla luce del sole si azzardano
a passare ubriachi. Traversa tranquillo la strada,
e potrebbe infilarsi nei muri, ché i muri ci stanno.
Cesare Pavese, Indisciplina

Questi versi di Pavese – il più grande poeta italiano del ‘900, o perlomeno il poeta che ogni viandante dovrebbe portarsi nello zaino – ci dicono, se non tutto, moltissimo sulle ragioni che spingono a intraprendere il cammino. Il cammino, si badi bene, e non l’atto del camminare. Il viaggio all’ennesima potenza, l’esperienza che tutto travolge e dalla quale non si farà ritorno a casa. Cioè: si farà ritorno, ma totalmente cambiati, al punto da potersi dire perduti a se stessi, perdenti, nel senso di creature che attimo dopo attimo non accrescono la superficie dello spazio che occupano, non aumentano il volume del proprio potere, ma al contrario perdono, continuano a perdere, un’emorragia che non si può tamponare. Perdono possibilità, perdono prospettive, perdono cose, perdono pezzi, si perdono. Scrive Elizabeth Bishop, in Un’arte: “Ho perso due belle città. E tutto il resto, / i miei regni, due fiumi e un continente. / Mi mancano, certo, ma non è un disastro”.

Mi trovo in grande, mastodontico imbarazzo quando, invitato a parlare dei libri che ho scritto, vengo spronato a parlare dei benefici del camminare. E non sono rare le volte in cui, al mio timido inizialmente, poi convulso tentativo di virare altrove, vengo ripreso, ricondotto su una strada che non mi appartiene. Non scherzo quando dico che “del camminare non mi importa nulla”. Né quando dico, sorridendo, che è meglio lasciare stare, non provarci nemmeno a mettersi in cammino, che è più salutare gettare la spugna, perché è dura, si rischia, si starà male. Dal cammino non si fa ritorno. Un po’ come quando, ad un ragazzo più giovane di te, tu con la sigaretta in mano e lui anche, gli dici “non fumare”. Lo vuoi salvare dalla cattiva strada in cui ti sei messo.

Scrive David Le Breton, in un libro intitolato Fuggire da sé, che nella nostra società, in cui dobbiamo essere flessibili, veloci, concorrenziali, rapidi nel ribattere, performativi, capaci di rigenerarci di continuo, sempre all’altezza, a tutti noi capita di reagire esiliandoci temporaneamente da noi stessi, scomparendo, divenendo non presenti a se stessi. Come quando guidiamo la macchina e pensiamo ad altro, o giochiamo a un videogioco in uno stato di trance, o facciamo un gesto ripetitivo, sul lavoro, a casa, che prevede la presenza di una sola parte di noi. Esserci senza esserci. Come quando qualcuno che ti sta parlando ti chiede, ad un certo punto: “ma ci sei?”. Ecco, dove eravamo? Dove siamo andati in quel lasso di tempo in cui il nostro corpo era ancora lì, di fronte al nostro interlocutore? Dice, Le Breton, che quel territorio intermedio in cui ci situiamo lo abitiamo facendo il morto. “Faccio il morto” diciamo al mare, così da non spaventare chi ci vigilerà dalla battigia. Ci sono, non sto affogando, sono soltanto temporaneamente morto. A chi non è capitato?

Per me il cammino è anche questo. È barcollare, più che camminare, presenti a se stessi solo in parte, fuggire da sé, da una vita che ci vuole sull’attenti, in forma, sicuri, proiettati in una direzione certa. Il cammino è la traiettoria sbilenca dell’ubriaco che beve per dimenticare il suo futuro, si sposta senza intenzione, senza l’intromissione pesante e pedante del proprio io, passo dopo passo costruisce un progetto senza saperlo, si dirige a una meta senza saperlo, vive senza saperlo, un po’ qua un po’ da un’altra parte, un po’ sulle sue gambe un po’ sulle foglie, abbarbicato ai tronchi, sotto i sassi. Il cammino è questo incedere impotente, un farsi tramonto con il tramonto ma senza desiderarlo, un essere vivo senza averlo pronosticato. Una parte di me cammina, l’altra latita in qualche dolina, rotola nel fieno, o chissà. Il cammino come dimenticanza di sé.

