Spagna profonda: in cammino verso il vuoto

Ci sono i volitivi, gli arrembanti, i centometristi che scattano prima ancora del colpo di pistola, uomini a tutto gas, che seminano i propri pensieri, che si lasciano alle spalle il tempo. E poi ci sono i temporeggiatori, i meditabondi, gli inetti in potenza, gli uomini che si fermano prima della salita – tutti sanno che mai ci si deve fermare prima di una salita –, siedono su un sasso, estraggono con cautela un pensiero della corteccia celebrale e lo adagiano sul selciato, lo trattengono a stento, come si fa con una creatura selvatica, senza riuscire ad addomesticarlo, mentre con la coda dell’occhio scorgono il proprio tempo avanzare verso la cima, e loro indietro, incapaci di inseguirlo, immobili. Il mondo è dei primi.

Dopo dodici anni di cammini in Spagna, con estrema calma sono riuscito a rispondere alla domanda che mi spingeva a partire. Verso l’Oceano, più che verso Santiago. Era una domanda netta: «perché laggiù?». Davo svariate risposte: perché per secoli migliaia di uomini lì si sono diretti ed io voglio affondare i piedi nel loro stesso fango, essere una porzione minima in una grande storia; perché lì finisce la terra, di più non si può, lì la fine, lì un tramonto è l’ultimo tramonto, lì il sole e la morte coincidono; perché amo di testa e di viscere la Spagna e la sua gente, la sua lingua si insinua melliflua nella mia bocca, in quella lingua mi sento a casa. E poi c’era un’altra risposta, che sentivo incombente, più forte delle altre ma che non riuscivo ad approfondire: perché in quelle terre disabitate, nella Spagna profonda, c’è qualcosa che ha a che fare con i miei silenzi e il modo in cui essi si avviluppano alle mie radici. C’ho messo tanto tempo, ma credo di aver capito.


Dopo aver percorso le vie iberiche più note, negli ultimi anni mi sono consegnato alle secondarie, spesso in montagna, quasi sempre in solitudine, incontrando di rado viandanti e attraversando pueblos con pochi servizi o aldeas popolate da vacche e pecore più che da umani. El Camino Olvidado, el Lebaniego, el Vadiniense,  el Camino de Invierno, la Ruta Vasca del Interior, el Baztanés eccetera, vie cosiddette minori o di raccordo, appartenenti a quel poderoso fascio di strade dirette a Santiago de Compostela e a Finisterre.  La maggior parte della gente si concentra nel Camino Francés, nel Portugués e nel Camino del Norte, portandoli al collasso d’estate, originando file surreali sui sentieri, facendosi trasportare lo zaino in taxi, improvvisando feste alcoliche all’ingresso dei monasteri, una sciamante carovana che si sposta in un’autostrada piena di frecce gialle. Ho superato da tempo la fase dell’arrabbiatura, ciascuno faccia il cammino come può e come crede, il cambiamento è alla portata di tutti, anche di chi disprezza la fatica. Tutti partiamo con gli abiti del turista, tutti arriviamo vestiti in un altro modo. Non è questo però il succo del discorso che vorrei fare.

Pochi giorni fa, dopo avere raggiunto l’oceano e avere continuato a camminare lungo le aspre mulattiere della Costa della Morte, sono tornato a Santiago per prendere l’aereo (cosa che odio, certamente). Sono uscito dal centro storico per allontanarmi dalla bolgia e sono incappato, o meglio sarebbe dire precipitato, in una piccola libreria: Numax. Scaffali di politica, sociologia, filosofia, poesia, poi una porta, accanto al bagno, e la sorpresa: una sala cinematografica, minuscola, di film d’autore, spagnoli e europei con sottotitoli. Ho visto Abracadabra – il giorno seguente è uscita la notizia della sua candidatura alla preselezione degli Oscar – poi mi sono messo a vagare tra i libri. E come sempre, matematicamente accade, un libro mi ha chiamato a sé, mi ha chiesto di essere preso in mano. L’ho sfogliato, mi sono bastate poche righe, l’ho comprato, sono uscito e sono andato a rinchiudermi nella stanza della mia pensione a leggere. A divorarlo. Si intitola La España vacía.Viaje por un país que nunca fue (Turner Publicaciones, Madrid, 2016). L’autore è un giovane scrittore spagnolo: Sergio del Molino (Sellerio nel 2017 ha pubblicato il suo Nell’ora violetta).

Sergio del Molino, ‘La España vacía. Viaje por un país que nunca fue’

La sua tesi è la seguente: ci sono due Paesi, la Spagna, di cui fanno parte Madrid e le coste, e la Spagna vuota, che occupa più della metà del territorio nazionale, senza città rilevanti a parte Zaragoza, un Paese nel Paese, abitato da poco più di 7 milioni di persone. Il 15% della popolazione che occupa il 53% del territorio, con zone in cui la densità è di una dozzina di abitanti per chilometro quadrato, una delle più basse d’Europa. Villaggi in rovina, villaggi allagati da Franco per creare bacini artificiali, villaggi con pochi abitanti, tutti anziani, villaggi fantasma a decine di chilometri di distanza l’uno dall’altro e in mezzo, assolato, il campo. Machado. Far west. Villaggi che ricordano a tratti le atmosfere di Terra senza pane, il documentario girato da Buñuel negli anni ’30 nella zona di Las Hurdes, in Extremadura, quello in cui, tra i bambini che ammorbidivano il pane stantio in un rigagnolo d’acqua e gli uomini che decapitavano i galli, si vedeva un asino brutalmente ucciso dalle api. Medio Evo.

Per carità, la Spagna vacía di oggi non è più così, ma permangono la desolazione, il silenzio, la povertà, il senso di abbandono. «Quando muoio io tutto finirà» mi ha detto una pastora di nemmeno sessant’anni in Galizia, nella zona di Friol. Una donna dal viso incantevole che in mezz’ora mi ha raccontato tutta la storia sua e della sua famiglia: l’emigrazione in Svizzera, il mesto e forzato ritorno a casa per crescere le figlie nella lingua materna, le fabbriche che chiudono, una madre da accudire, la consapevolezza che dopo di lei le sue vacche non saranno più pascolate da nessuno. Il sentimento della fine incuneato tra una sillaba e la successiva. Certo, potremmo dire lo stesso delle Alpi e degli Appennini in Italia, di alcune aree del nostro Mezzogiorno, ma in Spagna lo spopolamento è più forte ancora, è lampante, è un pugno al fegato, non serve l’occhio dell’antropologo o del paesaggista per notarlo.

Ho trascorso gli anni della mia giovinezza nell’Est Europa, viaggiando con treni, autobus, autostop, motocicletta, ho vissuto e studiato in Ungheria, ho bighellonato molto nei Balcani e solo ora, a quasi quarant’anni, riesco a unire i tasselli del puzzle. Non cercavo l’Est prima così come non ho cercato l’Ovest poi. Era il vuoto la meta, l’assenza dell’architettura, dell’arte, della grande viabilità, del commercio, la mancanza di comfort, di tecnologia, tutto ciò che non sta su Tripadvisor, che non entra nelle guide del Touring, negli opuscoli degli uffici turistici, le locande senza sito web, gli scarti della contemporaneità. Non un procedere verso un primigenio Stato di Natura, non l’immacolata concezione, nessun desiderio di purezza incontaminata, quanto un camminare goffo verso le macerie, verso il letame, verso le carogne di caprioli e cervi e tassi lasciate a marcire ai bordi della strada (quante ne ho viste quest’estate!), il luogo in cui sopravvive ciò che è stato espulso dalla giubilante marcia del progresso.

Ora finalmente so come rispondere alle persone che la prossima volta mi chiederanno «perché vai a Santiago?». Dirò loro: «perché amo l’Est». E a quelle che mi interrogheranno, incontrandomi con lo zaino nei boschi della Slovenia e della Croazia, dirò loro: «perché amo l’Ovest».  E so che un giorno incontrerò di nuovo il viandante incrociato anni fa nel cammino del ritorno, volto da bandito in corpo francescano, che mi fece soltanto una domanda prima di darmi la mano e andarsene in direzione opposta alla mia. So che userà le stesse parole e lo stesso tono di voce da pirata: «come puoi tornare a casa se la tua casa non sai più dov’è?». Forse gli risponderò «la mia casa è al margine», o «la mia casa è lontana dal centro di tutte le cose» o forse, più verosimilmente, gli stringerò la mano, gliela stringerò con l’amicizia della strada, una stretta picaresca, e senza aprire bocca pieno di dubbi mi rimetterò in cammino verso il vuoto.

 

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Il periplo del Friuli Venezia Giulia a piedi: un grande cammino in casa


Si fa un gran parlare di cammini ultimamente. Siti, quotidiani e riviste che fino a qualche tempo fa non sospettavano l’esistenza di questo mondo. Non solo le storiche vie per Santiago e per Roma, anche pellegrinaggi minori, strade romane, o vie dei briganti, dei pastori, dei commerci, percorsi naturalistici, enogastronomici. Si moltiplicano i libri, i convegni, le rassegne. Il numero di persone che calzano gli scarponi cresce a ritmi esponenziali. Basti guardare i dati forniti dall’Oficina del Peregrino di Santiago de Compostela: nel 2016 ne ha registrati 272.417, di cui quasi 24 mila italiani (siamo noi i primi stranieri, davanti a tedeschi e statunitensi). Ma quanti altri hanno camminato verso Santiago senza arrivarci oppure, una volta arrivati, non hanno richiesto la compostela? Possiamo ipotizzare che almeno mezzo milione di persone abbiamo camminato, lo scorso anno, sulle vie per Santiago. E sulla Francigena, e altrove? Milioni di viandanti in Europa.

Nel 2010, quando decidemmo di percorrere una delle antiche vie della nostra regione, il Friuli Venezia Giulia, il cammino non era un argomento così cool. Pensammo: vorremmo popolare di viandanti le nostre terre, esplorarle con uno zaino in spalla, fermarci per la strada e trovare un’ospitalità semplice, non avere paura di bussare per chiedere dell’acqua e non avere paura di offrirla, rendere insomma più vivibile, umana, accogliente la nostra casa. Ci demmo un nome: Rolling Claps, un gruppo di amichevoli pietre rotolanti, perché clap in friulano vuol dire pietra, mentre clapa in triestino è la compagnia di amici. Non c’erano gruppi facebook dove mettere annunci per invitare la gente ad unirsi a noi o per chiedere informazioni, non c’erano tutti i programmi e le app che ci sono oggi per studiare i sentieri. Soprattutto mancava il sostrato culturale: oggi puoi scrivere a un sindaco, a un circolo o a un agriturismo dicendo che passerai di lì a piedi e il messaggio viene subito recepito, prima si era ancora costretti a spiegare, e farlo bene, perché non era usuale ricevere una richiesta del genere. Non era un secolo fa, eppure in qualche modo lo era.

