Viandanza: l’opposto dello spam

Finisterre, Galizia: bordone + fine del mondo

Finisterre, Galizia: bordone + fine del mondo


«ed ecco che mi rendo conto che la parola “spam” non è che la parola
maps scritta al contrario, e che le mappe sono l’esatto opposto dello spam: non ci impongono la loro presenza non richiesta, bensì sono loro che ci chiamano a sé».

Simon Garfield, Sulle mappe. Il mondo come lo disegniamo, Ponte alle Grazie, 2016

*

Neologismo e titolo stupendi la viandanza. Ma come spiegarla?

La viandanza è un’utopia verso la quale tendere. E prima ancora una parola solare, calda, allegra, eufonica, che prende dimora giubilante sulle nostre lingue. Ci fa pensare ad una strada tortuosa, dalle curve danzanti, e al contempo alla danza dei piedi che può essere la via da intraprendere. Non basta camminare per mettersi sulla strada della viandanza, né è sufficiente stare in cammino. Si può infatti camminare per recare benefici alla propria salute, guardando un cronometro. E si può fare un cammino per svagarsi e allontanare temporaneamente lo stress. Sulla strada della viandanza non c’è agonismo e non si sta temporaneamente: da quella direttrice non si fa ritorno, perlomeno non del tutto. È un’esperienza rivoluzionaria, radicale, che ribalta ogni aspetto delle nostre vite. Non è una vacanza, non ha a che fare con lo sport.

“Dalle soste non sempre si esce, a volte vi si rimane prigionieri…”. Su questa sua frase mi sono soffermato a lungo. Le chiedo: quando e come ci si accorge di rimanere prigionieri e come si fa a uscirne?

A tutti noi capitano periodi in cui abbiamo la sensazione di essere, come dire, impaludati, stantii. Un buon esercizio può essere quello di rappresentare graficamente su un foglio la propria condizione: si tira una linea, che corrisponde alla nostra vita, e ci si situa. Se godessi di buona salute, quanti anni potrebbero restarmi? Poi si tira una linea parallela, immaginando di porre in fondo a destra le speranze e i sogni covati fin dalla gioventù. A che punto della linea mi trovo rispetto ad essi? Sono molto distante? È un esercizietto senza pretese che tutti possiamo fare periodicamente. Se mi trovo in posizioni simili nelle due linee non sono prigioniero delle soste. In caso contrario devo fare qualcosa. Mettersi in cammino può essere una delle possibilità di uscita.

Ma, secondo lei, si può andare, camminare, viaggiare anche stando fermi?

C’è stato un tempo in cui i pellegrinaggi si ricostruivano in un chiostro. C’è il Viaggio intorno alla mia stanza di Xavier de Maistre e con lui gli scrittori che hanno fantasticato geografie da fermi. Ci sono le vite dei primi eremiti cristiani, in bilico sulla sommità di colonne o nelle grotte, che hanno condotto autentici cammini di conoscenza senza muovere un piede. Per mettersi sulla strada della viandanza, cioè del miglioramento come esseri umani, cioè della saggezza, non si ha bisogno di forti gambe. A contare sono lo slancio verso la vita, verso gli elementi animati e inanimati, il grado di apertura ai giorni che si dispiegano di fronte a noi, la consapevolezza che tutto ciò che non è donato è perso, le porte spalancate, la condivisione, la semplicità, l’andare verso l’humus, l’umiltà…

Nella cartella dei ricordi che popolano la sua memoria, qual è il viaggio che sovrasta tutti gli altri perché emblematico?

Quell’estate in cui, arrivato dopo settimane alla finis terrae d’Europa, in Galizia, capii che vi ero giunto con arroganza. Credevo, dopo avere camminato verso Santiago molte volte, di essere sceso in profondità nel cammino, di essere sulla strada giusta, di poterla intravvedere questa fantomatica viandanza, invece non avevo fatto altro che giudicare chi mi stava accanto: “quello non è un vero pellegrino” è un pensiero sbagliato e pericoloso. Non esistono veri e falsi pellegrini, veri e falsi viandanti, veri e falsi uomini… così, con tutta mia la pesante prosopopea imboccai la strada verso casa, in compagnia della mia ombra. A capo chino. Sulla via del ritorno domina lo spaesamento. In quella condizione ci sono dei frutti.

Nella tipologia di viaggi della contemporaneità, che posto hanno i viaggi intesi appunto come educazione sentimentale, percorso di rinnovamento?

Dipende tutto da noi. Un vecchio adagio dice che si parte per ritrovarsi e alla fine del viaggio si trova qualcuno che non si conosce. Ciò accade se siamo disposti a rinunciare alle comodità, alle prenotazioni, insomma, al controllo totale. Se vado a fare una vacanza organizzata sono relativamente tranquillo. Se parto per un cammino in cui l’unica cosa certa è il mio zaino, la notte prima di partire è la paura a tenermi sveglio. È un sentimento imprescindibile. Sparirà dopo i primi passi per lasciare spazio a sorpresa, gioia, melanconia, allegria, nostalgia e molti altri stati d’animo che segneranno le tappe della mia trasformazione. Prove su prove, come in un viaggio di iniziazione.

Qual è il sentimento più lacerante: una partenza o un arrivo? E come ha  conciliato nella sua vita le due istanze?

Come dicevo, la partenza è preceduta dalla paura. Può rasentare il terrore e bloccarci, farci rimandare il viaggio, ma il più delle volte troviamo la forza e l’incoscienza di buttarci, magari spinti dai consigli di un mentore, sia esso un amico o un libro. È l’arrivo lo scoglio contro il quale possiamo naufragare: come tornare a vivere gli spazi della nostra casa, dell’ufficio, le geometrie delle relazioni di parentela, di amicizia e dell’amore? Se noi siamo cambiati anche quelle forme non sono più le stesse. I problemi iniziano lì: nella difficoltà di adattarsi alle strutture della vecchia vita.

E allora cominciano le domande.

La prima è proprio quella che lei ha fatto a me: come conciliare l’uomo sedentario e quello nomade che dimorano in noi? È una domanda difficilissima che mi faccio da anni ogni giorno. Batte come una goccia cinese sulla fronte, scavandola. È una domanda dura, martellante, però buona, che mi vuole bene, che vuole veramente il nostro bene. Se ho scritto questo libro, Viandanza, è anche per tentare di abbozzare, per quanto precaria e imprecisa possa essere, una risposta.

*

(le domande mi sono state rivolte da Gino Dato; l’intervista – “Viandanti” siamo anche restando fermi – è stata pubblicata sulla Gazzetta del Mezzogiorno l’11 luglio 2016)

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Il Cammino per Venezia: a piedi da Trieste in una settimana

La partenza da Trieste: castello di Miramare

La partenza da Trieste: castello di Miramare

Chiedere a un viandante quale cammino si agiti nei suoi ricordi è come chiedere ad una madre quale figlio ami di più. Il viandante è William Wordsworth che esclama, all’inizio del suo Preludio, «non mancherò la strada. Finalmente respiro!», la creatura ai cui sensi la terra si presenta in tutta la sua vastità, la strada nella sua apertura e gli uomini nella loro capacità di proiettarsi in avanti. Anch’io, nel mio piccolo, cerco di amare in egual misura ogni sentiero, curva, bivio nel quale mi attarderò, ma non posso negare che a scuotere con maggior vigoria la memoria sia il cammino cominciato dalla porta di casa, quello che ti fa sentire un pellegrino antico che si mette in marcia dopo avere fatto testamento ed avere preso commiato dai suoi cari.

La prima volta che sono andato a Venezia a piedi da Trieste avevo ancora lo zaino ricoperto dal pulviscolo del Cammino di Santiago e della Via Francigena. Sono stati proprio quegli intricati fasci di sentieri collegati tra loro a suggerirmi che avrei dovuto essere pellegrino a casa mia – in senso lato, come lo intendeva Dante: chiunque abbandoni la propria terra. Ho iniziato a documentarmi sulle vie che attraversavano il Triveneto, in particolare il Friuli Venezia Giulia, scoprendo un mondo: migliaia di pellegrini per vocazione, penitenza o ex voto avevano camminato fin dal Medioevo su ciò che restava del sistema viario romano, strade come la Via Postumia, l’Annia, la Iulia Emona, la Gemina, la Julia Augusta, la Claudia Augusta e la Crescentia. Scendevano dall’Europa centrale e dall’est, diretti a Santiago e Roma oppure, venendo da ovest, a Gerusalemme. Accanto ad essi cavalieri, soldati, mercanti, contrabbandieri, pastori, chierici vaganti e molte altre forme di abitanti della viandanza che transitavano, in larga parte, per Venezia. Da lì infatti era possibile ogni ripartenza, via terra o via mare. Così ha preso a formarsi nella testa la Venezia del futuro: un’isola popolata da donne e uomini con gli zaini, sporchi di salsedine, sudore e una discreta quantità di sogni covati ad occhi aperti.

Fiumi, rii, canali, argini, rogge...

Fiumi, rii, canali, argini, rogge…

Negli anni, camminando da solo oppure con gli amici della Compagnia dei Cammini e del Movimento Lento, ho continuato a covare questa sorta di “fantasticheria lagunare” e ho avuto la fortuna di incontrare altri sognatori diurni con cui farla crescere, viandanti che di lì a poco si sarebbero chiamati Rolling Claps. Siamo partiti con allegria e laicamente da Tarvisio, Monte Croce Carnico, Cividale del Friuli, San Tomaso di Majano, Erto, Ravenna, ma è stata indubbiamente la partenza da Trieste, dall’uscio di casa, l’esperienza per me più memorabile.

Immagina, caro lettore, di lasciarti alle spalle in una giornata di bora una città dalla scontrosa grazia che ha le fattezze, per dirla con Umberto Saba, di «un ragazzaccio aspro e vorace». Cammini sul costone carsico, mettendo un piede dopo l’altro su aguzze e bianchissime rocce, tra pini neri che ti ricordano le intelligenti politiche forestali dell’impero austro-ungarico e lo scotano che in autunno fiammeggia incandescente, ti fai soldato nelle trincee della Grande Guerra e metti gli alluci a mollo nel mitico Timavo, il fiume misterioso, citato anche da Virgilio, che scorre per decine di chilometri sotto terra.

L'Isonzo

L’Isonzo

Poi un brivido ti percorre superando l’Isonzo che ti leviga, scrive Ungaretti, «come un suo sasso», e d’un tratto il Carso è finito per fare spazio alla pianura friulana e alle sue risorgive: fiumi, rii, canali, rogge, argini, campi e ancora placidi campi a perdita d’occhio nei quali spiccano paesi e frazioni dove si viene accolti da una lingua dura e generosa, il friulano. Con ancora negli occhi le tessere luminescenti dei mosaici di Aquileia ti ritrovi su strade bianche che non conoscono curve, come quelle accanto al Bosco Bando e Baredi, lembi dell’antica foresta planiziale ormai scomparsa, o la via della Commenda, tesa come una corda da Precenicco a Latisana, che rimanda ai rettilinei delle mesetas iberiche. Una volta raggiunta Concordia Sagittaria, luogo in cui un tempo confluivano molte delle principali vie, hai già le gambe allenate per lo strappo finale: casoni, aironi, germani, garzette, il ponte di barche sul Piave a Cortellazzo e tanta sabbia con gli scarponi in mano fino a Punta Sabbioni, dove puoi imbarcarti per piazza San Marco.

Quando arrivi a Venezia da viandante, Venezia è tua. All’inizio, è vero, gli sciami di turisti ti infastidiscono, eviti Rialto, ma se chiudi gli occhi puoi sentirti come l’orbo dei versi di Ernesto Calzavara, che non sente fame né sete e gode nel sentire i passi degli altri, «quel quieto bàtar che ghe basta». Ti figuri che a passarti accanto siano altri viaggiatori fragili, partiti anch’essi da una casa lontana alla volta di un’avventura che è un viaggio di formazione, di iniziazione, un’educazione sentimentale, un punto di rottura e di svolta nella propria vita. Sei a Venezia, ci sei arrivato a piedi in una settimana, dischiudi gli occhi e ti appare uno squero, così non puoi fare a meno di immaginare il cantiere alacremente al lavoro per mettere in acqua l’imbarcazione che ti farà proseguire il viaggio. Perché sei a Venezia, ma sai che quella non è la meta.

 

Piazza San Marco & Rolling Claps

Piazza San Marco & Rolling Claps

Forse ti stai chiedendo se il Cammino per Venezia sia tracciato. No, non lo è. Se posso permettermi un consiglio: salpa, vai con fiducia, con generosità, con spirito di adattamento. Cerca tracce qua e là: frecce gialle e conchiglie sui muri, affreschi raffiguranti il miracolo dei polli e dell’impiccato, resti di antichi ospitali, toponomastiche. Bussa e chiedi dell’acqua, fatti accogliere, accogli a tua volta. E prendi nota di ciò che non va: le infrastrutture pesanti, le discariche abusive, la mancanza di ponti o di attraversamenti pedonali. Poi trova anche tu la tua Venezia, sia una città o un villaggio o un albero monumentale o la casa di un amico che non vedi da tempo, e vacci a piedi, da pellegrino in senso lato, clandestino, forestiero, da creatura libera, lenta, vagante, aspra, vorace, viva in ogni sua parte.

Luigi Nacci

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(questo articolo – Dalla mia Trieste a piedi fino a Venezia seguendo la lezione di Dante – è stato pubblicato il 7 luglio 2016 sull’inserto speciale “Percorsi d’estate” del “Corriere della Sera”, a cura di Alessandro Cannavò; le fotografie le ho scattate tra il 2014 e il 2016)

 

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Più vivo di così non sarai mai: mettiti in cammino

Camino de Santiago, Alto de San Roque: peregrino que avanza contra el viento

Camino de Santiago, Alto de San Roque: peregrino que avanza contra el viento

 

Questo brano è dedicato alla paura che proviamo prima di partire. La proviamo sempre, che si sia al primo o al centesimo viaggio. È tratto dal primo capitolo di Viandanza (Laterza, 2016).
Con queste poche righe vi auguro una buona estate. E a chi sta in piedi di fronte allo zaino con il biglietto in mano (magari per la Spagna), nella
stanza delle partenze: buoni passi.

*

Cos’erano, le due, le tre della notte? Qualsiasi ora fosse, sapevi che molte ore ti separavano dall’ultimo sole e altrettante ti avrebbero separato dal successivo, che eri al buio, precisamente al centro del buio. Come si sta al centro del buio? Ricorda. Ti sei alzato, facendo meno rumore possibile, sei scivolato sul parquet con la cautela del fuggiasco o del soldato che sta per sortire un assalto di cui ignora l’esito, hai guadagnato il corridoio, sei entrato nella stanza del computer. Era in stand-by, perché non lo spegni più, come se quello stato di veglia elettronico ti fosse fratello, sempre all’erta, né spenti né accesi, pronti a qualcosa che potrebbe accadere. Ti sei seduto, ti è bastato sfiorare il mouse e la ventola ha ripreso a girare, lo schermo si è illuminato di quella luce che non è vera luce, sei entrato in internet, è apparsa davanti ai tuoi occhi semiaperti la grande pagina bianca, la luminescente pagina bianca, il motore di ricerca che tutto trova. Hai digitato due parole: cambio vita. Hai schiacciato enter: mollo tutto, come cambiare vita in dieci mosse, in tre mosse, in una mossa sola, cambio casa cambio partner cambio luna e quartiere, cambio tutto, duecentomila risultati, una catastrofe.

È stato all’incirca al duecentesimo risultato che è apparsa, come un’epifania, una parola che ti aveva sfiorato alcune volte negli anni, e a cui non avevi mai dato rilievo: Santiago. In quel momento si è aperta prima una porta, poi due, quindi a decine, porte dalle forme inusitate, linee di cui non supponevi l’esistenza. Santiago! La scoperta della geometria. Scorrendo le pagine riuscivi a raffigurarti nitidamente migliaia di persone che transitavano attraverso porte triangolari, sferiche, a tre dimensioni, porte strette come crepe nei muri, e le persone coi loro zaini ingombranti ci passavano come se niente fosse. Come facevano a entrare nei muri? Cosa c’era dall’altra parte, come fare per arrivarci? Furono ore di ricerche matte, letture di diari sgrammaticati, fotografie poco aggraziate che ritraevano sentieri su altipiani disabitati, sempre le stesse strade sterrate tra i campi di mais e girasoli, le stesse foto di scarpe sporche in mezzo a piazze di paesi in rovina, foto di esseri umani giubilanti, abbracciati tra di loro d’innanzi a facciate di chiese spoglie e secondarie, foto tutte uguali di ombre scure ma non cupe, foto di scarponi e di sandali che si staccavano da terra per tracciare traiettorie nel paesaggio, foto di vivi. Esseri viventi, vivissimi, mentre tu eri abituato da troppo tempo alle foto dei morti, dei moribondi, dei semivivi.

Più vivo di così non sarai mai, te lo prometto.
Per la prima volta vedrai i pori schiudersi
come musi di pesce e potrai ascoltare
il mormorio del sangue nelle gallerie
e sentire la luce scivolarti nelle cornee
come lo strascico di un abito; per la prima volta
avvertirai la gravità pungerti
come una spina nel calcagno
e per l’imperativo delle ali avrai male alle scapole.
Ti prometto di renderti talmente vivo che
la polvere ti assorderà cadendo sopra i mobili,
che le sopracciglia diventeranno due ferite fresche
e ti parrà che i tuoi ricordi inizino
con la creazione del mondo.
(Nina Cassian, La tentazione)

Qualcuno ti ha mai promesso di renderti tanto vivo da sentire l’assordante precipitare della polvere? Tu l’hai mai promesso a qualcuno? Quei corpi applicati a varcare le brecce nei muri, uno dietro l’altro, in colonna ma non in ordine, senza il bisogno di abbatterli, i muri, con i loro zaini sulle scapole, ti promisero proprio questo. Non un’altra vita, ma una intensificazione della tua vita. Di questi versi di Nina Cassian e di quelli di altri poeti avremo bisogno nel viaggio che stiamo per affrontare insieme. Ne avremo bisogno per mappare il mondo che sta al di là del muro, saremo come gli Uomini del Tempo Antico di cui ci parlava Bruce Chatwin, coloro che cantarono i fiumi e le catene montuose e le dune e le saline, che furono stanchi solo dopo aver avvolto nel canto il mondo, e solo allora poterono sprofondare nella terra, prendere dimora nelle grotte e nei pozzi ancestrali. Tornarono da dove erano venuti soltanto dopo avere dato a ogni via un canto e una storia. Sei pronto?

Luigi Nacci

 

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Cammino di Santiago, Via Francigena: decalogo della partenza

 

Camino de Santiago, mesetas

Camino de Santiago, mesetas

 

Per l’intero anno alle spalle hai covato l’idea di partire. Hai letto guide, diari su internet, fatto domande in forum specializzati. Hai incamerato moltissime informazioni pratiche: come allenarti, come fare lo zaino, quali indumenti portare, ostelli, medicine, aerei treni autobus. Ma tutto il resto?

 

  1. Non stai andando a fare un trekking. Sei diretto a Santiago de Compostela o a Roma lungo itinerari secolari. Sono vie di pellegrinaggio. Che tu sia credente o no, stai per trasformarti in un pellegrino. Se credi, in senso stretto. Se non credi, in senso lato: sei uno che attraverserà i campi dopo aver abbandonato la propria casa. La tua carta di identità, la tua posizione sociale, i tuoi soldi lì non varranno a niente. Scrivi la parola “pellegrino” su un foglio, appoggialo sulla tua scrivania, accanto allo schermo del pc. Fatevi compagnia a vicenda a lungo, con dolcezza e comprensione reciproca.
  1. Fai testamento. Fallo sul serio, pensando che stai per cominciare un viaggio senza ritorno. Comincia dalle cose grandi: case, terreni. Degrada progressivamente fino agli oggetti apparentemente inconsistenti: la penna, il temperamatite e così via. Ti ci vorranno giorni. Perché possiedi troppe cose. Infine passa all’immateriale: a chi la lasci la gioia che hai provato il giorno in cui è nata tua figlia? A chi l’allegria della festa di diploma trascorsa sulla battigia, o l’allegria euforica del primo bagno a mare dopo quell’inverno cupo? Lascia anche i lutti. Non scordare nulla. Ti ci vorranno settimane. Meglio iniziare subito.
  1. Hai offeso qualcuno e da quella volta non vi parlate più? Vai a chiedergli scusa. Vacci di persona se abita vicino. Non scrivergli un sms. Se è lontano, una lettera, una telefonata. Hai litigato con qualcuno e non vi siete più rappacificati? Fallo ora. Che importanza ha di chi fosse il torto. Qualcuno ti ha prestato qualcosa che non hai restituito? Portaglielo. Se non lo possiedi più, o non lo trovi, diglielo. A voce, per lettera, non un sms. Ti ci vorrà quanto, settimane? Meglio iniziare subito.
  1. Vai al cimitero, a salutare i tuoi morti. Racconta loro del viaggio che ti accingi a fare. Sii prolisso quanto vuoi, i morti sono pazienti. Poi recati dai vivi che ti sono cari e che non stanno bene. Non aver paura del loro male, e non pensare che visitarli intristirà te o loro. Saranno le persone più felici per la tua partenza. Perché non hanno nulla da perdere, esattamente come te. Non siete legati da accordi economici, da scadenze lavorative, da patti. Quando diranno “pregherò per te”, o “ti penserò ogni giorno”, diranno la verità. Li porterai con te. Per cui vai con il tuo zaino, faglielo vedere e toccare, affinché possano sognare che ci sia un piccolo spazio anche per loro, là dentro.
  1. Sul lavoro ti faranno pressioni. Ti chiederanno di controllare la mail periodicamente, di tenere il telefono acceso, ti avvertiranno che, in casi eccezionali, potrebbe essere richiesto un tuo rientro anticipato. Tu sii intransigente come mai sei stato. Non inventare balle: non dire “non so se avrò rete”. Non sei tu a doverti giustificare. Di’ che sarai irreperibile fino al giorno X. Ripeti “irreperibile” con un sorriso deciso. Non arretrare di un passo o ti divoreranno. Sii fermo e sereno, saluta colleghi e capi con allegria. L’allegria, unita alla fermezza d’animo, non conosce avversari.
  1. La persona con cui vivi e i tuoi cari più stretti ti faranno molte domande: “ti farai sentire spesso?”, “mi prometti che mi penserai ogni giorno?”, “sei sicuro di stare bene?”, “sei sicuro che non sia una fuga?”, “mi vuoi lasciare?” e così via. Abbracciali tutti, dal primo all’ultimo. Dai loro conforto. Non comfort: conforto. Faranno quelle domande spinti dal terrore di essere abbandonati. Lo hai provato anche tu in passato. Non capiranno questo tuo bisogno di andartene per settimane, con uno zaino, senza aver pianificato tutto come al solito. Non dire loro del testamento che hai nascosto o stai per nascondere in un cassetto. Si preoccuperebbero. E non fare promesse che non sai se potrai mantenere. Di’ semplicemente loro che li ami e li penserai. Di fronte ad una dichiarazione d’amore ogni discorso cade.
  1. Ci saranno amici e conoscenti che ti diranno “beato te!”, “che invidia!”,”magari potessi partire anch’io”, “sei un grande!” e così via. Ti faranno sentire un supereroe. Un avventuriero, un esploratore d’altri tempi. Attenzione a non montarti la testa. Non stai per compiere un’impresa leggendaria. Però in qualche modo tu per loro rappresenti l’eroe che lascia la sua comunità, il mondo ordinario, alla volta di un mondo straordinario. Soprattutto gli amici che hanno viaggiato poco penseranno a te come un intrepido, non immagineranno draghi sputafuoco ma poco ci manca. Non smontare le loro illusioni, ringraziali, però poi pensa a te come qualcosa di piccolo. Togli le armature con cui ti hanno bardato, le armi che ti hanno consegnato, libera il cavallo bianco su cui ti hanno messo, tieni ben presente il punto 1. Sei soltanto una creatura che vaga per i campi, senza sicurezze.
  1. Organizza una festa. Invita tutti: parenti, amici, vicini di casa. I vicini di casa forse non li hai mai salutati. Una ragione in più per invitarli. Fregatene dei tuoi pochi metri quadri. Starete stretti. Di’ loro che festeggiate le partenze. Non solo la tua. Una festa per celebrare i prossimi viaggi di tutti. Prima che siate tutti ubriachi, chiedi chi ha voglia e tempo di dare un’occhiata alla tua casa in tua assenza. Le piante da innaffiare e così via. Ricordati di avere pronti più mazzi di chiavi. Uno è per il vicino di casa con cui non parli mai, il più solitario. A lui non dare le chiavi di fronte agli altri. Dagliele in un altro momento, senza cerimonie. Di lui, di cui non sai nulla, ti puoi fidare ciecamente.
  1. Il giorno prima di partire non andare a lavorare. La mattina vatti a tagliare i capelli, e se sei un uomo anche la barba. Il pomeriggio fai lo zaino, mettilo sul tavolo del soggiorno. Che stia in piedi, svettante, minaccioso. Trascorri la sera a fissarlo. Dopo un po’ inizierete a parlarvi. Ti ricordi il punto 4? Sarà qualcosa del genere. Non guardarlo come si guarda un oggetto. Lo zaino ti appartiene e tu appartieni a lui. È la tua casa, ci abiterai. Dimenticati delle cose che ci hai messo dentro. Una casa vive anche se vuota, anche se disabitata. Quante finestre e quante porte ha il tuo zaino? Prova a visualizzarle. Che sia una casa luminosa, arieggiata, accogliente. Passerai delle ore così, in questo stato di trance. Non dormirai. Credimi: quando varcherai la soglia, non avrai sonno.
  1. Mettere in pratica tutti questi punti è difficilissimo. Forse impossibile. Non ti crucciare se non ce la farai. Io non ci sono mai riuscito. Buon cammino.

Luigi Nacci

 

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Decalogo dell’organizzatore di festival

 


Malgrado la crescente carenza di fondi nel settore culturale, in Italia negli ultimi anni prolificano iniziative di ogni sorta. Ciò non è un bene a prescindere. Senza dubbio è positivo quando chi decide di organizzare un evento lo fa con professionalità, passione, equità, rispetto per il lavoro altrui e proprio.
Questo lacunoso decalogo vorrebbe spronare ad una discussione tra chi si trova a svolgere il ruolo di organizzatore, di ospite e di pubblico. 

Si è usata la parola “festival” per comodità. Potrebbe essere sostituita con “rassegna”, “ciclo di incontri”, eccetera. Si potrebbe chiamare “decalogo dell’operatore culturale”.
Le proposte di modifica e integrazione saranno ben accette.
Buona lettura.

 

*

  1. Progetta un festival solo se è per te necessario. Necessario vuol dire che non ne puoi fare a meno, perché quell’idea ha a che fare con la tua visione del mondo e con la tua vita.
  1. Dedica alla strutturazione dell’idea il tempo che dedicheresti alla progettazione della casa in cui vorresti vivere. Un festival è una casa: deve stare in piedi e deve essere accogliente. Disegna il tuo festival: dalle fondamenta al tetto. Fondamenta: la poetica. Divisione degli spazi interni: le tipologie di incontri. Arredamento: il taglio che vuoi dare. Spazi esterni: come fare la comunicazione e la promozione.
  1. Una volta fatto il disegno, pensa a chi vorresti popolasse la tua casa. Inquilini: lo staff. Ospiti: chi vuoi invitare e a quale pubblico ti rivolgi. Prendi nota di tutto.
  1. Ora dedicati al preventivo: quanto costa la tua casa? Ci sono dei costi fissi: il tuo lavoro, il lavoro del tuo staff, l’affitto di locali e spazi e attrezzature, il lavoro svolto da chi si occupa della comunicazione e della promozione e poi, ovviamente, il lavoro svolto dagli ospiti che intendi invitare. Quanto costa quell’autore, o quell’artista, o quel conferenziere, o quel musicista? Informati. Informati su tutti i costi, fai una stima che, seppur approssimativa, sia più precisa possibile.
  1. Il preventivo è fatto, ora puoi andare a cercare i soldi che ti servono. Dove? Ci sono bandi di enti pubblici, di fondazioni private, concorsi, ci sono privati ai quali puoi chiedere una sponsorizzazione, ci sono le campagne di raccolta fondi dal basso. È difficile? Sì. È un lavoro lungo e faticoso? Sì. Ne vale la pena? Sì se sei partito dal punto 1.
  1. Ti è andata male, hai provato per mesi e non hai raccolto nulla. Fai comunque il festival? Sì se sei disposto a lavorare gratuitamente, se trovi altri come te che vogliano lavorare gratuitamente nell’organizzazione, nella comunicazione e nella promozione. Cioè se sei e siete disposti a svolgere del volontariato. Ma ancora non basta, perché ci sono l’affitto dei locali e degli spazi e delle attrezzature, l’eventuale stampa di materiali e, infine, la cosa fondamentale, senza la quale la tua casa non sta in piedi: gli ospiti. Il fatto che tu, voi abbiate deciso di fare volontariato, non significa che l’ospite che volete invitare lo voglia fare a sua volta. Devi quindi avere dei fondi, anche se minimi. Mentre pensi a come reperirli fatti una domanda: “ma non sarà anche un po’ colpa mia se nessuno ha creduto nel mio progetto?”. Per rispondere sinceramente torna ai punti 1 e 2.
  1. Ti è andata bene, hai trovato i fondi, ottimo. Sicuramente sono inferiori a quelli che avevi immaginato. Esulta, almeno è un inizio. Rimodula la struttura della casa: falla più piccola, ma preoccupati che resti accogliente. Se avevi pensato a 7 giorni di festival, riduci a 3. Da 50 ospiti scendi a 20, e così via. Non abbassare, o non abbassare troppo, i compensi dei tuoi collaboratori, dei fornitori, degli ospiti. Al limite, se proprio te la senti, abbassa il tuo, ma pensaci bene. Ricordati che tutti state svolgendo un lavoro. Ricordati di associare ad ogni lavoratore, a partire da te, la parola “dignità”.
  1. Ora puoi partire con l’organizzazione vera e propria. Assegna a ogni persona dello staff, te compreso, un compito e una scadenza. Stabilisci delle riunioni periodiche per confrontarvi. Fai sì che tutti abbiano ben chiara la poetica del festival. Accertati che tutti siano soddisfatti del compito che dovranno svolgere e del compenso che riceveranno. Fai sì che il metodo di lavoro sia giusto, trasparente, condiviso. Fatto ciò, puoi passare agli inviti.
  1. Scrivi all’ospite che desideri invitare con rispetto, gentilezza, entusiasmo. Prima di farlo assicurati di aver dedicato un buon tempo alla sua conoscenza: se ha prodotto delle opere procuratele, approfondiscile. Non invitare nessuno solo per sentito dire o solo perché è un nome noto. Fatto ciò, trova il suo indirizzo e scrivigli. Digli – non servono pagine, basta qualche riga – che hai seguito quello che fa e che cosa ti interessa della sua produzione, spiegagli la poetica del festival, in che contesto vorresti il suo intervento, proponigli una o più date, digli che gli pagherai le spese di viaggio, vitto e alloggio. Il vitto e l’alloggio possono anche essere a casa tua, non importa, conta come fai l’accoglienza e non dove. Quindi fatti i conti in tasca e proponigli un equo compenso, oppure chiedigli quanto vorrebbe, specificando che tenterai di soddisfare le sue esigenze nel limite del tuo budget. Potrebbe essere l’ospite a dirti che non vuole compensi. Lo dirà se crederà nel tuo progetto e se non avrà bisogno di soldi. Può anche darsi che creda nel tuo progetto ma abbia bisogno di soldi. Ad ogni modo la decisione è sua.
    Nel caso in cui tu abbia con l’ospite un rapporto di conoscenza o amicizia, regolati con buon senso. L’importante è che tu non voglia approfittarti di lui, né lui di te. Un’ultima annotazione: non pensare di stare facendo all’ospite un favore. Non pensare “gli sto facendo pubblicità”. Sei stato tu a chiamarlo. Quando inviti qualcuno a casa per cena di solito sei tu che fai la spesa e cucini.
  1. Una volta che hai costruito il calendario degli incontri, occupati assieme al tuo staff di tutto il resto: permessi, autorizzazioni, logistica, accoglienza, promozione, comunicazione. Non lasciare nulla al caso. Abbiate sempre un piano B e C: nel caso di maltempo, ad esempio, o nel caso qualche ospite dia forfait. Qualche tempo prima dell’inaugurazione ricontatta tutti gli ospiti, devi essere sicuro della loro presenza. Sappi che durante il festival tu e i membri dello staff non vi godrete nulla a causa della tensione. Fate in modo che questa tensione non venga percepita dagli ospiti e dal pubblico: siate sorridenti e coesi. O tentateci.
    Fate in modo che la casa sia aperta, luminosa, accogliente, a misura di tutti. Una casa non deve essere ricca, ma ospitale. Quando la fatica è estrema, pensa e invita gli altri a pensare al punto 1. In bocca al lupo.

 

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