È vero, per arrivare a questa condizione c’è bisogno di camminare, camminare molto, stancarsi, ma non si tratta di una fatica organizzata. Non si contano le calorie, non si contano i chilometri e i dislivelli, non ha importanza la velocità. Si cammina per entrare in quella dimenticanza, come prendere una rincorsa verso un trampolino. Va fatto da soli. In due, in tre, in gruppo, non è possibile. Quello è un altro cammino, è un ricordare, un mettere insieme, un movimento centripeto che raccoglie i pezzi, è bellissimo ma è un’altra cosa. Quando decido di mettermi in cammino da solo, il mio primo pensiero è: “devo sbarazzarmi di me”. Devo smetterla di avere a che fare con me. Poi sarà la fatica a farmi dimenticare quel proposito, a svuotarmi la testa, riempirla di bianco.

L’ubriaco potrebbe infilarsi nei muri, dice Pavese, perché i muri ci stanno. E ci stanno perché chi sta arrivando è l’ubriaco, lo sciancato, il perdente. Per entrare nei muri c’è bisogno di avere fatto a pezzi il proprio io massiccio, bisogna essersi fatti fluidi, gelatinosi, una materia senza forma e senza volontà, essersi sfatti. Entrare nei muri, vagarci dentro, assumere ogni forma, ogni destino, uscire dai muri, attraversare lo spazio invisibili. E poi, come tornare indietro? Come fare a ritrovare le chiavi di casa? Come rovistare nelle tasche per trovarle? Le mani che useremo sono ancora mani? La casa in cui entreremo è ancora una casa? La vita di cui entreremo di nuovo in possesso è la stessa vita? La possederemo o ne saremo posseduti? Se dal cammino non si fa ritorno che in minima parte, quella parte che non torna dove si trova? Si riparte per andare a cercarla? O per perdersi definitivamente?

Pubblicato in footprints | Contrassegnato , , , , , , , , , , | 1 commento

Viandanza: l’opposto dello spam

Finisterre, Galizia: bordone + fine del mondo

Finisterre, Galizia: bordone + fine del mondo


«ed ecco che mi rendo conto che la parola “spam” non è che la parola
maps scritta al contrario, e che le mappe sono l’esatto opposto dello spam: non ci impongono la loro presenza non richiesta, bensì sono loro che ci chiamano a sé».

Simon Garfield, Sulle mappe. Il mondo come lo disegniamo, Ponte alle Grazie, 2016

*

Neologismo e titolo stupendi la viandanza. Ma come spiegarla?

La viandanza è un’utopia verso la quale tendere. E prima ancora una parola solare, calda, allegra, eufonica, che prende dimora giubilante sulle nostre lingue. Ci fa pensare ad una strada tortuosa, dalle curve danzanti, e al contempo alla danza dei piedi che può essere la via da intraprendere. Non basta camminare per mettersi sulla strada della viandanza, né è sufficiente stare in cammino. Si può infatti camminare per recare benefici alla propria salute, guardando un cronometro. E si può fare un cammino per svagarsi e allontanare temporaneamente lo stress. Sulla strada della viandanza non c’è agonismo e non si sta temporaneamente: da quella direttrice non si fa ritorno, perlomeno non del tutto. È un’esperienza rivoluzionaria, radicale, che ribalta ogni aspetto delle nostre vite. Non è una vacanza, non ha a che fare con lo sport.

“Dalle soste non sempre si esce, a volte vi si rimane prigionieri…”. Su questa sua frase mi sono soffermato a lungo. Le chiedo: quando e come ci si accorge di rimanere prigionieri e come si fa a uscirne?