Abbiamo scelto Venezia come meta per anni. Lì ci siamo diretti partendo da Majano, Trieste, Cividale, Erto, Tarvisio, Timau, Ravenna. Volevamo far emergere strade che non erano più battute da secoli. Abbiamo studiato, fatto sopralluoghi, contattato e incontrato centinaia di persone, camminato molto e con molta allegria. Non abbiamo attaccato adesivi, non abbiamo dipinto segni sui pali della luce o sugli alberi, non abbiamo prodotto depliant o guide, non ci interessava mettere un marchio. Ci importava promuovere la cultura della viandanza, spronando prima di tutto le persone a togliersi le maschere delle identità quotidiane e accettare il rischio del cammino da una parte, delle porte aperte dall’altra. Per la stessa ragione abbiamo dato una mano all’organizzazione degli Stati Generali del Friuli Venezia Giulia. Il cammino come gesto laico e civile prima ancora che fisico.

Ora lanciamo una nuova sfida: il PERIPLO FVG, ovvero il cammino lungo il perimetro della regione, cercando di passare il più possibile sulla o accanto alla linea di confine con Slovenia, Austria e Veneto (senza dimenticare il confine tra terra e mare). Sono circa 800 km. Una distanza simile a quella del Cammino di Santiago.
Le ragioni? Lo facciamo per provare a comprendere il senso del confine, quello esterno, che ha segnato queste zone pesantemente (e che continua a segnare zone a pochi km di distanza, nei Balcani), ma anche le linee di demarcazione e divisione che influenzano il nostro modo di pensare. Calpestarlo per analizzarlo, se possibile alleggerirlo, sforzarsi di frantumarlo. Conoscere le persone e i gruppi che abitano lontano dal centro e dai centri, ascoltarli, diffondere le loro storie,  soprattutto di chi insiste a mantenere saldo e vivo il legame con la terra, con la sua memoria, di  chi ha cambiato o sta cambiando vita in un’ottica sostenibile e solidale.

Questa primavera inauguriamo il primo pezzo del #periplofvg, da Muggia a Cividale, 22-29 aprile. Circa 150 km. Come sempre ci piace trascorrere sulla strada la Festa della Liberazione.
Lo racconteremo sul nostro sito e sulla pagina facebook, nella maniera scanzonata che ci piace e ci si addice, con l’augurio che altri decidano di fare lo stesso in futuro. Ringrazieremo via via coloro che ci hanno aiutato nell’organizzazione di questo progetto. Infine, un invito rivolto a tutti: domenica 30 aprile, alle 10:30 saremo sul Ponte del Diavolo, a Cividale. Da lì cammineremo fino alla stazione (centro intermodale ferroviario) dove alle 11, in collaborazione con F.U.C. Ferrovie Udine Cividale e del suo amministratore Maurizio Ionico che ci ospita, faremo un incontro raccontando la nostra esperienza, allargando il ragionamento sui cammini e sugli impatti che hanno sul territorio insieme ad altri amministratori interessati a questi temi. Se verrete, sarà un bel modo per stare assieme.

Se ci cercherete, nei prossimi giorni, ci troverete sul confine.

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Lettera agli amici

Io che nulla amo più
dello scontento per le cose mutabili,
così nulla odio più del profondo scontento
per le cose che non possono cambiare.
Bertolt Brecht

Amici miei,

quando dicevamo – certo, a notte fonda – che non ci saremmo allineati, che avremmo ribaltato tutto, che non avremmo smesso di ribaltarci, lo pensavamo per davvero?

Quando dormivamo sulle panchine, e ancora dormienti prendevamo il primo treno, impedendoci di sapere dove fosse diretto, e ancora dormienti leggevamo versi al controllore, e i binari erano dalla nostra parte e noi con loro, e dicevamo che non ci saremmo svegliati se non nei pressi dell’ultima stazione, lo dicevamo per davvero?

Quando organizzavamo feste senza ragione, e a tutti era vietato di portare doni, e i primi ad essere invitati erano i solitari, poi gli afflitti, quindi i disperati, e se rifiutavano si andava a prelevarli con leggerezza dai loro nascondigli, si stava in spiaggia in prato in vetta o in una piazza senza nome ad aspettare che facesse luce, e ci si amava molto ad occhi chiusi, e dicevamo che non avremmo mai lasciato indietro nessuno, lo dicevamo per davvero?

Quando non firmavamo contratti, non entravamo in banca, dividevamo i letti con gli sconosciuti, rispedivamo al mittente le raccomandate, e qualsiasi campanello suonassimo la porta si apriva in meno di un minuto, e facevamo roteare per interi pomeriggi di pioggia i mappamondi, puntavamo un posto a caso e il nostro zaino verso quel punto si dirigeva prima ancora che noi potessimo collocarlo nello spazio, e i viaggi erano tutti di sola andata e non c’era uno, ma nemmeno uno o mezzo tra noi che si informasse sul ritorno, e dicevamo che mai saremmo invecchiati in un ufficio, che mai saremmo stati ingoiati da una stanza, lo dicevamo per davvero?

Quando la nostra occupazione era immaginare ciò che non può essere comprato, e riponevamo fiducia nei visionari, studiavamo non per interesse ma per progettare ciò che i più ritenevano impossibile, e più era impossibile più studiavamo alacremente, e se vincevamo il nostro pensiero istantaneo era per lo sconfitto, se perdevamo altri di noi accorrevano a festeggiarci, e se incrociavamo per la strada un relitto, uno scarto, ciò che restava di un uomo, qualsiasi cosa stessimo facendo ci fermavamo per ricomporne i pezzi, e un amico poteva arrivare a qualsiasi ora, in qualsiasi stato di infelicità, e lo avremmo custodito come si custodisce un mistero, e dicevamo che non avremmo permesso alcun abbandono, alcuna perdita, alcuna desolazione, tutte quelle parole le dicevamo per davvero?

