A Venezia a piedi. Senza lasciare traccia

A Venezia a piedi, per l’ennesima volta. Ma prima faccio un passo indietro.

All’arrivo di Alessandro Magno, i saggi indiani si riunirono su un prato per salutarlo. Cosa fecero? Batterono i piedi sul suolo. Così facendo affermarono che nessuno possiede più terra di quella su cui cammina. Mondonis, uno tra i più saggi, sostenne di essere superiore ad Alessandro, perché aveva sottomesso i propri bisogni, mentre il conquistatore aveva solo sottomesso la terra (se vi interessa approfondire: Strabone, Eric J. Leed).

Il 20 aprile, con i Rolling Claps, il gruppo di viandanti di cui faccio parte, partiremo da Verona e lungo un intreccio di antiche vie arriveremo a Venezia il 24 sera, per poter così risvegliarci il giorno della Liberazione con le scarpe incrostate di fango e uno zaino precario sulle spalle, sulla strada. Lo facciamo ogni anno dal 2010, è una tradizione che non possiamo mancare.

Perché quella citazione? Perché se c’è una cosa che non abbiamo fatto in 9 anni di viandanza è attaccare adesivi sui pali della luce. Non abbiamo verniciato alberi, non abbiamo lasciato segni del nostro passaggio. Avremmo potuto, certo. Lo fanno tutti. Gruppi, associazioni, singoli, tutti armati di marchi che certificano che quel sentiero o quell’itinerario lo hanno ideato loro, o lo hanno ripristinato, messo a posto. Dicono: ora camminateci tutti! Ma ricordatevi che siamo stati noi a renderlo possibile. Insomma godete dei passi ma sappiate che il merito è nostro.

Noi crediamo, invece, che la strada sia di tutti. E che nessuno possa inventare nulla, perché le strade su cui camminiamo, o andiamo in bicicletta o in macchina, sono state aperte decenni, o secoli, addirittura millenni prima di noi. I Romani, per limitarci alle nostre zone, hanno il più delle volte costruito su piste anteriori, e dopo di loro pellegrini, mercanti, soldati, pastori, briganti, profughi le hanno battute. A noi interessa riportarle in vita, fare sì che riemergano nella memoria collettiva, non ci interessa marchiare un bivio con la nostra pipì. Non dobbiamo delimitare nulla. Semmai, i limiti, ci preme spostarli  – almeno tentarci.

Siamo partiti a piedi in direzione Venezia da Trieste, Tarvisio, Ravenna, Cividale, Erto, Majano, Timau. Quando abbiamo incominciato, nelle nostre terre non incontravamo nessuno (nessuno, sul serio). I camminatori preferivano le montagne, la pianura e i colli erano roba da passeggiatori della domenica. Speravamo di essere un piccolo esempio: ehi, volevamo dire agli altri, ai pochi che leggevano i nostri diari semiseri, se ce l’abbiamo fatta noi, che non siamo sportivi, che siamo disorganizzati e che trascorriamo più tempo fermi sulle panchine che a macinare chilometri, ce la può fare chiunque.

I diari semiseri: gli unici semi che abbiamo gettato. Non mappe, non tracciati GPS, ma cronache sbilenche scritte in palestre semibuie a fine tappa, con riferimenti vaghi ai luoghi che avevamo attraversato. E quando la gente ci scriveva per chiederci il percorso, dicevamo: leggi i diari e capirai più o meno dove siamo passati. Non lo facevamo per custodire chissà quale sapere, ma per spronare gli altri a studiare le mappe come avevamo fatto noi, a recarsi in biblioteca per consultare trattati medievali sul pellegrinaggio e sugli ospitali, sulle transumanze e le migrazioni degli ultimi due secoli…

Oggi molte cose sono cambiate. Sull’onda di Santiago, della Francigena e dell’anno nazionale dei cammini, si sono create vie dappertutto. Sono arrivati finanziamenti per la segnaletica e la promozione (molto meno per l’accoglienza), col risultato che molta gente si mette in cammino nei boschi e nelle campagne dietro casa. Questo è un bene, è ciò che ci auguravamo, non pensavamo però che sarebbero sorte vie iper-segnate. Paradossalmente, agli incroci non si sa più quale freccia seguire. Nel dubbio si può scaricare la traccia GPS, consultare un depliant, chiamare un ufficio informazioni. L’importante, dicono, è non perdersi.

Noi continuiamo, per quanto irrilevante possa essere la nostra esperienza, a credere che perdersi sia fondamentale. Che ciascuno abbia la possibilità di costruire una via e percorrerla al suo ritmo, che ciascuno abbia il sacrosanto diritto di perdersi, chiedere aiuto a un contadino, farsi ospitare a casa sua, mettersi in relazione con le persone che vivono nei piccoli borghi, imparare dall’imprevisto. Gli incontri eccezionali avvengono sempre quando ci si perde.

Insomma, per l’ennesima volta andiamo a Venezia. Non lo facciamo per lasciare un segno, né per portare la pace nel mondo o per diventare i paladini dei viandanti, né per raccogliere fondi o per girare un documentario, né per raccogliere informazioni che serviranno a un progetto, a un bando, a un festival o a quel che volete. Sono tutte ragioni probabilmente rispettabili, ma noi andiamo così, andiamo per andare, andiamo senza ragione. Per stare insieme, per coltivare amicizie, per sottrarci per alcuni giorni al tritacarne quotidiano, per capire come cambia il paesaggio, per prendere nota di ciò che non va e per ringraziare chi si adopera, spesso nell’anonimato, per il bene collettivo. Come pellegrini in senso lato, cioè forestieri, perdigiorno, vagabondi, gente di poco conto. Ci divertiamo molto, ci prendiamo in giro, ci prendiamo assai poco sul serio e ci vogliamo molto bene. Se volete trovarci, cercateci sulla strada. Chiedete in giro se ci hanno visto passare.

Andiamo a Venezia, ma Venezia non è la meta.

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Dire no

«Dal cielo si voleva rivelare a Rabbi Schlomo la lingua degli uccelli, la lingua delle palme e la lingua degli angeli servitori. Ma egli rifiutò di riceverle prima di sapere quale importanza ciascuna avesse per il servizio di Dio. Soltanto quando questo gli fu fatto sapere, le accettò e da allora servì Dio anche con esse».
Martin Buber, Storie e leggende chassidiche

 

Viviamo nell’epoca del sì. Veniamo spronati a dirlo in continuazione. Ti stanno proponendo un lavoro sottopagato e senza garanzie? Di’ di sì, sempre meglio un lavoro che niente. I colleghi ti hanno invitato a una cena? Di’ di sì, lascia i tuoi figli ai vicini, fingi di non essere stanco, vacci altrimenti la tua carriera vacillerà. Di’ di sì al viaggio che non vuoi fare per salvare la tua relazione di coppia, di’ di sì alla persona che ti ha invitato a uscire, anche se non ti piace, portala a letto, aggiungi un trofeo alla tua stanza segreta dei trofei. Di’ di sì a chi ti ha invitato alla presentazione del suo libro, anche se del suo libro e dei suoi libri precedenti non ti importa niente, perché prima o poi la sua benevolenza potrebbe tornarti utile. Di’ di sì a tuo figlio prima che glielo dica tua moglie o tuo marito, prima dei nonni, arriva tu per primo.

La maggior parte dei sì li pronunciamo ad occhi bassi. Sono dei sì per quieto vivere, per convenienza, per conformismo, per non perdere una certa quantità di potere o per sperare di acquisirla, per paura di essere messi da parte. Se non gli dico sì adesso, non me lo chiederà più. Potrebbe essere la mia ultima occasione. I social network non fanno che esasperare questa tendenza: cliccando “mi piace” noi diciamo sì. Sì, la tua foto è stupenda. Sì, è bella. Sì, non è bella e non mi interessa ma dico sì lo stesso, perché ti sono amico, perché ti voglio supportare, o perché voglio che tu veda il mio sì, in modo che prima o poi tu possa ricambiare. Non esiste il tasto no, non mi piace, non va. Creerebbe conflitto. Saremmo costretti a motivare il nostro diniego. Si litigherebbe. Si perderebbe del tempo. Siamo impazienti. Diciamo sì spesso per velocizzare il corso degli eventi. Stringere un patto, avviare una collaborazione, far cominciare una relazione nonostante sappiamo non ci porterà nulla di buono. Dire sì e dirlo subito.

Il no è sparito dai nostri giorni. Ci sembra che dirlo corrisponda ad un arresto o a un arretramento. Tutto procede a velocità assurde, tutti corrono in tutte le direzioni ed io che faccio, dico no? Bisogna crescere, produrre, aumentare la visibilità, avere delle idee e realizzarle prima che te le rubino, chi si ferma è perduto. Eppure, quando su facebook ci troviamo di fronte a una fotografia in cui un uomo, in mezzo a una massa di uomini con il braccio teso, resta immobile con le braccia lungo il corpo, ci blocchiamo di colpo. Osserviamo l’uomo che dice no e lo ammiriamo. Che sia vera o sia un fotomontaggio, condividiamo quell’immagine e come noi lo fanno migliaia di persone.
Lo facciamo, credo, perché nascosto dentro di noi c’è un no che scalpita e che brama di uscire. Alcuni di noi lo scrivono sugli striscioni e scendono nelle piazze. No alla violenza gridano, no a questa riforma, no alla guerra no e poi no. Dire no in cento, in mille, spaventa meno che essere da soli a dirlo. Ecco perché ammiriamo quell’uomo che non alza il braccio. O l’uomo che pochi giorni fa ha sacrificato la sua vita per salvarne altre, in Francia. È un eroe perché ha detto no e lo ha messo in pratica offrendo l’unico bene di cui disponeva.

Dire no non significa restare immobili. Gli alberi ce lo insegnano bene. Nel bosco vince, cioè sopravvive, chi diventa più alto degli altri per catturare la luce. Chi non ce la fa deve aspettare che l’albero che gli fa ombra muoia, ed essere pronto quando avverrà. Potrebbe avvenire tra 150 anni. Intanto l’albero più piccolo dice no. Non è ancora il momento. Certo, potrebbe morire nel frattempo, attaccato da parassiti o abbattuto da una buriana, ma per il momento è no. Non è questo il momento. Ci vuole pazienza.

Ci sono molti tipi di no. I professori che dissero no a Mussolini e non gli giurarono fedeltà. Il no di Sartre al Premio Nobel, perché uno scrittore deve rifiutarsi di trasformarsi in un’istituzione. Il no di Thoreau a versare le tasse di un governo di cui non condivide la politica, perché, scrisse, «mi costa meno, in ogni senso, incorrere nella pena per la disubbidienza allo Stato, di quanto mi costerebbe ubbidirgli». Di rifiuti che sono entrati nella Storia ce ne sono tanti, restano impressi nelle nostre memorie. Ma non ci sono solo i no di disubbidienza e di rivolta. Ci sono i no, ad esempio, che servono a mettere sulla buona strada, come quelli che diciamo ai nostri figli. È per il tuo bene, diciamo.

E allora perché non dire no anche noi, più spesso, nel quotidiano, per fare il nostro bene? Per rimetterci sulla buona strada? Io ho cominciato a dire no negli ultimi anni. Al principio ero spaventato dalla reazione degli altri. Avevo paura di perdere delle opportunità. Anche le persone che mi erano accanto mi dicevano di dire sì, di provare, poi se non ti piace te ne vai, mi dicevano, hai sempre tempo per cambiare idea. Lo dicevano con affetto, ma era anche un modo per giustificare i loro sì. Se avessi detto sì anch’io si sarebbero sentiti meno soli, più convinti della loro decisione.

Non so se siano stati i libri, il cammino, l’insegnamento dei miei genitori o parte di quella sapienza che avevo intravisto in alcuni viandanti, una sorta di saggezza del no che era gravida di molti altri sì, sì alle porte aperte e al pane diviso, sì alla strada se è di tutti, se tutti possono abitarla, no ai fili spinati e ai muri che ostacolano il cammino, no ai marchi e i segni sui pali e sugli alberi, come a dire: questo sentiero è mio. No, non è tuo, non è mio, non siamo che creature di passaggio. Forse tutte queste cose assieme. Ho cominciato a dire no. E mi sono sentito meglio. No a un lavoro sottopagato e umiliante. No a un lavoro che mi impedisca di avere il tempo necessario alla scrittura, allo studio, ai viaggi, ad amare chi voglio amare con pienezza, soprattutto che mi impedisca di cercare la mia piccola strada, anche se questo significasse andare a zonzo senza meta per le vie della città o andare a trovare a piedi un amico che vive a migliaia di chilometri, non sapendo se l’amico vive ancora lì, se mi vuole rivedere, se è vivo. No agli amici che sono rimasti al tempo dei nostri vent’anni, come se fosse possibile custodire un’amicizia solo nel ricordo di ciò che siamo stati. No ai progetti fatti solo per guadagnare del denaro. Noi ai progetti senza passione. No alle situazioni in cui si afferma un’ingiustizia.

Ma anche no più lievi, dati come carezze: no perché non ci credo fino in fondo, o perché non sono all’altezza, perché sarebbe meglio coinvolgere altre persone, c’è chi ne ha più bisogno di me, c’è chi lo merita più di me, o perché non è questo il momento, perché avverto un disagio a parteciparvi, scusami, perché in questo periodo ho la testa da un’altra parte, non sono concentrato, mi sono perso, ho voluto perdermi, dovevo farlo, aspettami e tornerò, mi aspetterai? O i no difficili: perché sono cambiato, siamo cambianti entrambi, siamo su vie che non si incrociano, almeno non ora, non così, ma voglio il tuo bene, prego che ti sia lunga la via. O i no che aprono dei varchi inaspettati: si chiude un cancello e poco dopo qualcuno ti indica un’altra entrata laterale, e ti porge una mano, e ti senti meno solo. O i no sbagliati: quando avresti dovuto dire sì e ormai è troppo tardi per tornare indietro. I no sbagliati, quando li riconosci, sono fondamentali. Aiutano a sgretolare l’orgoglio e l’opinione che si ha di sé.
Tanti no differenti, al punto che potrebbero essere divisi in regni, sottoregni, classi, ordini, famiglie, generi…

L’ultimo no che ho pronunciato è a una manifestazione letteraria. Di no a rassegne e presentazioni mi è capitato di dirne spesso ultimamente – non ne vado fiero, non mi sto appuntando delle spille sul petto – e di solito le ragioni sono le stesse. Cattiva organizzazione (cambi continui di date e orari, mancanza di conferme su spostamenti e alloggi), superficialità o maleducazione nell’approccio (ehi tu, ci hanno detto che sei bravo, perché non vieni al nostro bellissimo festival?), mancanza di rispetto per il proprio lavoro (ovviamente non abbiamo un euro da darti, ma in fondo i libri mica si fanno per campare, no?) eccetera (ne parlai diffusamente qui).

Dicevo dell’ultimo no. Sono stato invitato a partecipare a un evento collaterale del Salone del Libro di Torino. Si sarebbe dovuto svolgere a Trieste, in collaborazione con la biblioteca comunale. Trattandosi di una Festa Mobile, questo è il nome dell’iniziativa del Salone, ed essendo il co-organizzatore in loco la biblioteca diffusa, avremmo realizzato l’incontro in un posto non convenzionale, all’aria aperta, probabilmente su un sentiero del Carso. Avrei dovuto scegliere un libro che amo e leggerne brani per 30-45 minuti. Immaginavo molti autori sparsi per l’Italia con in mano i propri libri prediletti e i video di quelle letture proiettati a Torino. Invece no, nessuna registrazione. Nessun collegamento con Torino a parte uno scambio di loghi sulle locandine. Infine mi è stato detto che il mio compenso sarebbe corrisposto a dei cioccolatini. Torinesi, ça va sans dire. Quale è il senso di tutto ciò? Poter rimpolpare il già nutrito programma del Salone scrivendo che ci sono delle letture in contemporanea in tutta Italia? Si crea così una rete? Non invece coinvolgendo con pazienza le biblioteche in un progetto condiviso, che lasci un segno, che semini, e dotandole di fondi, anche se minimi, che notoriamente non hanno? E poi: si riconosce il lavoro di un autore pagandolo con del cioccolato? Mi è venuto spontaneo dire no. Anni fa avrei esitato a lungo prima di rispondere. Ora mi sembra la cosa migliore che potessi fare. Cambierò idea? Chi lo sa, contraddirsi è sano. Ma sano è anche, scriveva Thoreau, vivere rispettando se stessi.
Ho detto alla biblioteca che naturalmente sono disponibile in futuro a leggere dal libro che avevo in mente, coinvolgendo dei giovani. Quello lo farò con molto piacere, sì, un sì rotondo, da dirsi a voce alta. Andremo in Carso, ciascuno porterà nello zaino qualcosa da mangiare e da leggere per condividerlo con gli altri.

Il libro che avevo in mente è Il mio Carso di Scipio Slataper. È un’opera dimenticata, piena di dubbi, di sì che vorrebbero essere detti, di no da affrontare, no come pietre calcaree. Il travaglio di un uomo che sta cercando la sua strada. Ne trascrivo un breve passo, come augurio per tutti noi, affinché troviamo la calma, la forza e la leggerezza per dire sì e no quando riteniamo giusto farlo, senza mentire a noi stessi, o perlomeno senza mentire troppo.
«Perché non sai cos’è il bene, ma senti chiaramente cos’è il meglio. Il patimento è buono, se esige da te un più profondo dovere. Così tu ti allarghi nel mistero, nutrendoti di lui, e le sue tenebre diventano sole nella tua anima».

 

 

 

 

 

 

 

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La biblioteca del viandante

 

In quale scaffale andrebbero riposti i libri di Henry David Thoreau, Patrick Leigh Fermor, Bruce Chatwin o La passeggiata di Robert Walser, o le passeggiate di Jean–Jacques Rousseau o quelle notturne di Charles Dickens? O i versi del Preludio di William Wordsworth, o quelli vagabondi di Jack Kerouac e Frank O’Hara, o la descrizione del pellegrinaggio a La Verna nei Canti Orfici di Dino Campana? E le pagine che narrano il ritorno a casa di Primo Levi ne La tregua? E la flânerie porteña di Roberto Arlt? E il pellegrinaggio in Oriente di Herman Hesse, o i sentieri ghiacciati di Werner Herzog, o i deserti di Mary Austin o il diario acquatico di Roger Deakin, l’umorismo di fiumi e boschi di Jerome K. Jerome e Bill Bryson, o le pagine dense di Cees Noteboom verso Santiago? E le riflessioni sul cammino e sul camminare di Rebecca Solnit, David Le Breton, Frédéric Gros, Duccio Demetrio, Francesco Careri, Adriano Labbucci?

E le prove recenti di autori che si sono messi in cammino, chi nella foresta, chi sulle tangenziali, chi tra le vette, chi sui grandi itinerari di pellegrinaggio, chi nelle periferie urbane, in compagnia della propria ombra o con gli altri, umani o animali, come Wu Ming 1 e 2, Bernard Ollivier, Gianni Biondillo, Paolo Rumiz, Davide Sapienza, Paolo Ciampi, Andrea Bocconi, Franco Michieli, Tiziano Fratus, Claudio Visentin, Roberta Ferraris, Émeric Fisset, Enrico Brizzi, Luca Gianotti, Jean-Christophe Rufin, Pino Cacucci, Paolo Cognetti, Thomas Espedal, Robert Macfarlane, Antonio Moresco e quanti altri ancora? Ad oggi molte di queste opere vagano da uno scaffale all’altro, costrette a un nomadismo senza sosta tra il reparto della letteratura di viaggio, della spiritualità, della filosofia, della poesia, della storia, dell’alpinismo, o spaesate in quello delle guide turistiche o del fantomatico scaffale del benessere e dello sport.

Sogno – di giorno, ad occhi spalancati – che nelle biblioteche e nelle librerie sorga finalmente lo scaffale della viandanza. Una radura, un caravanserraglio, un bivacco, una panchina, un luogo in cui opere senza patria possano riposare prima di rimettersi in marcia. Che siano scritte in versi o in prosa, che raccontino di un omicidio sul sentiero o raccolgano le testimonianze di grandi pensatori che hanno teorizzato camminando, che siano romanzi o saggi o siano ibridi, macchine anfibie, esse appartengono alla stessa famiglia, quella della strada aperta, tanto per citare un verso caro di Walt Whitman.

Per tale ragione, assieme agli amici di Ediciclo, una casa editrice pioniera della letteratura della strada in Italia, ho pensato ad una collana. Si chiama “La biblioteca del viandante”, è nata nell’autunno 2016. Una casa precaria, piccola e temporanea, per opere scritte o pensate con i piedi. La curo e mi cura a sua volta. Poche opere, una all’anno, forse due al massimo. Nessuna fretta.
Qui sotto, lettore, puoi trovare le copertine – illustrate da Fabio Consoli – delle opere uscite ad oggi. Si tratta di Maldifiume di Simona Baldanzi e Io cammino da sola di Alessandra Beltrame. Sono andate bene, continuano ad andare bene, a circolare, ad essere presentate, a far discutere. Il prossimo libro, in uscita a marzo 2018, sarà annunciato a giorni. Buona lettura, buoni passi, buone soste.

L.N.

Cosa è diventato l’Arno? Cosa ce ne facciamo oggi di questo immenso fiume? Cosa ce ne facciamo di tutti i nostri fiumi? Questo libro non è una camminata di memoria tra le correnti. È invece il racconto denso, appassionato e puntuale di un viaggio di ricerca, di ascolto e di scoperte, fatto a piedi, in bici, in barca, in auto; un viaggio lento e popolato da domande che cambiano passo passo e onda dopo onda. È un viaggio per capire cosa c’è adesso, come viviamo questo fiume che può essere tanti altri fiumi, che passa paesi, parchi, scheletri di un lavoro che non c’è più o germoglio di uno da inventare; questo fiume che si muove vicino ad autostrade, che sibila sotto i ponti, che si agita o stagna, che divide comunità in due rive, che attrae e spaventa insieme. Acqua restia a barriere e confini, che pare ingovernabile eppure diventa metafora della politica, del fare e disfare comunità. Una vena scoperta a cui spesso abbiamo dato le spalle, ma che scava, cambia, pulsa non solo nei territori, ma anche dentro all’intimità di donne e uomini.

 

Non sei mai stata tanto sola come lo sei ora. Non hai né un marito, né un figlio, né un compagno o un amico stretto, un socio, un partner con cui condividere una vita. Da più di dieci anni non hai più i genitori. Allora parti, ti metti in cammino. E ricordi. I passi sono come rintocchi, calpesti la terra dei tuoi padri ed è come se li resuscitassi. Comincia così un duro viaggio in compagnia dei tuoi demoni. Sei una bambina tormentata, un’adolescente infelice, una ragazza attraversata da sofferenza e dolore. Fai carriera, hai successo, eppure stai male, incontri la morte e non riesci a guardarla negli occhi, potresti dare la vita e scegli di non farlo. Abbandoni il lavoro, abbandoni la casa e parti. E oggi, che sei sulla strada e senti per la prima volta il peso della solitudine che ti ha accompagnata per tutta la vita, decidi di affrontarla, di capire perché la vuoi, la cerchi, la desideri così ardentemente. Contro tutto e tutti.

 

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Quando muore un viandante

marco e luigi

Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento,
chiudete i pianoforti, e tra un rollio smorzato
portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.

Incrocino aeroplani lamentosi lassù
e scrivano il messaggio Lui è Morto
W. H. Auden, Blues in memoria

a Marco Amadei

 

Certo si deve morire. E noi, sparuti sognatori diurni che ci onoriamo di far parte di quello che Thoreau definì l’Ordine dei Camminatori Erranti, la morte ce la portiamo nello zaino tutti i giorni. Noi che impazziamo in una casa dopo una settimana, e non facciamo carriera perché preferiamo sparire nei boschi, e trascorriamo ore incalcolabili di fronte alle mappe, e che veniamo irrisi come irresponsabili, e illusi, e scioperati, e oltremodo egoisti, noi però con l’addio abbiamo stretto un patto molto tempo fa.

Ci contiamo sulle dita di una mano. Siamo pochi, ci vogliamo bene a distanza, e quando ci vediamo è sulla strada, non abbiamo bisogno di parlare, ci camminiamo a fianco, ci scambiamo i sogni nel sonno, ripartiamo al mattino senza salutarci perché sappiamo che prima o poi un incrocio ci metterà di nuovo uno accanto all’altro. Noi crediamo nelle vie che conducono a un punto saliente. Lì ci dirigiamo, senza nominarlo.

Certo, si deve morire. E muoiono familiari, amici, colleghi, animali cari, che venendo meno ci tolgono il respiro, ci lasciano stupefatti. E allora eccoci chini sugli oggetti: «queste sono le cose dell’amico morto. / La loro forma si cambia con lo sguardo. / La pipa può diventare cigno, poi faro / la penna», scrive Slavko Mihalić. Ogni creatura che abbiamo amato rivive in un oggetto, prendiamo quell’oggetto e lo trasformiamo in amuleto, l’amuleto lo mettiamo nella tasca e con esso torniamo a vivere, o a sopravvivere.

Ma quando muore un viandante con cui hai diviso la strada aperta e null’altro, nessun oggetto ti resta di lui. La vostra era un’amicizia senza fondamenta, nemmeno un pilastro, foss’anche precario, a tenerla in piedi. La vostra era un’amicizia per l’amicizia, senza accordi, senza ricompense, senza promesse di aiuto, senza scambi di talismani, senza profitti, senza pettegolezzi, senza ragioni apparenti. Eravate amici perché sapevate di appartenere a quella plurisecolare schiera di erranti, pellegrini, perdigiorno che ha senso e ha vita pulsante soltanto nelle lontananze, negli abbracci dati sulle soglie, nelle inutili e impagabili esplorazioni dell’orizzonte.

Marco verso Finisterre agosto 2017

Conobbi Marco due anni fa, in inverno, sul Camino Francés. Arrivai a Trabadelo, un villaggio a meno di 20 km dal Cebreiro, molto tardi, alla fine di una tappa solitaria lunghissima. Quando ci incrociammo nei corridoi del rifugio ci riconoscemmo a prima vista. Ci fiutammo, più che altro, come due orsi nella faggeta ghiacciata dopo settimane di vagabondaggio. E il giorno dopo ci perdemmo, ciascuno nella sua neve. Ci ritrovammo ancora in Spagna, l’estate successiva, su un altro cammino diretto a ovest, alcuni giorni assieme e ci lasciammo un’altra volta senza salutarci. «Ci vediamo là» mi scriveva sempre nei suoi messaggi. «Là»: era Santiago? Finisterre? Era la Francigena, di cui parlavamo spesso, o la sua casa di Parma? No, era molto più preciso, circostanziato quel «là»: era il punto saliente, il metro quadro di polvere in cui ci saremmo incontrati.

Lo scorso agosto è accaduto a Santiago, in praza do Obradoiro. Da lì abbiamo camminato fino all’oceano. A Finisterre, a colazione, in un bar senza nome, ho finito di bere il caffè, ho inforcato lo zaino, l’ho abbracciato e me ne sono andato verso le scogliere. «Ci vediamo là», mi ha detto. E immediatamente è sorto in entrambi un sorriso, si è fatta largo in noi una forma di soddisfazione, come se avessimo finalmente individuato in quella sillaba il marchio del nostro legame.

Dopo qualche giorno Marco è tornato a casa e ha scoperto di essere ammalato. «Stavolta il cammino sarà tosto», mi ha scritto. Ma non una volta, in questi 3 mesi, che l’abbia sentito scoraggiato, che abbia smesso di sperare di tornare sulla strada. «Sempre avanti, mai un passo indietro» è stato il suo mantra fino alla fine. Anche quando sono andato a trovarlo in ospedale non abbiamo trascorso un minuto a ricordare ciò che era stato – eravamo proiettati nei giorni che sarebbero venuti, che verranno, svariati passi avanti a noi: la traversata pirenaica da fare assieme, l’idea di un’opera. «Scrivi un libro sulla mia vita»: mollare tutto, mettersi in cammino, ammalarsi, resistere. Non abbiamo avuto il tempo di coltivare quest’idea.

"camino de invierno", galicia, verano 2016

Della vita precedente di Marco, quella venuta prima di scoprire il cammino, non so quasi nulla. Mi pare si fosse occupato di pubblicità. Non mi interessa saperlo, non occupava i nostri discorsi. Noi parlavamo, quando parlavamo, usando l’indicativo futuro: partirò, prenderò quel sentiero poco dopo l’alba, non farò il biglietto di ritorno, non avrò paura, incontrerò delle creature che si prenderanno cura di me, godrò fino all’ultimo passo. So che gli ultimi 10 anni Marco li ha trascorsi così, questo mi basta.

Certo, si deve morire. Ma quando muore un viandante la strada si restringe. Si piegano gli abeti, nonostante l’assenza di vento. Crollano i pini neri, rotolano a valle accompagnati dagli sguardi tristi delle capre selvatiche, si schiantano nel letto secco del torrente. Il paesaggio si curva, le prospettive si chiudono. Capisci che a nessun incrocio apparirà il tuo amico. Non ti chiamerà dalla cima per spronarti a salire, non ti attenderà al rifugio. I sentieri saranno meno luminosi senza il suo passaggio. Starai sul selciato con un nodo alla gola.

Eppure, certo, cazzo, tornerai a calzare gli scarponi. Farai lo zaino con gli occhi lucidi. Oltrepasserai la soglia. Ti consegnerai un’altra volta al cammino. E molto presto, probabilmente già prima che finisca la prima tappa, l’amico verrà a trovarti. Sotto forma di poiana, o di cervo, o di fulmine, di ombra proiettata sulla falesia, e tu gli sorriderai come un tempo. Tornerete a parlare usando l’indicativo futuro, riderete il più possibile, farete qualche secondo di silenzio e poi vi separerete, come si conviene, senza salutarvi.

Ci vediamo , hermano mio.

marco

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Fai un regalo davvero inutile (intanto te ne faccio uno io)

Sono anni che dici, con l’avvicinarsi delle feste, «questa volta basta regali», e sono anni che, matematicamente, ti ritrovi la terza settimana di dicembre a comprare oggetti inutili, anche solo un paio, anche uno solo, anche se economico, perché c’è sempre qualcuno nella tua cerchia di amici o famigliari che, credente o no, un regalo te lo vuole fare, forse perché solo così può esprimerti una forma d’affetto. E tu hai vergogna a presentarti a mani vuote a casa sua, o non hai più voglia di cominciare la trita filippica sul consumismo e sul bla bla che sappiamo, e va a finire che ti presenti con un pacco contenente qualcosa di cui perderai memoria a breve, un oggetto senza prospettiva, azzardiamo: senza destino.

Allora stavolta cedi, non ti crucciare, fai tutti i regali che puoi permetterti, soprattutto inutili come si conviene. Dimmi, cosa c’è di più inutile, di più improduttivo e anacronistico della poesia? Un libro di poesia non solo non serve a niente, ma non ha scadenza, non passa di moda perché non è mai stato alla moda, è un pacco vuoto all’ennesima potenza, e ti reca un vantaggio: non avrai bisogno di conservare lo scontrino. Nessuno va a cambiare un libro di poesia perché ce l’ha già. Anche se lo regalassi a un poeta o un accanito lettore di versi (il 3% più o meno dell’intera popolazione di lettori) e quello già lo avesse, ti ringrazierebbe abbracciandoti, perché potrebbe essere un’edizione con delle varianti, o con una nuova prefazione, o se anche fosse la sua stessa identica edizione la potrebbe a sua volta regalare a qualcun altro. Insomma, oh, in un modo o nell’altro faresti un figurone.

Comincio io, se mi permetti: ti regalo, caro lettore, una antologia per l’anno che verrà. La puoi stampare e usarla a mo’ di calendario, aggiungerci qualche foto, qualche dedica, altre poesie che ti sono care, e magari regalarla a tua volta a qualcuno. Non sono le mie poesie preferite, non le ho scelte, diciamo che mi hanno scelto. Sono uscite da alcuni libri che conservo in casa, mi hanno chiesto educatamente di andarsene in giro a prendere aria. Sarà perché sono state tutte scritte da autori stranieri, e cominciava a stare loro stretta la lingua del mio soggiorno.

Edmond Jabés scrive «smisurata è l’ospitalità del libro», mentre Jorge Luis Borges, citando Ariosto, scrive che «un libro / perché esista davvero, è necessaria / l’aurora col tramonto, secoli, armi / e il vasto mare che unisce e divide». Io ti invito, caro lettore, a fidarti delle loro parole. Ti sprono, se posso, ad assemblare un libro di versi o a comprarne uno, facendoti consigliare da un piccolo libraio o da un amico che legge più di te, e a liberare quel potenziale di ospitalità, quel desiderio di aurora e vasti mari rappresi tra una parola e l’altra. Fa’ che tutta quella incommensurabile vacuità se ne vada per il mondo.
#Faiunregalodavveroinutile 
Buone feste.

 

GENNAIO

Le vie

Talvolta, avventurose, arrivano prima delle case
E io conosco vie che sono tornate nella pietra
Il passante per capriccio le ferisce con la scarpa
Solo gli ubriachi temono davanti a loro

Assonnate, tutta la notte le disturbano
E quando tutti se ne vanno e giunge l’ora del riposo
Si svegliano per la gioia di essere sole
Splendono al chiaro di luna

Si darebbero volentieri a qualcuno, ma non si possiedono
Guarda come si separano con lamenti all’incrocio
Odiano gli alberi perché non devono andare
Penso, sono le vie ad invocare i fulmini

(Slavko Mihalić, Le vie, in Un passo fuori, a cura di Marina Lipovac-Gatti, Jaca Book, Milano, 1990)

*

FEBBRAIO

Promemoria

Uno arrivaci e vedi di inserirti
due respira per risalire la china
tre non rischiare tutto in una volta
quattro fuggi dalla malinconia

cinque impara la nuova geografia
sei della siesta non ti privare mai
sette il futuro non sarà una festa
otto non avvilirti ancora

nove vai tu a sapere chi è forte
dieci non perdere la pazienza
undici non ti fidare della buona sorte

dodici risparmia l’ultimo addio
tredici non dare mai del tu alla morte
quattordici godi finché puoi

(Mario Benedetti, Promemoria, in Inventario, a cura di Martha L. Canfield, Le Lettere, Firenze, 2001)

*

MARZO

Scoperta

Credo nella grande scoperta.
Credo nell’uomo che farà la scoperta.
Credo nello sgomento dell’uomo che la farà.

Credo nel pallore del suo viso,
nella sua nausea, nel sudore gelato sul suo labbro.

Credo nei suoi appunti bruciati,
ridotti in cenere,
bruciati fino all’ultimo.

Credo nelle cifre sparpagliate,
sparpagliate senza rimpianto.

Credo nella fretta dell’uomo,
nei suoi gesti precisi,
nel suo libero arbitrio.

Credo nelle lavagne fracassate,
nei liquidi versati,
nei raggi spenti.

Affermo che ciò riuscirà,
che non sarà troppo tardi,
e che avverrà in assenza di testimoni.

Nessuno lo saprà, ne sono certa,
né la moglie, né la parete,
e neppure l’uccello – potrebbe cantare.

Credo nella mano che non si presta,
credo nella carriera spezzata,
credo nel lavoro di molti anni sprecato.
Credo nel segreto portato nella tomba.

Queste parole mi veleggiano sopra le regole.
Non cercano appoggio negli esempi.
La mia fede è forte, cieca e senza fondamento.

(Wisława Szymborska, Scoperta, in La gioia di scrivere, a cura di Pietro Marchesani, Adelphi, Milano, 2009)

*

APRILE

Dovunque andiamo

Dovunque andiamo, arriviamo sempre troppo tardi
a ciò che un tempo siamo partiti per trovare.
E in qualsiasi città ci fermiamo
sono le case cui è troppo tardi per tornare
i giardini in cui è troppo tardi per trascorrere una notte di luna
e le donne che è troppo tardi per amare
a tormentarci con la loro impalpabile presenza.

E qualsiasi strada ci sembri di conoscere
ci porta lontano dai giardini fioriti che cerchiamo
e che ci diffondono il loro pesante odore nel quartiere.
E a qualsiasi casa torniamo
arriviamo a notte troppo tarda per essere riconosciuti.
E in qualsiasi fiume ci specchiamo
vediamo noi stessi solo dopo aver voltato le spalle.

(Henrik Nordbrandt, Dovunque andiamo, in Il nostro amore è come Bisanzio, a cura di Bruno Berni, Donzelli, Roma, 2000)

*

MAGGIO

Quasi invisibile

e tuttavia
l’amore esiste
ovunque: in piccole nicchie
e luoghi nascosti nel paesaggio
pronto a riversarsi fuori

spesso pugnalato, calpestato
s’è nascosto nelle
crepe del muro e aspetta
il piccolo rettile dell’amore, sempre
pronto a cambiare colore

spesso cacciato come un angelo
che s’allontana battendo l’aria con le ali
spesso messo sotto una campana di vetro, in un paesaggio
dove cade la neve se si rovescia il vetro

tuttavia l’amore può scaturire

anche nella luce tremolante
dello schermo a raggi x
diviene visibile nel corpo
anche l’amore che non vedrà mai la luce:
gli embrioni gemelli con la loro corona
s’accarezzano dolcemente

(Paal-Helge Haugen, Quasi invisibile, in camminando nell’erica fiorita, a cura di Fulvio Ferrari, Lanfranchi, Milano, 1989)

*

GIUGNO

Quattromila giorni e notti

Per la nascita di una poesia,
dobbiamo uccidere
dobbiamo uccidere tanto
sparare, assassinare, avvelenare tante cose amate

Guarda,
per strappare solo la lingua tremante di un uccellino
ai cieli di quattromila giorni e notti,
abbiamo sparato
ai silenzi di quattromila notti e alle controluci di quattromila giorni

Ascolta,
per procurare le lacrime di un solo bambino affamato
da tutte le città piovose, dalle fornaci,
dal porto di mezza estate e dalle miniere di carbone,
abbiamo assassinato
gli amori di quattromila giorni e le pietà di quattromila notti

Ricordati,
per ottenere lo sgomento di un cane randagio
che vede quello che non vedono i nostri occhi,
che ascolta quello che non ascoltano le nostre orecchie,
abbiamo avvelenato
le immaginazioni di quattromila notti e i freddi ricordi di quattromila giorni

Per partorire una poesia,
dobbiamo uccidere le cose care
è questa l’unica via per risuscitare i morti
e la dobbiamo percorrere.

(Tamura Ryūichi, Quattromila giorni e notti, in Poesia della metamorfosi, a cura di Fabio Doplicher, Stilb, Roma, 1984)

*

LUGLIO

Post meridiem

I grandi riposi, le grandi feste, le grandi solitudini
hanno luogo la notte, quando il tempo ti appartiene,
quando, dopo il lavoro, il tempo inizia a somigliare a ognuno di noi,
all’uomo della stazione nord,
alla donna della stazione sud,
al gruppo di sordomuti al ristorante
la cui silenziosa allegria non contagia nessuno,
a una certa stanza nuziale,
a una certa attitudine al sonno,
a un certo sogno a forma di rombo.

(Nina Cassian, Post meridiem, 2, in C’è modo e modo di sparire, a cura di Ottavio Fatica, Adelphi, Milano, 2013)
*

AGOSTO

Secondo ipotico

Se è per amore, ci verrà perdonato,
resteranno dopo di noi letti sfatti e città
iniziate, tende schiuse, oggetti appena
sfiorati e un po’ di stoviglie sporche. Se è per amore,

non resterà dopo di noi il vuoto, c’è una tale innata
discordanza grammaticale, il vuoto non può abitare
in luoghi segnati dai nostri corpi, usciranno
da essi piuttosto bambini, paesi e tutti i colori.

Se è per amore, dalla nostra parte ci saranno animali,
cani abbandonati. Loro ci perdoneranno l’immobilità
e lo sguardo perso in qualche punto in noi. Saremo sdraiati
e ci cammineranno sopra giorni e correnti. Costruiranno su di noi

una città e liberi elettroni si affolleranno su di noi, ronzeranno,
e i sogni, i sogni saranno nostri per sempre.

(Tomasz Różycki, Secondo ipotico, in Antimondo, a cura di Leonardo Masi, Edizioni della Meridiana, Firenze, 2009)

*

SETTEMBRE

Demenze

In questi territori la tua testa è un sole di notte,
ti sono spuntate due ali dalle orecchie,
calda e molle è la tua bocca.
Apri gli occhi e misuri la tua luce pesante.
Se pensassi al perché io ti tengo in gabbia
come un martire con il tramonto in bocca,
sapresti che la mia vita si è ribellata dalle cosce fino al cervello.
La tua testa, galleggiando nell’insonnia, come un uccello pazzo,
è appesa alla luna,
e soltanto Salomè o Giuditta saprebbero
come accarezzo ogni notte la tua carne azzurra.

(Ruxandra Cesereanu, Demenze, II, in Coma, a cura di Giovanni Magliocco, Aracne, Roma, 2012)

*

OTTOBRE

Il bicchiere

Entrerò in questa casa semplicemente,
come un uccello per paura vola in un altro nido.
Tu sei lo zucchero che si scioglie e si raffredda sul fondo.
Tu sei il sobbalzo del bicchiere sugli ingranaggi dei treni.

Tu sei il mare. Tu cordialmente ti offri.
Ti berrò attraverso il condotto lacrimale.
E dopo mi annoierò, mi sentirò soffocare.
Diventerai un bicchiere dipinto di betulla.

Con tracce di cicche e cenere sul corpo
Starai posato sul tavolo come un rimprovero.
Che devo fare adesso? Forse non ho voglia.
Ma il mare è in me. Sono assassina e ladra.

Che me ne importa del bicchiere vuoto?
Che me ne importa delle stoviglie rotte?
Che me ne importa di te? È strano e stupido
Non aver voglia di andarsene da qui.

Ed è difficile capire come la ragnatela del cappotto
si riempirà silenziosamente di tutto il mare.
Il tuo sguardo pietoso non proromperà alle spalle,
e il mare non griderà per paura attraverso la stoffa.

Uscirò di casa come un lupo dalla caverna,
come una parola scaldata in una grigia tana.
E il vento attraverso sottili fessure volerà
verso il bicchiere, i cocci mi cadranno ai piedi.

(Alina Vituchnovskaja, Il bicchiere, in La nuovissima poesia russa, a cura di Mauro Martini, Einaudi, Torino, 2005)

*
NOVEMBRE

Lettera da un lettore

Troppo sulla morte,
sulle ombre.
Scrivi della vita,
di una giornata normale,
del desiderio di armonia.

Il campanello della scuola
può essere modello
di moderazione,
persino di erudizione.

Troppo sulla morte,
un eccesso
di nero incanto.

Guarda,
popoli ammassati
in stadi stretti
cantano inni d’odio.

C’è troppa musica,
troppo poca concordia, pace,
saggezza.

Scrivi degli attimi in cui le passerelle dell’amicizia
paiono più durature
della disperazione.

Scrivi dell’amore,
delle lunghe serate,
delle albe,
degli alberi,
dell’infinita pazienza
della luce.

(Adam Zagajewski, Lettera da un lettore, in Dalla vita degli oggetti, a cura di Krystyna Jaworska, Adelphi, Milano, 2012)

*

DICEMBRE

Elogio della dimenticanza

Buona cosa è la dimenticanza!
Altrimenti come farebbe
il figlio ad allontanarsi dalla madre che lo ha allattato?
Che gli ha dato la forza delle membra
e lo trattiene per metterle alla prova?

Oppure come farebbe l’allievo ad abbandonare il maestro
che gli ha dato il sapere?
Quando il sapere è dato
l’allievo deve mettersi in cammino.

Nella casa vecchia
prendono alloggio i nuovi inquilini.
Se vi fossero rimasti quelli che l’hanno costruita
la casa sarebbe troppo piccola.

La stufa riscalda. Il fumista
non si sa più chi sia. L’aratore
non riconosce la forma di pane.

Come si alzerebbe l’uomo al mattino
senza l’oblio della notte che cancella le tracce?

Chi è stato sbattuto a terra sei volte
come potrebbe risollevarsi la settima
per rivoltare il suolo pietroso,
per rischiare il volo nel cielo?

La fragilità della memoria
dà forza agli uomini.

(Bertolt Brecht, Elogio della dimenticanza, in Poesie, a cura di Guido Davico Bonino, Einaudi, Torino, 1992)

 

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Spagna profonda: in cammino verso il vuoto

Ci sono i volitivi, gli arrembanti, i centometristi che scattano prima ancora del colpo di pistola, uomini a tutto gas, che seminano i propri pensieri, che si lasciano alle spalle il tempo. E poi ci sono i temporeggiatori, i meditabondi, gli inetti in potenza, gli uomini che si fermano prima della salita – tutti sanno che mai ci si deve fermare prima di una salita –, siedono su un sasso, estraggono con cautela un pensiero della corteccia celebrale e lo adagiano sul selciato, lo trattengono a stento, come si fa con una creatura selvatica, senza riuscire ad addomesticarlo, mentre con la coda dell’occhio scorgono il proprio tempo avanzare verso la cima, e loro indietro, incapaci di inseguirlo, immobili. Il mondo è dei primi.

Dopo dodici anni di cammini in Spagna, con estrema calma sono riuscito a rispondere alla domanda che mi spingeva a partire. Verso l’Oceano, più che verso Santiago. Era una domanda netta: «perché laggiù?». Davo svariate risposte: perché per secoli migliaia di uomini lì si sono diretti ed io voglio affondare i piedi nel loro stesso fango, essere una porzione minima in una grande storia; perché lì finisce la terra, di più non si può, lì la fine, lì un tramonto è l’ultimo tramonto, lì il sole e la morte coincidono; perché amo di testa e di viscere la Spagna e la sua gente, la sua lingua si insinua melliflua nella mia bocca, in quella lingua mi sento a casa. E poi c’era un’altra risposta, che sentivo incombente, più forte delle altre ma che non riuscivo ad approfondire: perché in quelle terre disabitate, nella Spagna profonda, c’è qualcosa che ha a che fare con i miei silenzi e il modo in cui essi si avviluppano alle mie radici. C’ho messo tanto tempo, ma credo di aver capito.


Dopo aver percorso le vie iberiche più note, negli ultimi anni mi sono consegnato alle secondarie, spesso in montagna, quasi sempre in solitudine, incontrando di rado viandanti e attraversando pueblos con pochi servizi o aldeas popolate da vacche e pecore più che da umani. El Camino Olvidado, el Lebaniego, el Vadiniense,  el Camino de Invierno, la Ruta Vasca del Interior, el Baztanés eccetera, vie cosiddette minori o di raccordo, appartenenti a quel poderoso fascio di strade dirette a Santiago de Compostela e a Finisterre.  La maggior parte della gente si concentra nel Camino Francés, nel Portugués e nel Camino del Norte, portandoli al collasso d’estate, originando file surreali sui sentieri, facendosi trasportare lo zaino in taxi, improvvisando feste alcoliche all’ingresso dei monasteri, una sciamante carovana che si sposta in un’autostrada piena di frecce gialle. Ho superato da tempo la fase dell’arrabbiatura, ciascuno faccia il cammino come può e come crede, il cambiamento è alla portata di tutti, anche di chi disprezza la fatica. Tutti partiamo con gli abiti del turista, tutti arriviamo vestiti in un altro modo. Non è questo però il succo del discorso che vorrei fare.

Pochi giorni fa, dopo avere raggiunto l’oceano e avere continuato a camminare lungo le aspre mulattiere della Costa della Morte, sono tornato a Santiago per prendere l’aereo (cosa che odio, certamente). Sono uscito dal centro storico per allontanarmi dalla bolgia e sono incappato, o meglio sarebbe dire precipitato, in una piccola libreria: Numax. Scaffali di politica, sociologia, filosofia, poesia, poi una porta, accanto al bagno, e la sorpresa: una sala cinematografica, minuscola, di film d’autore, spagnoli e europei con sottotitoli. Ho visto Abracadabra – il giorno seguente è uscita la notizia della sua candidatura alla preselezione degli Oscar – poi mi sono messo a vagare tra i libri. E come sempre, matematicamente accade, un libro mi ha chiamato a sé, mi ha chiesto di essere preso in mano. L’ho sfogliato, mi sono bastate poche righe, l’ho comprato, sono uscito e sono andato a rinchiudermi nella stanza della mia pensione a leggere. A divorarlo. Si intitola La España vacía.Viaje por un país que nunca fue (Turner Publicaciones, Madrid, 2016). L’autore è un giovane scrittore spagnolo: Sergio del Molino (Sellerio nel 2017 ha pubblicato il suo Nell’ora violetta).

Sergio del Molino, ‘La España vacía. Viaje por un país que nunca fue’

La sua tesi è la seguente: ci sono due Paesi, la Spagna, di cui fanno parte Madrid e le coste, e la Spagna vuota, che occupa più della metà del territorio nazionale, senza città rilevanti a parte Zaragoza, un Paese nel Paese, abitato da poco più di 7 milioni di persone. Il 15% della popolazione che occupa il 53% del territorio, con zone in cui la densità è di una dozzina di abitanti per chilometro quadrato, una delle più basse d’Europa. Villaggi in rovina, villaggi allagati da Franco per creare bacini artificiali, villaggi con pochi abitanti, tutti anziani, villaggi fantasma a decine di chilometri di distanza l’uno dall’altro e in mezzo, assolato, il campo. Machado. Far west. Villaggi che ricordano a tratti le atmosfere di Terra senza pane, il documentario girato da Buñuel negli anni ’30 nella zona di Las Hurdes, in Extremadura, quello in cui, tra i bambini che ammorbidivano il pane stantio in un rigagnolo d’acqua e gli uomini che decapitavano i galli, si vedeva un asino brutalmente ucciso dalle api. Medio Evo.

Per carità, la Spagna vacía di oggi non è più così, ma permangono la desolazione, il silenzio, la povertà, il senso di abbandono. «Quando muoio io tutto finirà» mi ha detto una pastora di nemmeno sessant’anni in Galizia, nella zona di Friol. Una donna dal viso incantevole che in mezz’ora mi ha raccontato tutta la storia sua e della sua famiglia: l’emigrazione in Svizzera, il mesto e forzato ritorno a casa per crescere le figlie nella lingua materna, le fabbriche che chiudono, una madre da accudire, la consapevolezza che dopo di lei le sue vacche non saranno più pascolate da nessuno. Il sentimento della fine incuneato tra una sillaba e la successiva. Certo, potremmo dire lo stesso delle Alpi e degli Appennini in Italia, di alcune aree del nostro Mezzogiorno, ma in Spagna lo spopolamento è più forte ancora, è lampante, è un pugno al fegato, non serve l’occhio dell’antropologo o del paesaggista per notarlo.

Ho trascorso gli anni della mia giovinezza nell’Est Europa, viaggiando con treni, autobus, autostop, motocicletta, ho vissuto e studiato in Ungheria, ho bighellonato molto nei Balcani e solo ora, a quasi quarant’anni, riesco a unire i tasselli del puzzle. Non cercavo l’Est prima così come non ho cercato l’Ovest poi. Era il vuoto la meta, l’assenza dell’architettura, dell’arte, della grande viabilità, del commercio, la mancanza di comfort, di tecnologia, tutto ciò che non sta su Tripadvisor, che non entra nelle guide del Touring, negli opuscoli degli uffici turistici, le locande senza sito web, gli scarti della contemporaneità. Non un procedere verso un primigenio Stato di Natura, non l’immacolata concezione, nessun desiderio di purezza incontaminata, quanto un camminare goffo verso le macerie, verso il letame, verso le carogne di caprioli e cervi e tassi lasciate a marcire ai bordi della strada (quante ne ho viste quest’estate!), il luogo in cui sopravvive ciò che è stato espulso dalla giubilante marcia del progresso.

Ora finalmente so come rispondere alle persone che la prossima volta mi chiederanno «perché vai a Santiago?». Dirò loro: «perché amo l’Est». E a quelle che mi interrogheranno, incontrandomi con lo zaino nei boschi della Slovenia e della Croazia, dirò loro: «perché amo l’Ovest».  E so che un giorno incontrerò di nuovo il viandante incrociato anni fa nel cammino del ritorno, volto da bandito in corpo francescano, che mi fece soltanto una domanda prima di darmi la mano e andarsene in direzione opposta alla mia. So che userà le stesse parole e lo stesso tono di voce da pirata: «come puoi tornare a casa se la tua casa non sai più dov’è?». Forse gli risponderò «la mia casa è al margine», o «la mia casa è lontana dal centro di tutte le cose» o forse, più verosimilmente, gli stringerò la mano, gliela stringerò con l’amicizia della strada, una stretta picaresca, e senza aprire bocca pieno di dubbi mi rimetterò in cammino verso il vuoto.

 

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Il periplo del Friuli Venezia Giulia a piedi: un grande cammino in casa


Si fa un gran parlare di cammini ultimamente. Siti, quotidiani e riviste che fino a qualche tempo fa non sospettavano l’esistenza di questo mondo. Non solo le storiche vie per Santiago e per Roma, anche pellegrinaggi minori, strade romane, o vie dei briganti, dei pastori, dei commerci, percorsi naturalistici, enogastronomici. Si moltiplicano i libri, i convegni, le rassegne. Il numero di persone che calzano gli scarponi cresce a ritmi esponenziali. Basti guardare i dati forniti dall’Oficina del Peregrino di Santiago de Compostela: nel 2016 ne ha registrati 272.417, di cui quasi 24 mila italiani (siamo noi i primi stranieri, davanti a tedeschi e statunitensi). Ma quanti altri hanno camminato verso Santiago senza arrivarci oppure, una volta arrivati, non hanno richiesto la compostela? Possiamo ipotizzare che almeno mezzo milione di persone abbiamo camminato, lo scorso anno, sulle vie per Santiago. E sulla Francigena, e altrove? Milioni di viandanti in Europa.

Nel 2010, quando decidemmo di percorrere una delle antiche vie della nostra regione, il Friuli Venezia Giulia, il cammino non era un argomento così cool. Pensammo: vorremmo popolare di viandanti le nostre terre, esplorarle con uno zaino in spalla, fermarci per la strada e trovare un’ospitalità semplice, non avere paura di bussare per chiedere dell’acqua e non avere paura di offrirla, rendere insomma più vivibile, umana, accogliente la nostra casa. Ci demmo un nome: Rolling Claps, un gruppo di amichevoli pietre rotolanti, perché clap in friulano vuol dire pietra, mentre clapa in triestino è la compagnia di amici. Non c’erano gruppi facebook dove mettere annunci per invitare la gente ad unirsi a noi o per chiedere informazioni, non c’erano tutti i programmi e le app che ci sono oggi per studiare i sentieri. Soprattutto mancava il sostrato culturale: oggi puoi scrivere a un sindaco, a un circolo o a un agriturismo dicendo che passerai di lì a piedi e il messaggio viene subito recepito, prima si era ancora costretti a spiegare, e farlo bene, perché non era usuale ricevere una richiesta del genere. Non era un secolo fa, eppure in qualche modo lo era.

Abbiamo scelto Venezia come meta per anni. Lì ci siamo diretti partendo da Majano, Trieste, Cividale, Erto, Tarvisio, Timau, Ravenna. Volevamo far emergere strade che non erano più battute da secoli. Abbiamo studiato, fatto sopralluoghi, contattato e incontrato centinaia di persone, camminato molto e con molta allegria. Non abbiamo attaccato adesivi, non abbiamo dipinto segni sui pali della luce o sugli alberi, non abbiamo prodotto depliant o guide, non ci interessava mettere un marchio. Ci importava promuovere la cultura della viandanza, spronando prima di tutto le persone a togliersi le maschere delle identità quotidiane e accettare il rischio del cammino da una parte, delle porte aperte dall’altra. Per la stessa ragione abbiamo dato una mano all’organizzazione degli Stati Generali del Friuli Venezia Giulia. Il cammino come gesto laico e civile prima ancora che fisico.

Ora lanciamo una nuova sfida: il PERIPLO FVG, ovvero il cammino lungo il perimetro della regione, cercando di passare il più possibile sulla o accanto alla linea di confine con Slovenia, Austria e Veneto (senza dimenticare il confine tra terra e mare). Sono circa 800 km. Una distanza simile a quella del Cammino di Santiago.
Le ragioni? Lo facciamo per provare a comprendere il senso del confine, quello esterno, che ha segnato queste zone pesantemente (e che continua a segnare zone a pochi km di distanza, nei Balcani), ma anche le linee di demarcazione e divisione che influenzano il nostro modo di pensare. Calpestarlo per analizzarlo, se possibile alleggerirlo, sforzarsi di frantumarlo. Conoscere le persone e i gruppi che abitano lontano dal centro e dai centri, ascoltarli, diffondere le loro storie,  soprattutto di chi insiste a mantenere saldo e vivo il legame con la terra, con la sua memoria, di  chi ha cambiato o sta cambiando vita in un’ottica sostenibile e solidale.

Questa primavera inauguriamo il primo pezzo del #periplofvg, da Muggia a Cividale, 22-29 aprile. Circa 150 km. Come sempre ci piace trascorrere sulla strada la Festa della Liberazione.
Lo racconteremo sul nostro sito e sulla pagina facebook, nella maniera scanzonata che ci piace e ci si addice, con l’augurio che altri decidano di fare lo stesso in futuro. Ringrazieremo via via coloro che ci hanno aiutato nell’organizzazione di questo progetto. Infine, un invito rivolto a tutti: domenica 30 aprile, alle 10:30 saremo sul Ponte del Diavolo, a Cividale. Da lì cammineremo fino alla stazione (centro intermodale ferroviario) dove alle 11, in collaborazione con F.U.C. Ferrovie Udine Cividale e del suo amministratore Maurizio Ionico che ci ospita, faremo un incontro raccontando la nostra esperienza, allargando il ragionamento sui cammini e sugli impatti che hanno sul territorio insieme ad altri amministratori interessati a questi temi. Se verrete, sarà un bel modo per stare assieme.

Se ci cercherete, nei prossimi giorni, ci troverete sul confine.

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