A tutti noi capitano periodi in cui abbiamo la sensazione di essere, come dire, impaludati, stantii. Un buon esercizio può essere quello di rappresentare graficamente su un foglio la propria condizione: si tira una linea, che corrisponde alla nostra vita, e ci si situa. Se godessi di buona salute, quanti anni potrebbero restarmi? Poi si tira una linea parallela, immaginando di porre in fondo a destra le speranze e i sogni covati fin dalla gioventù. A che punto della linea mi trovo rispetto ad essi? Sono molto distante? È un esercizietto senza pretese che tutti possiamo fare periodicamente. Se mi trovo in posizioni simili nelle due linee non sono prigioniero delle soste. In caso contrario devo fare qualcosa. Mettersi in cammino può essere una delle possibilità di uscita.

Ma, secondo lei, si può andare, camminare, viaggiare anche stando fermi?

C’è stato un tempo in cui i pellegrinaggi si ricostruivano in un chiostro. C’è il Viaggio intorno alla mia stanza di Xavier de Maistre e con lui gli scrittori che hanno fantasticato geografie da fermi. Ci sono le vite dei primi eremiti cristiani, in bilico sulla sommità di colonne o nelle grotte, che hanno condotto autentici cammini di conoscenza senza muovere un piede. Per mettersi sulla strada della viandanza, cioè del miglioramento come esseri umani, cioè della saggezza, non si ha bisogno di forti gambe. A contare sono lo slancio verso la vita, verso gli elementi animati e inanimati, il grado di apertura ai giorni che si dispiegano di fronte a noi, la consapevolezza che tutto ciò che non è donato è perso, le porte spalancate, la condivisione, la semplicità, l’andare verso l’humus, l’umiltà…

Nella cartella dei ricordi che popolano la sua memoria, qual è il viaggio che sovrasta tutti gli altri perché emblematico?

Quell’estate in cui, arrivato dopo settimane alla finis terrae d’Europa, in Galizia, capii che vi ero giunto con arroganza. Credevo, dopo avere camminato verso Santiago molte volte, di essere sceso in profondità nel cammino, di essere sulla strada giusta, di poterla intravvedere questa fantomatica viandanza, invece non avevo fatto altro che giudicare chi mi stava accanto: “quello non è un vero pellegrino” è un pensiero sbagliato e pericoloso. Non esistono veri e falsi pellegrini, veri e falsi viandanti, veri e falsi uomini… così, con tutta mia la pesante prosopopea imboccai la strada verso casa, in compagnia della mia ombra. A capo chino. Sulla via del ritorno domina lo spaesamento. In quella condizione ci sono dei frutti.

Nella tipologia di viaggi della contemporaneità, che posto hanno i viaggi intesi appunto come educazione sentimentale, percorso di rinnovamento?

Dipende tutto da noi. Un vecchio adagio dice che si parte per ritrovarsi e alla fine del viaggio si trova qualcuno che non si conosce. Ciò accade se siamo disposti a rinunciare alle comodità, alle prenotazioni, insomma, al controllo totale. Se vado a fare una vacanza organizzata sono relativamente tranquillo. Se parto per un cammino in cui l’unica cosa certa è il mio zaino, la notte prima di partire è la paura a tenermi sveglio. È un sentimento imprescindibile. Sparirà dopo i primi passi per lasciare spazio a sorpresa, gioia, melanconia, allegria, nostalgia e molti altri stati d’animo che segneranno le tappe della mia trasformazione. Prove su prove, come in un viaggio di iniziazione.

Qual è il sentimento più lacerante: una partenza o un arrivo? E come ha  conciliato nella sua vita le due istanze?

Come dicevo, la partenza è preceduta dalla paura. Può rasentare il terrore e bloccarci, farci rimandare il viaggio, ma il più delle volte troviamo la forza e l’incoscienza di buttarci, magari spinti dai consigli di un mentore, sia esso un amico o un libro. È l’arrivo lo scoglio contro il quale possiamo naufragare: come tornare a vivere gli spazi della nostra casa, dell’ufficio, le geometrie delle relazioni di parentela, di amicizia e dell’amore? Se noi siamo cambiati anche quelle forme non sono più le stesse. I problemi iniziano lì: nella difficoltà di adattarsi alle strutture della vecchia vita.

E allora cominciano le domande.