E infine, quando dicevamo che avremmo lottato con tenacia, che non avremmo mollato la presa, che lo avremmo fatto senza esibire i canini, e che non ci saremmo arresi alle evidenze della norma, che avremmo perseguito con splendente ostinazione i nostri talenti, che avremmo fatto un lavoro degno, che avremmo lavorato non per consumare, non per farci consumare, che avremmo continuato a sognare più di giorno che di notte, che non ci saremmo blindati in una casa, che se mai avessimo fatto dei figli li avremmo lasciati liberi al più presto, che sui figli non avremmo riversato i nostri fallimenti, che ci saremmo opposti alle ingiustizie senza vacillare, che non avremmo sfruttato, che non ci saremmo fatti sfruttare, che avremmo dedicato ogni mattina ad una scoperta, che non avremmo diviso le strade in buone e cattive ma solo in base alla loro ampiezza, e quando dicevamo – certo, a notte fonda – che avremmo vissuto ogni momento come fosse quello definitivo o quasi, senza rimandare, senza cercare improbabili giustificazioni, tutte quelle parole precise le dicevamo per davvero? Davvero le dicevamo a voce alta, a voce piena, o solo tanto per dire? Tutte quelle parole, amici miei, oggi dove si trovano, come si trovano, riuscirebbero a trovarci?

Luigi Nacci

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Decalogo del viandante (non del camminatore)

chiamiamo i nostri zaini per nome

 

  1. Noi non amiamo camminare per poche ore, per una giornata o due. Ci capita di farlo, ne ricaviamo una forma di benessere fisico, ma non ne ricaviamo una forma di gioia. Se gioia è una parola troppo ingombrante, è possibile riformulare così: non ne ricaviamo dei sentimenti potenti, tali da mettere in discussione la nostra vita. Sappiamo che c’è bisogno di giorni, di settimane, affinché ciò accada.
  2. Noi guardiamo storto chi, incontrandoci, ci augura «buona passeggiata». Si passeggia nel tempo libero, per prendere aria, per prendere un gelato, per far passare del tempo prima di una cena. Chi passeggia è ancora inserito in un modello di vita borghese, grosso modo riassumibile dalla sequenza casa-ufficio-sport-svago-casa. Noi stiamo male perché questa sequenza ci sta sempre più stretta. Ci può capitare di passeggiare, ma non accosteremmo mai questa esperienza a quella del cammino.
  3. Noi non abbiamo interesse per l’allenamento, la competizione, i cronometri. Se ci alleniamo è solo in vista di un lungo cammino. Se ripetiamo più volte l’ascesa a un monte non prendiamo nota di quanto tempo ci abbiamo messo. Non amiamo i dislivellomani. Dei percorsi che abbiamo fatto più volte ricordiamo gli alberi, le fioriture, le tracce animali, le locande, i volti di chi abbiamo incontrato, i volti di quelli che non hanno potuto accompagnarci.
  4. Noi ci spostiamo con mezzi privati e pubblici, anche se le persone spesso ci chiedono: «sei arrivato a piedi?». Alcuni lo chiedono seriamente, perché ti immaginano in continuo movimento, sei per loro un missionario, un esploratore, un oggetto non identificato. Altri ti prendono in giro (quasi mai apertamente), ai loro occhi sei lo scemo del villaggio, un Forrest Gump minore, un disadattato. Quando spieghi loro che possiedi la macchina, o la moto, o che hai l’abbonamento dell’autobus eccetera, non capiscono. «Sta barando», pensano dentro di sé. Come se questo fosse un gioco.
  5. Noi siamo stanchi di fare i turisti. Ci interessa sempre meno viaggiare per visitare quella chiesa, quel monumento, quel museo, quel parco. Se anche prendiamo una mappa all’ufficio informazioni e ci dirigiamo in tutti questi posti a piedi non stiamo bene (vedi punto 1). Abbiamo camminato ma non siamo stati in cammino. Facciamo fatica a spiegarlo a chi è vicino a noi. Soprattutto fatichiamo a spiegare che non amiamo la «vacanza». Vacanza ha che fare col vuoto. Viandanza* col pieno.
  6. Noi sentiamo, quotidianamente, in particolare con l’avvicinarsi della primavera, un esagerato desiderio di stare all’aria aperta, di non avere vincoli, non avere orari, non fare la fila, non compilare moduli, non maneggiare soldi, non fare shopping, non accumulare roba (quando lo facciamo ci sentiamo in colpa). Si tratta di una voglia di libertà che pervade gran parte delle cellule del corpo. Ci sentiamo in gabbia. Andare a camminare per qualche ora, fare una passeggiata, corrisponde all’andare avanti e indietro dentro la gabbia.
  7. Noi sentiamo il richiamo dell’eccezionalità. Siamo attirati dalla meraviglia. Lo abbiamo provato nei nostri cammini, ne siamo diventati dipendenti. Non si trattava del panorama dalla vetta, altrimenti basterebbe fare un’escursione di giornata per provare di nuovo quel sentimento (noi non amiamo la parola «escursione»). Era eccezionale e portatrice di meraviglie la nostra vita in cammino. La non prevedibilità. Il non sapere cosa sarebbe potuto accadere. La consapevolezza di avere d’innanzi a sé il mondo aperto. Lì lottavamo per addomesticare l’ignoto. Qui siamo costretti, per sopravvivere, ad ignorare il domestico. Stando nell’eccezionale, eravamo eccezionali. Era il cammino a rendere ciò possibile, non il camminare.
  8. Noi sopportiamo sempre meno le notizie dell’ultima ora. La cronaca nera, la cronaca rosa, la cronaca bianca. Diveniamo daltonici. Ci indigna, ci fa arrabbiare, ci addolora la serie di gesti violenti e prepotenti. Nei nostri cammini ci eravamo abituati a dividere il pane, ad essere accolti, a non giudicare dall’aspetto, a non avere timore degli altri. Ci sentivamo esseri umani migliori. Non era il camminare a rendere ciò possibile, ma il cammino.
  9. Noi siamo sognatori diurni. Sogniamo in continuazione. Di mollare il lavoro, la casa, le incombenze del quotidiano. Alcuni di noi possono sognare di abbandonare le persone che amano. Di sparire con il proprio zaino e mettersi in un’altra vita. Sono sogni di cui possiamo parlare solo con i sognatori diurni. Risultano incomprensibili agli altri. Se non possiamo parlarne veniamo travolti dalla frustrazione, dal rancore. Camminare non intacca la portata di quei sogni. Solo il progetto di un lungo cammino placa temporaneamente la nostra inquietudine.
  10. Noi siamo viandanti, non camminatori. Siamo le creature della via, della strada aperta, degli incroci, delle curve, delle soste. Lo siamo anche quando non camminiamo. Perché dal cammino non si fa ritorno. Non abbiamo più fatto ritorno dal nostro primo cammino. Una parte di noi è rimasta in qualche bosco, presa in qualche corteccia, appesa a qualche ramo. Noi intuiamo, senza riuscire a razionalizzarlo, di essere parte di quella cosa chiamata «viandanza»*: una vita nuova, una soglia, un’altra dimensione in cui le nostre fantasticherie di sognatori diurni si realizzano. Noi siamo pochi, siamo una minoranza. Ci riconosciamo subito. Ci passiamo parole sottobanco. Ci pensiamo in silenzio. Non amiamo i decaloghi. Chiamiamo i nostri zaini per nome.

Luigi Nacci

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Uscire da facebook e dai social

Playa de Cofete - Fuerteventura

Playa de Cofete – Fuerteventura

Mi sono disconnesso da facebook e dagli altri social per 1 mese.
Il giorno in cui ho annunciato questa “dieta”, molte persone mi hanno fatto i complimenti, come capita a chi annunci il proprio matrimonio, un’assunzione, la promozione ad un esame, la partenza per un lungo viaggio. La proclamazione di un cambio di vita. “Bravo!” dicevano, “anch’io prima o poi”.
Quello che segue è il sunto – in punti sparsi – di ciò che ho pensato nelle scorse settimane.

Lati positivi

  • Guadagni tempo. Quanto? Alcuni studi affermano che gli italiani trascorrono in media quasi 7 ore al giorno su internet, e di queste 2.5 ore sui social. Fanno più di 3 giorni sui social al mese.
  • Non sei investito dalla novità dell’ultimo minuto, con il carico di ansia dell’ultimo minuto. Sei tu a cercare i giornali e le riviste, non loro a trovare te.
  • Dove sono i tuoi amici? Che cosa fanno? Ti mancano. Inizi a pensarli. Li desideri.
  • Le vite degli altri, molti dei quali non conosci nella realtà, non ti assalgono più. Non ti assalgono le cazzate, le foto e le frasi superficiali. Le cattiverie, gli estremismi buttati là con nonchalance. La quantità di idiozie che prima ti tartassava quotidianamente è scomparsa. Quella quantità ti cambiava l’umore, ti faceva essere pessimista, arrabbiato. A volte provavi disgusto per le opinioni altrui. Ora l’umore è stabile. Hai di nuovo fiducia. Pensaci: quando sei in viaggio con altre persone non arriva sempre il momento in cui non le sopporti più e vuoi stare per conto tuo?
  • Ti dimentichi di tutti quei nomi che scorrevano sul tuo wall e di cui sapevi poco o niente. Ne senti nostalgia? No.
  • La prospettiva di pubblicare la foto del tuo piatto di gnocchi, una battuta, una supposta perla di saggezza o di condividere una notizia ti ha abbandonato. Ora, mentre leggi un giornale, leggi un libro, guardi un film, cucini, cammini, qualsiasi cosa tu faccia, sei colto da pensieri che appartengono solo a te. Di questi ne rimarranno alcuni che, forse, daranno vita a conversazioni. Finiranno nel tuo diario. In un racconto, in dei versi, in una lettera.
  • Perdi la dipendenza fisica dal telefono: perché lo guardavi in continuazione? Per le notifiche. Il telefono torna ad essere uno strumento, non la prosecuzione della tua mano. Sta in tasca. Tanto gli sms non li spedisce più nessuno. E tu non hai whatsapp. Non serve averlo sul tavolo o in mano in attesa di una telefonata, no?
  • Ancora sulle notifiche: prima spezzavano le ore, frammentavano la tua giornata. Ora il tempo è fluido, come quando cammini nei boschi. Spesso non sai che ora è, né te lo chiedi.
  • Se non sei un fotografo torni a essere un non fotografo. Non avendo nessuno a cui fare vedere la foto della strada scattata dalla tua finestra, a che pro scattarla? Se non sei un editorialista smetti di commentare qualsiasi cosa. Smetti di essere quello che non sei.
  • Gli amici cominciano a scriverti o telefonarti per chiederti dove ti trovi, cosa fai, come stai. Prima no, lo vedevano da fb che eri vivo. È bello quando qualcuno ti chiede come stai. Non ti chiedono cosa ne pensi della crisi internazionale, dell’ultimo caso di cronaca, del video coi gattini che montano i topolini. Ti chiedono solo come stai.
  • Prima ti barcamenavi tra decine di chat su messenger. Ti seppellivano valanghe di emoticon, faccine, gif. Ora le persone sono costrette a verbalizzare per interagire con te: scrivere una mail, impiegare del tempo. Scrivere una lettera costa fatica, chi lo farà avrà probabilmente qualcosa di importante da dirti.
  • Torni ad apprezzare gli sms. Quando te ne arriva uno non sei costretto a rispondere immediatamente. Chi te l’ha mandato non sa se l’hai letto. Hai tutto il tempo che vuoi, anche giorni. Soppeserai le parole. Riprenderai confidenza con la punteggiatura.
  • Torni ad apprezzare la mail. Non quella di lavoro. Caro, cara, è da tanto tempo che, vorrei farti capire come, spero di vederti presto, ti mando un abbraccio, stai bene, fatti sentire. La forma della lettera, la sua durata, l’attesa di una risposta covata a lungo.
  • La concentrazione: fare qualcosa senza essere interrotti ogni minuto. Svolgere un lavoro con cura e in meno tempo. Scendere in profondità.
  • Soprattutto: senti che stai recuperando la dimensione del segreto. Nessuno sa dove sei. Cosa stai facendo. Quale direzione sta prendendo la tua vita (forse nemmeno tu).

Lati negativi (in particolare se usi i social per lavoro):

  • Realizzi che di un lungo elenco di persone non hai né mail né telefono.
  • Ti perdi molte iniziative.
  • Hai la sensazione di essere tagliato fuori.
Monte de la Costilla - Fuerteventura

Monte de la Costilla – Fuerteventura

Bilancio

Come si vive senza facebook e senza social? Bene. Ma se il tuo proposito era “tornare alla vita di prima” non l’hai compiuto: è impossibile tornare indietro, fattene una ragione. Sarebbe possibile solo se tutti si scollegassero. Quindi, che fare? Magari darsi delle regole: non connettersi ogni giorno, o farlo dal computer e non dal telefono, o prendersi dei periodi di pausa periodicamente, o spiegare alle persone che, se ti scriveranno utilizzando un servizio di messaggistica istantanea, non risponderai immediatamente. O tutte queste cose assieme. Con la consapevolezza che è difficile, perché si tratta a tutti gli effetti di una dipendenza.
Oppure essere drastici: eliminare ogni profilo, scomparire.
È più facile smettere di fumare da un giorno all’altro o ridurre le sigarette gradualmente? A ciascuno il suo.
Buona dipendenza e buona disintossicazione a tutti.

Luigi Nacci

PS: le foto le ho scattate nelle ultime settimane

Parque de Timanfaya - Lanzarote

Parque de Timanfaya – Lanzarote

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Mettersi in cammino in inverno

Alto del Perdón - Camino de Santiago

Alto del Perdón – Camino de Santiago

Noi crediamo profondamente nella misura in cui viviamo profondamente, scrive Ralph Waldo Emerson. Un uomo profondo, aggiunge, crede nei miracoli e li aspetta, crede che l’amore possa esaltare il talento e superare ogni disparità, che un gran cuore possa attrarre grandi eventi. Secondo Emerson alcune persone sono fatte di rima, coincidenza, auspicio, periodicità e presagio, sono in grado di incontrare la persona che cercano, di sapere in anticipo ciò che il loro compagno si appresta a dire.

E come non pensare al suo amico Henry David Thoreau, colui il quale si è autonominato ispettore delle tormente di neve e dei temporali, che ha scelto il conforto dei boschi contro il comfort della città, che grida: «semplicità, semplicità, semplicità! Io dico, lasciate che i vostri affari siano due o tre e non cento o mille».

Condotta di vita di Emerson e Walden di Thoreau sono due libri che a Natale dovrebbero andare a ruba. Dovrebbe divorarli prima di tutto chi sogna di mettersi lo zaino in spalla e partire, farlo ora, in inverno. Sono pensatori che spronano a condurre una vita pienamente umana, ed è esattamente questo che possiamo sperare di trovare mettendoci in cammino.

Di guide che ci indicano le tappe, i km da fare, le varianti, i dislivelli, dove mangiare e dormire e quale abbigliamento indossare ne troviamo tante, ma rari sono i libri che meritano di essere portati nello zaino, quelli che ci sosterranno come bastoni nei momenti più duri. Lo sa anche Werner Herzog, l’autore di Sentieri nel ghiaccio, che due giorni dopo essere partito alla volta di Parigi, al capezzale di un’amica, si disfa delle carte stradali.

È in inverno che il viandante percepisce con forza il suo essere pellegrino – in senso largo, come intendeva Dante: creatura che ha abbandonato la sua patria, dall’identità labile, che attraversa i campi, potente perché senza necessità materiali, fragile perché lontana dagli affetti.

Chi si mette in cammino in inverno non è un turista. È esposto alle intemperie, si ferma poco per non assiderarsi, e passo dopo passo, mano a mano che i piedi divengono prima complici e poi sodali del fango, egli stringe amicizia con i venti del nord, con le buriane, si compiace dei sentieri sepolti dalla neve, ringrazia il sole quando sopraggiunge e non maledice le nubi nere.

Camminare in inverno è fare esperienza della propria piccolezza. Il cielo si abbassa su di noi, tra noi e la meta di giornata ci sono chilometri di freddo e fatica, non ci sono piante rigogliose né frutti a ristorarci, la natura sembra morta, possiamo avere la sensazione di camminare in un cimitero, eppure mai ci siamo sentiti così vivi.

«Ti prometto di renderti talmente vivo che / la polvere ti assorderà cadendo sopra i mobili, / che le sopracciglia diventeranno due ferite fresche / e ti parrà che i tuoi ricordi inizino / con la creazione del mondo» scrive la poetessa Nina Cassian. Così ci sentiamo, talmente nel pieno della vita da essere storditi da ogni minimo dettaglio: immersi nella quiete delle foreste e degli altopiani, accompagnati dalle orme degli animali selvatici, lontani da insediamenti antropici, finalmente riusciamo ad accogliere come un dono ogni novità.

Impariamo a benedire, cioè a dire bene. Diciamo bene del cacciatore che ci mostra la via, dell’anziana signora che ci offre un the caldo, dell’oste che ci sazia con la sua zuppa e del locandiere che non avendo letti liberi ci permette di bivaccare nella sua dispensa. Tutto è dono inaudito, tutti ringraziamo. Siamo così piccoli e vulnerabili da vedere come immenso ogni fenomeno, impagabile ogni gesto di ospitalità.

Quello che all’inizio ci era parso un cimitero ci sembra una casa calorosa in cui abitare con tutte le nostre passioni. Desideriamo di essere dove siamo. Non desideriamo di possedere nulla. Il poco che ci portiamo nello zaino è anzi superfluo. Arriviamo a concepire il pensiero di seppellirlo e procedere ancora più leggeri. Il bianco che ci circonda ci esorta a farci bianchi.

Che si sia seguaci del culto di Mitra, fedeli di una religione monoteistica, politeistica, agnostici, atei, che si sia vicini o alieni a qualsiasi credenza, i giorni che segnano il passaggio tra la fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno sono basilari. Ci richiamano ad una rinascita, ad una muta, una rivoluzione.

Nel 1799 Samuel Taylor Coleridge, impegnato in un viaggio invernale a piedi, di fronte ad un lago gelato esclama «quale scenario sublime ho contemplato!», spunta il sole, la nebbia si apre e paragona ciò che vede al Mar Rosso che si spalanca d’innanzi al popolo d’Israele. Tutto è stupore per il viandante, epifania, capovolgimento dei giudizi e delle prospettive.

Come si può avvertire il contrasto spettacolare tra la propria umanità spoglia e l’abbondanza polimorfica della Natura nelle strade intasate e convulse dello shopping? Come provare la meraviglia della prima volta davanti ad una vetrina? Come comparare la consapevolezza di non poter divenire proprietari del tramonto con l’arroganza compulsiva del consumismo selvaggio? In cammino ci rendiamo conto di non possedere nulla, nemmeno la nostra vita. Di non avere bisogno di nulla.

Ho trascorso molti dei miei ultimi inverni sulle vie verso Santiago de Compostela. Che cosa ricordo con più intensità? L’improvvisa nevicata sull’Alto del Perdón, i canti di estasi e solitudine sotto la pioggia incessante delle mesetas, la Cruz de Hierro sbucare da un tutt’uno di neve e nebbia, ma soprattutto le porte spalancate dei rifugi, le cene spartane preparate dagli hospitaleros, i volti splendenti dei pochi pellegrini incrociati laddove i sentieri si biforcano e ci si dice addio. Il freddo tagliente ha congelato quegli incontri, li ha scolpiti nel ghiaccio, ne sono rimaste statue che occupano la memoria. Sono sculture che ritraggono eventi irripetibili: abbracci di uomini silenziosi, sulla strada aperta.

«Il fatto fondamentale dell’esistenza umana è l’uomo con l’uomo», scrive Martin Buber. L’umano sorge dalla relazione, e l’incontro può avvenire solo se c’è apertura, disposizione al rischio, desiderio di comprendersi. Ciò che è difficile a dirsi nel tran tran del quotidiano, in cammino si fa naturalmente. Si divide il pane senza esitare e per questo si è, gli uni per gli altri, compagni. Si esce fuori dalle foreste, perciò si è forestieri. Ci si nasconde dalle luci della città e della ribalta, ci si confonde con la boscaglia, perciò si è clandestini.

Celebrare il Natale e le feste in cammino, che si creda o no, è mettersi sulla strada della semplicità e del sacro. Non è una fuga, corrisponde semmai ad un’intensificazione della propria umanità, un centrarsi. Viaggiando a piedi, scrive Patrick Leigh Fermor, «è impossibile tenersi in disparte».

Chissà se pensava a queste cose Robert Walser, o almeno a parte di esse, il 25 dicembre del 1956, quando spirò nella neve della sua ultima passeggiata.

Luigi Nacci


(pubblicato su “L’Ordine” – l’inserto culturale de “La Provincia di Como e Sondrio” del 18 dicembre 2016, a cura di Pietro Berra – con il titolo ‘In cammino si ritrova la dimensione umana’)

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Viandanza. Il cammino come educazione sentimentale (Laterza, 2016)

Viandanza. Il cammino come educazione sentimentale

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Una MARCIA DEGLI ZAINI per Trieste

 

Viandanti a Trieste

Viandanti a Trieste

I veci che ‘speta la morte.
I la ‘speta a marina sui muci
tondi de corde;
ne le ombre d’i casoti,
cuciai par tera;
in tre, in quatro insieme.
Ma ziti.
Virgilio Giotti, I veci che ‘speta la morte

 

Una delle più dense, memorabili poesie del Novecento l’ha scritta Virgilio Giotti, all’anagrafe Virgilio Schönbeck. Si intitola I veci che speta la morte. Parla dei vecchi che attendono la morte, seduti sulle porte, sui muretti, con la pipa in bocca, davanti alle case, in strada, sulle seggiole, con le mani sulle ginocchia, accucciati per terra, zitti, fumando mozziconi raccolti da terra, seduti davanti ai caffè, buttati ovunque, soli e silenti, mentre intorno a loro i ragazzi giocano, schiamazzano, urlano i lavoratori del porto, bighellonano i perdigiorno, c’è caos, c’è vita intorno a loro, ma loro aspettano, non fanno, non producono, restano immobili, abitano la strada con il fumo e il silenzio.

Anche Saba si raffigura in strada, seduto a mezza via godendosi una birra amara, dentro a una città, Trieste, che pullula di osterie, di covi di baldracche, di ubriachi, di garzoni che s’involano con le carriole, fracasso e canto, marinai che piangono nelle taverne, città simile a un ragazzaccio aspro e vorace, con un’aria tormentosa, una città viva, viva soprattutto grazie alle figure che la animano:

Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;

I due migliori poeti che Trieste abbia avuto hanno celebrato la vita in strada. L’anima popolare della città, quella delle betole, delle osterie, degli scaricatori di porto, del negron parlato dagli umili, del vino onnipresente, chiamato “lubrificante”, “paitz”, “vernise”, “patita”, “garganella”, “balsamo” e così via, cuore pulsante di tutte le canzoni che ci siamo tramandati per decenni sulle panche di un’osmiza. Abbiamo invocato il vino come un dio, abbiamo cantato di ubriachi che dormivano in strada perché non trovavano le chiavi del portone, abbiamo glorificato l’allegria e abbiamo sempre nelle orecchie el can de Trieste di Luttazzi, el can nato in un’osteria, che solo davanti a un fiasco de vin el fa le feste. E delle scorribande notturne di Joyce vogliamo parlare?

Insomma, cari amministratori di Trieste, io credo che voi conosciate assai male la storia di questa città. Oppure la conoscete e agite in malafede. Quale delle due? Volete multare chi si siede, si sdraia o bivacca in strada, in piazza, sui marciapiedi, sulle panchine, chi beve o fuma nei giardini pubblici, chi addirittura dà del denaro ai mendicanti. E tutto questo in nome di un supposto decoro dell’ambiente urbano. Fate tali affermazioni lasciando intendere che si debba tornare indietro, ad un imprecisato tempo in cui la città era prospera. Ma è proprio qui che sbagliate: Trieste è stata prospera quando regnava il disordine, quando ci vivevano almeno cinquantamila persone più di oggi, le vie erano un turbinio di genti e lingue, la città intera era un bivacco a cielo aperto, un vero e proprio casino.

Avete in mente una città-cartolina, finta, algida, asettica, con alberi di Natale da vedere ma non da toccare, con i poveri e gli ultimi cacciati via affinché non siano visti dai turisti. Un po’ come i quartieri residenziali che in Sud America, in Africa e in Asia vengono recintati e vigilati da guardie private affinché gli abitanti delle baraccopoli non possano entrare. Che me ne faccio di una città se non posso viverla con tutto il mio corpo, se non posso osservarla dallo spazio dolce di un muretto, se non posso bighellonare gettando occhiate ai suoi cornicioni e ai suoi vicoli, se non posso prendere il sole gettato a terra, mangiare un panino o bere una birra guardando il mare? Voi ci volete soltanto come consumatori, ci volete vedere sulle panchine in lego dei centri commerciali, intenti a pensare il prossimo inutile acquisto, ci volete alcolisti ma solo dentro i bar, non fuori, ci volete tabagisti dentro la solitudine delle nostre case, ci volete soli, molto soli, inebetiti, ci volete chiusi in casa, ci volete zombie. A voi non frega niente di noi.

Voi evidentemente non sapete che a Trieste per secoli sono transitati pellegrini, quelli sporchi, quelli che avevano fatto testamento prima di partire e non avevano nulla da perdere, che avevano poco e proprio per questo facevano l’elemosina. A piedi sono passati mercanti, pastori, contrabbandieri, briganti, venditori ambulanti, donne del latte e delle uova, venditori di salsicce, ciarlatani, musicisti, artisti, abitanti della strada di ogni sorta. Per lo più poveri, spesso bestemmiatori – studiate la storia della chiesa di Santa Maria in Siaris, in Val Rosandra – e avvinazzati. Erano tutti viandanti. Abitavano la strada. Davano vita e vigore alle nostre terre.

Ecco perché non si può permettervi di portare avanti questo progetto. Non si tratta di ribellarsi a delle multe. In gioco c’è la storia di questa città di confine, di ciò che un tempo è stato un fantastico bordello a cielo aperto. Laico, multiculturale, plurilinguistico, tollerante. Per questo lancio una piccola proposta a tutti coloro che non la pensano come voi: una MARCIA DEGLI ZAINI. Marcia forse non è la parola giusta, ma in fondo ci sono degli esempi illustri, dalla Marcia del sale a quella per la pace. Prendiamo ciascuno uno zaino e indossiamolo, facciamoci viandanti e attraversiamo la città, sedendoci per terra o sulle panchine per riposare, per mangiare, bere, per incrociare sguardi senza fiatare, per non fare nulla. I viandanti sono creature di pace, abitano la strada senza esserne i padroni. Non sporcano, non lasciano tracce.

Una MARCIA DEGLI ZAINI senza bandiere, senza colori politici. La potremmo fare il 21 dicembre, il giorno che convenzionalmente chiamiamo solstizio d’inverno, il giorno più corto – come un passo – e allo stesso tempo preludio di giornate lunghe – quanto le vie che dobbiamo percorrere. Io sarò con il mio zaino in Largo Barriera, rione popolare, alle 6 del pomeriggio. Se altri vorranno ci troveremo lì e inizieremo a camminare assieme verso il mare. Se non verrà nessuno mi incamminerò da solo. Non ci sarà bisogno di gridare slogan. Saranno i piedi a parlare.

La strada è di tutti.

Luigi Nacci

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