La prima è proprio quella che lei ha fatto a me: come conciliare l’uomo sedentario e quello nomade che dimorano in noi? È una domanda difficilissima che mi faccio da anni ogni giorno. Batte come una goccia cinese sulla fronte, scavandola. È una domanda dura, martellante, però buona, che mi vuole bene, che vuole veramente il nostro bene. Se ho scritto questo libro, Viandanza, è anche per tentare di abbozzare, per quanto precaria e imprecisa possa essere, una risposta.

*

(le domande mi sono state rivolte da Gino Dato; l’intervista – “Viandanti” siamo anche restando fermi – è stata pubblicata sulla Gazzetta del Mezzogiorno l’11 luglio 2016)

Pubblicato in footprints, literature news, VIANDANZA. Il libro | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Il Cammino per Venezia: a piedi da Trieste in una settimana

La partenza da Trieste: castello di Miramare

La partenza da Trieste: castello di Miramare

Chiedere a un viandante quale cammino si agiti nei suoi ricordi è come chiedere ad una madre quale figlio ami di più. Il viandante è William Wordsworth che esclama, all’inizio del suo Preludio, «non mancherò la strada. Finalmente respiro!», la creatura ai cui sensi la terra si presenta in tutta la sua vastità, la strada nella sua apertura e gli uomini nella loro capacità di proiettarsi in avanti. Anch’io, nel mio piccolo, cerco di amare in egual misura ogni sentiero, curva, bivio nel quale mi attarderò, ma non posso negare che a scuotere con maggior vigoria la memoria sia il cammino cominciato dalla porta di casa, quello che ti fa sentire un pellegrino antico che si mette in marcia dopo avere fatto testamento ed avere preso commiato dai suoi cari.

La prima volta che sono andato a Venezia a piedi da Trieste avevo ancora lo zaino ricoperto dal pulviscolo del Cammino di Santiago e della Via Francigena. Sono stati proprio quegli intricati fasci di sentieri collegati tra loro a suggerirmi che avrei dovuto essere pellegrino a casa mia – in senso lato, come lo intendeva Dante: chiunque abbandoni la propria terra. Ho iniziato a documentarmi sulle vie che attraversavano il Triveneto, in particolare il Friuli Venezia Giulia, scoprendo un mondo: migliaia di pellegrini per vocazione, penitenza o ex voto avevano camminato fin dal Medioevo su ciò che restava del sistema viario romano, strade come la Via Postumia, l’Annia, la Iulia Emona, la Gemina, la Julia Augusta, la Claudia Augusta e la Crescentia. Scendevano dall’Europa centrale e dall’est, diretti a Santiago e Roma oppure, venendo da ovest, a Gerusalemme. Accanto ad essi cavalieri, soldati, mercanti, contrabbandieri, pastori, chierici vaganti e molte altre forme di abitanti della viandanza che transitavano, in larga parte, per Venezia. Da lì infatti era possibile ogni ripartenza, via terra o via mare. Così ha preso a formarsi nella testa la Venezia del futuro: un’isola popolata da donne e uomini con gli zaini, sporchi di salsedine, sudore e una discreta quantità di sogni covati ad occhi aperti.

Fiumi, rii, canali, argini, rogge...

Fiumi, rii, canali, argini, rogge…

Negli anni, camminando da solo oppure con gli amici della Compagnia dei Cammini e del Movimento Lento, ho continuato a covare questa sorta di “fantasticheria lagunare” e ho avuto la fortuna di incontrare altri sognatori diurni con cui farla crescere, viandanti che di lì a poco si sarebbero chiamati Rolling Claps. Siamo partiti con allegria e laicamente da Tarvisio, Monte Croce Carnico, Cividale del Friuli, San Tomaso di Majano, Erto, Ravenna, ma è stata indubbiamente la partenza da Trieste, dall’uscio di casa, l’esperienza per me più memorabile.

Immagina, caro lettore, di lasciarti alle spalle in una giornata di bora una città dalla scontrosa grazia che ha le fattezze, per dirla con Umberto Saba, di «un ragazzaccio aspro e vorace». Cammini sul costone carsico, mettendo un piede dopo l’altro su aguzze e bianchissime rocce, tra pini neri che ti ricordano le intelligenti politiche forestali dell’impero austro-ungarico e lo scotano che in autunno fiammeggia incandescente, ti fai soldato nelle trincee della Grande Guerra e metti gli alluci a mollo nel mitico Timavo, il fiume misterioso, citato anche da Virgilio, che scorre per decine di chilometri sotto terra.

L'Isonzo

L’Isonzo

Poi un brivido ti percorre superando l’Isonzo che ti leviga, scrive Ungaretti, «come un suo sasso», e d’un tratto il Carso è finito per fare spazio alla pianura friulana e alle sue risorgive: fiumi, rii, canali, rogge, argini, campi e ancora placidi campi a perdita d’occhio nei quali spiccano paesi e frazioni dove si viene accolti da una lingua dura e generosa, il friulano. Con ancora negli occhi le tessere luminescenti dei mosaici di Aquileia ti ritrovi su strade bianche che non conoscono curve, come quelle accanto al Bosco Bando e Baredi, lembi dell’antica foresta planiziale ormai scomparsa, o la via della Commenda, tesa come una corda da Precenicco a Latisana, che rimanda ai rettilinei delle mesetas iberiche. Una volta raggiunta Concordia Sagittaria, luogo in cui un tempo confluivano molte delle principali vie, hai già le gambe allenate per lo strappo finale: casoni, aironi, germani, garzette, il ponte di barche sul Piave a Cortellazzo e tanta sabbia con gli scarponi in mano fino a Punta Sabbioni, dove puoi imbarcarti per piazza San Marco.

Quando arrivi a Venezia da viandante, Venezia è tua. All’inizio, è vero, gli sciami di turisti ti infastidiscono, eviti Rialto, ma se chiudi gli occhi puoi sentirti come l’orbo dei versi di Ernesto Calzavara, che non sente fame né sete e gode nel sentire i passi degli altri, «quel quieto bàtar che ghe basta». Ti figuri che a passarti accanto siano altri viaggiatori fragili, partiti anch’essi da una casa lontana alla volta di un’avventura che è un viaggio di formazione, di iniziazione, un’educazione sentimentale, un punto di rottura e di svolta nella propria vita. Sei a Venezia, ci sei arrivato a piedi in una settimana, dischiudi gli occhi e ti appare uno squero, così non puoi fare a meno di immaginare il cantiere alacremente al lavoro per mettere in acqua l’imbarcazione che ti farà proseguire il viaggio. Perché sei a Venezia, ma sai che quella non è la meta.

 

Piazza San Marco & Rolling Claps

Piazza San Marco & Rolling Claps

Forse ti stai chiedendo se il Cammino per Venezia sia tracciato. No, non lo è. Se posso permettermi un consiglio: salpa, vai con fiducia, con generosità, con spirito di adattamento. Cerca tracce qua e là: frecce gialle e conchiglie sui muri, affreschi raffiguranti il miracolo dei polli e dell’impiccato, resti di antichi ospitali, toponomastiche. Bussa e chiedi dell’acqua, fatti accogliere, accogli a tua volta. E prendi nota di ciò che non va: le infrastrutture pesanti, le discariche abusive, la mancanza di ponti o di attraversamenti pedonali. Poi trova anche tu la tua Venezia, sia una città o un villaggio o un albero monumentale o la casa di un amico che non vedi da tempo, e vacci a piedi, da pellegrino in senso lato, clandestino, forestiero, da creatura libera, lenta, vagante, aspra, vorace, viva in ogni sua parte.

Luigi Nacci

*

(questo articolo – Dalla mia Trieste a piedi fino a Venezia seguendo la lezione di Dante – è stato pubblicato il 7 luglio 2016 sull’inserto speciale “Percorsi d’estate” del “Corriere della Sera”, a cura di Alessandro Cannavò; le fotografie le ho scattate tra il 2014 e il 2016)

 

Pubblicato in VIANDANZA. Il libro | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento