Lettera all’aspirante scrittore

Alla casa editrice Adelphi
Vi disturbo per sollecitare una risposta a un testo (Clandestinità) che è presso di voi da ben due anni e mezzo, e tace sempre.
Già alcuni mesi fa ho fatto una piccola telefonata per sollecitare, e la voce ha risposto, con grande gentilezza (cosa rara quando si telefona a una casa editrice, le cui voci autorizzano sempre il sospetto di avere chiamato per sbaglio una macelleria), prometteva una certa e sollecita risposta, un’indicazione almeno, un segnale di fumo. Ma sono ancora in attesa di un messaggio qualsiasi dell’imperatore.
Antonio Moresco, Lettere a nessuno

 

Questo scritto è per te, giovane autore. Trascorri dall’adolescenza le notti a scrivere con spirito forsennato, mentre gli altri sono in giro a bere, a disfarsi, a darsi per come ci si può dare nelle strade della calca, una parola sussurrata, uno spritz, una parola monca, uno spritz. O forse scrivi di mattina, prima di fuggire in ufficio, forse non sei più giovane, scrivi prima di allestire la colazione per la tua famiglia, prima della poppata, della bolletta, prendi appunti accovacciato tra gli scaffali della frutta e verdura, le intuizioni migliori tra i surgelati. Forse scrivi sul tram, tappandoti le orecchie, schivando gli improperi tra umani che non si sanno più accogliere. Ti fai invitare ai matrimoni per scrivere nel tavolo più defilato. Ti imbuchi nei funerali per scrivere sul ciglio della fossa. Scrivi forse prima di dormire, anche se non dormi.

So come ti senti. Hai spedito il tuo manoscritto a premi di ogni sorta, hai perso, hai pareggiato, qualche volta hai vinto, più di qualche volta avresti preferito non avere vinto, non avere imbustato il manoscritto, non avere pensato di partecipare a un premio, una schiera di giurati sconosciuti, ma poi perché farsi giudicare da quella gente? Hai spedito senza dubbio alle grandi case editrici, hai telefonato e scritto email dopo una settimana, dopo un mese, dopo sei mesi, ti sei lamentato, forse hai imprecato, hai offeso, dopo un anno hai perso le speranze, dopo due anni hai perso la memoria, ho mai scritto un libro io?

Vivi lontano dai centri in cui tutto avviene. A Trapani, Udine, Lecce, Oristano, Pescara, Benevento, Rovigo, Aosta, Arezzo, Isernia,Trieste, cosa cambia? Sei lontano, sei fuori dai giri, Nord o Sud non importa. Forse hai pensato di trasferirti a Roma o a Milano, prendere una stanza in affitto, buttarti nella mischia, bere l’aperitivo nei salotti giusti, portarti a letto qualcuno che conta, farti portare a letto, stringere delle mani con la stretta di mano giusta, pascolare sotto la sede del giornale, della rivista, dell’editore, pascolare come una pecora, nera, ma pur sempre una pecora. O forse ti ci sei trasferito sul serio nelle metropoli, hai portato pizze per mantenerti, hai portato le pizze alle persone giuste ma volevano soltanto la pizza, non il tuo libro.

Sai cosa vorrei dirti? Di restare dove sei, nella dimenticanza, o di tornarci. Aspromonte, Carso, Murge, estremo lembo della Pianura Padana, Carnia profonda, quello che sia, stai nella dimenticanza.  E se anche sui social li vedi tutti al Salone del Libro, gli autori affermati, che si baciano, che firmano copie, che rilasciano interviste, che contrattano e armeggiano e festeggiano nuovi contratti, che sembrano fieri, tu fregatene. Sii felice per loro. Non provare invidia. L’invidia corrode, toglie vita, non ne aggiunge. Togli la connessione e riapri quel Rilke lasciato a metà, quel Joyce appena iniziato, quel Zanzotto frainteso, quella Morante, quella Rosselli, quella Sexton, quel Leopardi trascinato dalla scuola, quel Rodari canticchiato da bimbo, quel manoscritto di cui sei saturo, quel giardino dietro casa che non ti parla più. Torna al e nel bosco, nella casa dei nonni, nell’appartamento semiproletario dei tuoi genitori, prendi in affitto una stamberga, o fai come Thoreau: fattela da te, tra gli alberi, la casa.

Ti scrivo queste inutili righe perché ieri, mentre facevo tutt’altro, una persona che non conosco mi ha scritto che lavorava in una casa editrice molti anni fa e il mio manoscritto le piacque, ma l’editore disse no. Mi ha scritto perché ha visto che ho appena pubblicato un libro per una bella casa editrice e ci teneva a dirmi che quel manoscritto, molti anni fa, le era piaciuto. Era il mio primo romanzo, dopo lustri spesi a scrivere soltanto poesia. Non l’ho mai pubblicato. Mi ero scordato di averlo scritto, fino a ieri. E di colpo mi sono ricordato di un altro romanzo che ho scritto di recente e che non è piaciuto agli editori a cui l’avevo spedito, anzi, è piaciuto in parte, mi hanno chiesto di cambiarlo, di renderlo consono a quella collana, o di farlo più mainstream, meno complicato, più leggibile da un pubblico vasto. È stato segnalato al Premio Calvino, ma non è servito a nulla. Anche di questo mi ero scordato. Mi ero scordato pure del libro di versi che sta nei cassetti del computer, versi perduti nel limbo. Dimenticanza.

Credimi, sono felice di quei no. Mi hanno messo di fronte a un bivio: insistere o mollare? Se la scrittura fosse stata un passatempo, un modo come un altro per afferrare una vana visibilità, avrei di certo mollato. Ma suvvia, siamo onesti. La scrittura per me, e per te che sei arrivato a leggere fino a qua, è una necessità, una maledizione, un sentiero che non può non essere battuto, anche se ciò significa essere poveri, precari, rovinare relazioni, essere soli. La scrittura per te e per me appartiene a un progetto. Non tutti i libri ci vengono bene, ma tutti appartengono a quel progetto. Si parlava un tempo di poetica. La poetica si costruisce con le letture, con una densa affollata solitudine, sbagliando strade, vivendo lontano dai centri in cui domina il frastuono, semplicemente perché nel margine c’è tempo e c’è silenzio, i pensieri si distendono, rilassandosi assumono una forma, si fanno pensare. Gli alberi, le case in rovina, gli animali selvatici non ci mettono fretta, stanno nelle stagioni, si fondono nelle stagioni.

Lo so che defilarsi rende tutto più difficile. So che per far circolare un libro, vivendo una buona parte del mio tempo nella selva, non frequentando i posti e le persone giuste, dovrò fare più fatica. Non ho una lista di amici nelle redazioni dei giornali e negli uffici stampa da chiamare a qualsiasi ora, e so che qualsiasi editore, pur pubblicandomi, non investirà le sue risorse su di me, preferirà un autore più in vista, uno che va in televisione, uno presentabile. Sai che c’è? Sto bene così. Ho alcuni amici splendidi che mi aiutano senza volere nulla in cambio. Se il libro a loro piace, ne parleranno. Ed io per ringraziarli non avrò che un abbraccio – vigoroso, fraterno, certamente. Sono creature fantastiche. Non ci scambiamo nulla al di fuori dell’amicizia e della stima reciproca.

Ti auguro di ricevere molti no. Di crollare e di rialzarti, di tirarti su dopo che ti avranno dato per morto. Di vivere nel margine. Di coltivare amicizie sane. Di continuare a scrivere perché è una necessità inderogabile. Di pubblicare, quando sarà il momento. Di scordarti, un giorno, di averlo fatto.

 

 

 

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Trieste selvatica, l’incipit

Vorrei dirti, caro lettore: sono nato in Carso tra gli scotani che fiammeggiano a novembre, partorito in una dolina in un giorno di bora scura che squassa le rocce e gli spiriti, da madre slava, padre italiano, e che in me scorre il sangue impuro di avi germanici e balcanici e levantini. Vorrei dirti che parlo lingue con grammatiche secolari e dialetti che si tramandano di bocca in bocca sull’altipiano calcareo, che sono una inafferrabile creatura mitteleuropea, cielo basso e sguardo sfuggente, lineamenti duri dell’Est e postura elegante di marinaio adriatico. Vorrei dirti che se c’è un triestino, un figlio di questa città senza identità, quello sono io. Ma ti ingannerei.

Se anche lo facessi, se tentassi di mentirti, molto presto capiresti che sono solo un povero italiano, cresciuto in un grattacielo dell’edilizia popolare, periferia proletaria di Trieste, tra italiani e rom, nemmeno l’ombra di uno slavo, o un tedesco, nessuna parentela con viaggiatori mitteleuropei, sangue del Sud il mio, faccia di taralli e ulivi, corpo tarchiato di contadino senza averne le mani forti, e che mi sono trovato a nascere in questo limite per caso. Sì, perché è un limite quello di cui mi accingo a parlarti. Non una città, non una terra, ma l’estrema frontiera di ogni città e di ogni terra.

Immagina un impero, dirigiti verso le sue propaggini, giorno dopo giorno, a cavallo, a dorso di mulo, su un carro annerito dal fumo di carbonaia, in barca e in bicicletta e con ogni mezzo la sorte ti provveda, infine a piedi, e fermati dinnanzi alle ultime case. Osservale bene: sono case ma non del tutto, hanno finestre piccole, come se nessuno dovesse guardarci dentro, e le porte sono chiuse, non c’è vecchio sull’uscio che osservi passare i treni, perché non ci sono treni, né binari, e non si sente voce provenire dall’interno. Fermati una notte e vedrai quelle case spostarsi. Per andare dove?

Credimi, a Trieste le case si spostano per davvero. A volte responsabile è la bora che viene dalla Porta di Postumia, cuore di Carniola, Slovenia centrale, valico tra la Selva di Tarnova e quella del Monte Nevoso. Selve oscure, dove sei costretto a scendere a patti con l’orso, il lupo, la lince e il cervo. Tutti e quattro assieme, non uno di meno, i sovrani con i quali non puoi negoziare. Anch’essi abitano il limite, ne sono cittadini fondatori e onorari, nonostante in nessuna guida della città si parli di loro. Non è un vento la massa d’aria sferzante che proviene da laggiù. Venti sono i soffi che vengono dal meridione, scirocco e libeccio, forieri di pioggia, mareggiate, aria umida che impesta i pensieri. Venticelli sono le brezze, quella di mare, che ama i mesi caldi e le ore del giorno, e risale l’altipiano fino alle pendici occidentali del Monte Carso, in Val Rosandra, o la brezza di terra, che si cala lungo le valli nelle ore più cupe della notte. Sono sospiri, poco più che ansimi.

La bora invece è un dio che non ha fedeli. Non si fa adulare, non esige tributi, manda in frantumi gli altari di chi fosse così ingenuo da dedicarle un tempio. La bora è la voce potente del limite, un coro di confini che risuona all’unisono e distrugge le cose vive e le cose morte. Viene da est-nord-est dicono i meteorologi, dicono anche che a Trieste soffia per circa ottanta giorni all’anno e che in un anno il suo percorso supera la lunghezza dell’equatore. Ama i mesi freddi, le ore notturne e ha un ciclo cinquantennale. Ora ci troviamo nella fase discendente, per cui non siamo più costretti a piombarci le suole delle scarpe o ad attaccarci ferri da stiro alle caviglie o arpionarci coi moschettoni alle funi. Qualche volta supera i 180 km/h, molte volte no.

Ma nessun meteorologo ti dirà, caro lettore, che la bora soffia dalle boccacce storpie delle streghe che vivono in fondo alle grotte carsiche, soprattutto nessuno ti dirà che la bora è il dio che ci ricorda, con la sua turbolenza imprevedibile, che i confini esistono solo sulla carta. Ogni frontiera ha un vento che la assilla. Ogni refolo, prima di aprirci la testa in due e fare uscire le nostre nevrastenie, ci ricorda che possiamo disegnare linee sulle mappe e mettere fili spinati nei boschi, ma non potremo mai dividere in due parti un vento.

Quando non è per la bora, le case si spostano da sole, per cercare una patria o qualcosa che le assomigli. Qui da noi, lo sai, le bandiere sono state piantate da tutti. Tanti, nel secolo scorso, hanno cambiato nazionalità senza avere mai cambiato letto. Di romanzi e saggi che narrano questa schizofrenia ne hai in quantità, non altrettanti che descrivano con minuzia la millimetrica e quotidiana migrazione delle case. In città non lo noterai, perché le case del centro si sono imborghesite, facciate liberty o neoclassiche, segno dell’opulenza della Trieste nuova, edifici che non hanno intenzione di perdere il proprio potere. Restano nel salotto buono, godono nel vedere gli uomini consumarsi nel rito dell’aperitivo tra piazza Unità e Ponterosso, ascoltando gli assoli dei cantanti lirici del Teatro Verdi. Sono case figlie della città ricca, sono squadrate e pulite, austroungariche, si compiacciono di ospitare caffè storici e negozi di abiti firmati. Sono case immobili.

Immobili, salde, con fondamenta come radici sono le case dei villaggi del Carso, ma per altre ragioni. Pietra per tirare su i muri, lastre di pietra per i tetti, pietra per il grande focolare attorno al quale riunirsi e pietra per i portali sui quali venivano scalpellati i nomi degli sposi, pietra per il pozzo. Case spartane che resistono, nelle quali vivono le stesse famiglie anche da centinaia di anni. Sloveni tutti o quasi, gli abitanti del Carso. Di generazione in generazione si sono trasmessi le pietre. Sono case che non migrano perché affermano un’identità granitica. Il minimo spostamento rischierebbe di far spazio ad altri.

Ma ci sono altre case, fuori dai borghi abitati, là dove comincia il bosco e i cinghiali scavano con foga rivoltando le zolle, i cartelli del vecchio confine arrugginiscono stritolati dall’edera e dalla vitalba. Pochissimi ci passano, di rado si soffermano ad osservarle. Non ne misurano il perimetro e la distanza dalla linea immaginaria di frontiera. Sono camminatori della domenica, sono soprappensiero. Eppure sono quelle le case che ci parlano di un’altra Trieste. Sono abitate da ghiri, caprioli, civette, i ginepri le colonizzano, le zecche le infestano e di notte, con la bora, puoi sentire le voci di chi vi abitava o di chi, a pochi passi da lì, ha combattuto in una guerra, la Prima, la Seconda Guerra Mondiale, o ha pianificato attentati, ha elaborato fughe, si è mimetizzato nella vegetazione per non farsi rastrellare, ha gettato altri uomini negli abissi o lì giace, dopo esservi stato gettato. Sono case che migrano per dimenticare, per cercare pace. Non sono stregate, semmai stregano.

C’è un’altra Trieste. Diversa da quella che ti hanno raccontato. Poco a che vedere con Maria Teresa, le regate veliche, i moli audaci che si incuneano nel mare con un misto di boria e imponenza, le piazze affacciate sulla linea di orizzonte e l’aroma di caffè che ti inebria le narici. Non c’entra con Sissi o il Castello di Miramar. Il luogo di cui vorrei parlarti è una città e non lo è. È qualcosa che sta sul limite tra centro e periferia, periferia e bosco, bosco e foresta, Italia e Slovenia e Slovenia e Croazia, Ovest e Est, tra domestico e ignoto. Ti ci porterò, però pazienta. Cercare il selvatico nei vicoli prima di inseguirlo nel reame dell’orso, questa è la prima cosa che faremo assieme.

(Trieste selvatica, Editori Laterza, collana “Contromano”, 2019)

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Trieste selvatica

Trieste città di Maria Teresa, del caffè, della Barcolana, della scienza, della storia che non passa, dei cieli di Mitteleuropa, del sole mediterraneo, delle chiese, del prosciutto cotto, del kren, delle sinagoghe, della grazia scontrosa, dei poeti azzurri, dei teatri pieni, dei libri a ruba, delle file al confine, degli scrittori pensosi, dei palazzi che bruciano, degli impiccati, dei lager, delle foibe, dei pini neri, dei bagni in pausa pranzo, della gente che si odia, di quelli che si odiano perché i loro nonni si odiavano, di spie, di casi irrisolti, di confini tracciati a caso, di terre perdute, di donne tenaci, di trincee, di campi profughi, di bombe nascoste, di bunker sotto le ville, di nomi illeggibili, di osterie dappertutto, di superstiti, di psicanalisi, di tintarella tutto l’anno, di ricreatori comunali, di manicomi aperti, della letteratura triestina che è una cosa a se stante, almeno così dicono, e di pazzi che indicano la via, di tu ed io insieme mai, di tu ed io andiamo in osmiza, di deportati, di combattenti, di marinai, di alpinisti, di esploratori, di grafomani, di amanti della bella vita, amanti tutti, dal primo all’ultimo, andata e ritorno. Trieste della bora che spazza via ogni gesto, ogni parola.

La bora, un dio che non ha fedeli. Non si fa adulare, non esige tributi, manda in frantumi gli altari di chi fosse così ingenuo da dedicarle un tempio. La bora è la voce potente del limite, un coro di confini che risuona all’unisono e distrugge le cose vive e le cose morte. Viene da est-nord-est dicono i meteorologi, dicono anche che a Trieste soffia per circa ottanta giorni all’anno e che in un anno il suo percorso supera la lunghezza dell’equatore. La bora è il dio che ci ricorda, con la sua turbolenza imprevedibile, che i confini esistono solo sulla carta. Ogni frontiera ha un vento che la assilla. Ogni refolo, prima di aprirci la testa in due e fare uscire le nostre nevrastenie, ci ricorda che possiamo disegnare linee sulle mappe e mettere fili spinati nei boschi, ma non potremo mai dividere in due parti un vento.

È appena trascorso il 25 aprile. L’ennesimo 25 aprile di divisione a Trieste, di chi celebra da una parte, chi dall’altra, chi non celebra, chi prende le distanze, chi rivendica, chi accusa, chi si sente spaesato, chi non sa cosa dire o non sa più cosa dire. Tra poco arriverà il 1 maggio e la stessa scena si ripeterà. Arriveranno altre giornate di commemorazione, sarà punto e a capo. La memoria fa male qua da noi, è il ‘900 che non si è ancora concluso, è la storia che non ce la fa ad entrare in un manuale, perlomeno non in uno solo. Nel frattempo i turisti aumentano di ora in ora, affollano i bar, si scattano fotografie in piazza Unità, prendono il meglio in pochissimo tempo: il castello di Miramare, le rive, il fantasma di Sissi, il Molo Audace che trafigge il mare come un arpione, il blu, la sensazione di essere a Sud pur essendo a Nord, una certa aria dell’Est senza essere a Est.

Trieste estrema periferia, ex perla imperiale, dove le cose accadono in anticipo o in ritardo, città e città mancata, porta sui Balcani,finestra sull’Oriente, estremo lembo di Occidente, ripiegata su se stessa, frizzante, innamorata del proprio mito, disinibita, vigilata dal Carso, cinghiali in città, orme di orsi a pochi chilometri dal salotto buono, foreste che iniziano a pochi minuti di macchina, che celano eccidi, che covano misteri, che marciano inarrestabili fino alla Grecia, senza interruzione. Come fare a raccontare una terra così complessa? Cos’è che attira tanta gente fino a qua? Può essere solo una piazza, o un castello, una tazzina di caffè, una barca a vela? E se questa frontiera ci riguardasse tutti, anche chi di noi vive in Sicilia, o nella grande Roma, chi ha fatto della lontananza la sua casa, se questa periferia fosse indispensabile per comprendere cosa accade al centro?

Io c’ho provato. Ho dovuto attendere anni. Stare nelle biblioteche, nelle doline, nei vicoli, nelle boscaglie, nelle librerie antiquarie, nelle rovine divorate dalla selva, starci con uno zaino in spalla e una bandiera bianca in mano. E alla fine ho scritto questo libro.

Trieste selvatica, esce il 2 maggio.

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A Venezia a piedi. Senza lasciare traccia

A Venezia a piedi, per l’ennesima volta. Ma prima faccio un passo indietro.

All’arrivo di Alessandro Magno, i saggi indiani si riunirono su un prato per salutarlo. Cosa fecero? Batterono i piedi sul suolo. Così facendo affermarono che nessuno possiede più terra di quella su cui cammina. Mondonis, uno tra i più saggi, sostenne di essere superiore ad Alessandro, perché aveva sottomesso i propri bisogni, mentre il conquistatore aveva solo sottomesso la terra (se vi interessa approfondire: Strabone, Eric J. Leed).

Il 20 aprile, con i Rolling Claps, il gruppo di viandanti di cui faccio parte, partiremo da Verona e lungo un intreccio di antiche vie arriveremo a Venezia il 24 sera, per poter così risvegliarci il giorno della Liberazione con le scarpe incrostate di fango e uno zaino precario sulle spalle, sulla strada. Lo facciamo ogni anno dal 2010, è una tradizione che non possiamo mancare.

Perché quella citazione? Perché se c’è una cosa che non abbiamo fatto in 9 anni di viandanza è attaccare adesivi sui pali della luce. Non abbiamo verniciato alberi, non abbiamo lasciato segni del nostro passaggio. Avremmo potuto, certo. Lo fanno tutti. Gruppi, associazioni, singoli, tutti armati di marchi che certificano che quel sentiero o quell’itinerario lo hanno ideato loro, o lo hanno ripristinato, messo a posto. Dicono: ora camminateci tutti! Ma ricordatevi che siamo stati noi a renderlo possibile. Insomma godete dei passi ma sappiate che il merito è nostro.

Noi crediamo, invece, che la strada sia di tutti. E che nessuno possa inventare nulla, perché le strade su cui camminiamo, o andiamo in bicicletta o in macchina, sono state aperte decenni, o secoli, addirittura millenni prima di noi. I Romani, per limitarci alle nostre zone, hanno il più delle volte costruito su piste anteriori, e dopo di loro pellegrini, mercanti, soldati, pastori, briganti, profughi le hanno battute. A noi interessa riportarle in vita, fare sì che riemergano nella memoria collettiva, non ci interessa marchiare un bivio con la nostra pipì. Non dobbiamo delimitare nulla. Semmai, i limiti, ci preme spostarli  – almeno tentarci.

Siamo partiti a piedi in direzione Venezia da Trieste, Tarvisio, Ravenna, Cividale, Erto, Majano, Timau. Quando abbiamo incominciato, nelle nostre terre non incontravamo nessuno (nessuno, sul serio). I camminatori preferivano le montagne, la pianura e i colli erano roba da passeggiatori della domenica. Speravamo di essere un piccolo esempio: ehi, volevamo dire agli altri, ai pochi che leggevano i nostri diari semiseri, se ce l’abbiamo fatta noi, che non siamo sportivi, che siamo disorganizzati e che trascorriamo più tempo fermi sulle panchine che a macinare chilometri, ce la può fare chiunque.

I diari semiseri: gli unici semi che abbiamo gettato. Non mappe, non tracciati GPS, ma cronache sbilenche scritte in palestre semibuie a fine tappa, con riferimenti vaghi ai luoghi che avevamo attraversato. E quando la gente ci scriveva per chiederci il percorso, dicevamo: leggi i diari e capirai più o meno dove siamo passati. Non lo facevamo per custodire chissà quale sapere, ma per spronare gli altri a studiare le mappe come avevamo fatto noi, a recarsi in biblioteca per consultare trattati medievali sul pellegrinaggio e sugli ospitali, sulle transumanze e le migrazioni degli ultimi due secoli…

Oggi molte cose sono cambiate. Sull’onda di Santiago, della Francigena e dell’anno nazionale dei cammini, si sono create vie dappertutto. Sono arrivati finanziamenti per la segnaletica e la promozione (molto meno per l’accoglienza), col risultato che molta gente si mette in cammino nei boschi e nelle campagne dietro casa. Questo è un bene, è ciò che ci auguravamo, non pensavamo però che sarebbero sorte vie iper-segnate. Paradossalmente, agli incroci non si sa più quale freccia seguire. Nel dubbio si può scaricare la traccia GPS, consultare un depliant, chiamare un ufficio informazioni. L’importante, dicono, è non perdersi.

Noi continuiamo, per quanto irrilevante possa essere la nostra esperienza, a credere che perdersi sia fondamentale. Che ciascuno abbia la possibilità di costruire una via e percorrerla al suo ritmo, che ciascuno abbia il sacrosanto diritto di perdersi, chiedere aiuto a un contadino, farsi ospitare a casa sua, mettersi in relazione con le persone che vivono nei piccoli borghi, imparare dall’imprevisto. Gli incontri eccezionali avvengono sempre quando ci si perde.

Insomma, per l’ennesima volta andiamo a Venezia. Non lo facciamo per lasciare un segno, né per portare la pace nel mondo o per diventare i paladini dei viandanti, né per raccogliere fondi o per girare un documentario, né per raccogliere informazioni che serviranno a un progetto, a un bando, a un festival o a quel che volete. Sono tutte ragioni probabilmente rispettabili, ma noi andiamo così, andiamo per andare, andiamo senza ragione. Per stare insieme, per coltivare amicizie, per sottrarci per alcuni giorni al tritacarne quotidiano, per capire come cambia il paesaggio, per prendere nota di ciò che non va e per ringraziare chi si adopera, spesso nell’anonimato, per il bene collettivo. Come pellegrini in senso lato, cioè forestieri, perdigiorno, vagabondi, gente di poco conto. Ci divertiamo molto, ci prendiamo in giro, ci prendiamo assai poco sul serio e ci vogliamo molto bene. Se volete trovarci, cercateci sulla strada. Chiedete in giro se ci hanno visto passare.

Andiamo a Venezia, ma Venezia non è la meta.

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Dire no

«Dal cielo si voleva rivelare a Rabbi Schlomo la lingua degli uccelli, la lingua delle palme e la lingua degli angeli servitori. Ma egli rifiutò di riceverle prima di sapere quale importanza ciascuna avesse per il servizio di Dio. Soltanto quando questo gli fu fatto sapere, le accettò e da allora servì Dio anche con esse».
Martin Buber, Storie e leggende chassidiche

 

Viviamo nell’epoca del sì. Veniamo spronati a dirlo in continuazione. Ti stanno proponendo un lavoro sottopagato e senza garanzie? Di’ di sì, sempre meglio un lavoro che niente. I colleghi ti hanno invitato a una cena? Di’ di sì, lascia i tuoi figli ai vicini, fingi di non essere stanco, vacci altrimenti la tua carriera vacillerà. Di’ di sì al viaggio che non vuoi fare per salvare la tua relazione di coppia, di’ di sì alla persona che ti ha invitato a uscire, anche se non ti piace, portala a letto, aggiungi un trofeo alla tua stanza segreta dei trofei. Di’ di sì a chi ti ha invitato alla presentazione del suo libro, anche se del suo libro e dei suoi libri precedenti non ti importa niente, perché prima o poi la sua benevolenza potrebbe tornarti utile. Di’ di sì a tuo figlio prima che glielo dica tua moglie o tuo marito, prima dei nonni, arriva tu per primo.

La maggior parte dei sì li pronunciamo ad occhi bassi. Sono dei sì per quieto vivere, per convenienza, per conformismo, per non perdere una certa quantità di potere o per sperare di acquisirla, per paura di essere messi da parte. Se non gli dico sì adesso, non me lo chiederà più. Potrebbe essere la mia ultima occasione. I social network non fanno che esasperare questa tendenza: cliccando “mi piace” noi diciamo sì. Sì, la tua foto è stupenda. Sì, è bella. Sì, non è bella e non mi interessa ma dico sì lo stesso, perché ti sono amico, perché ti voglio supportare, o perché voglio che tu veda il mio sì, in modo che prima o poi tu possa ricambiare. Non esiste il tasto no, non mi piace, non va. Creerebbe conflitto. Saremmo costretti a motivare il nostro diniego. Si litigherebbe. Si perderebbe del tempo. Siamo impazienti. Diciamo sì spesso per velocizzare il corso degli eventi. Stringere un patto, avviare una collaborazione, far cominciare una relazione nonostante sappiamo non ci porterà nulla di buono. Dire sì e dirlo subito.

Il no è sparito dai nostri giorni. Ci sembra che dirlo corrisponda ad un arresto o a un arretramento. Tutto procede a velocità assurde, tutti corrono in tutte le direzioni ed io che faccio, dico no? Bisogna crescere, produrre, aumentare la visibilità, avere delle idee e realizzarle prima che te le rubino, chi si ferma è perduto. Eppure, quando su facebook ci troviamo di fronte a una fotografia in cui un uomo, in mezzo a una massa di uomini con il braccio teso, resta immobile con le braccia lungo il corpo, ci blocchiamo di colpo. Osserviamo l’uomo che dice no e lo ammiriamo. Che sia vera o sia un fotomontaggio, condividiamo quell’immagine e come noi lo fanno migliaia di persone.
Lo facciamo, credo, perché nascosto dentro di noi c’è un no che scalpita e che brama di uscire. Alcuni di noi lo scrivono sugli striscioni e scendono nelle piazze. No alla violenza gridano, no a questa riforma, no alla guerra no e poi no. Dire no in cento, in mille, spaventa meno che essere da soli a dirlo. Ecco perché ammiriamo quell’uomo che non alza il braccio. O l’uomo che pochi giorni fa ha sacrificato la sua vita per salvarne altre, in Francia. È un eroe perché ha detto no e lo ha messo in pratica offrendo l’unico bene di cui disponeva.

Dire no non significa restare immobili. Gli alberi ce lo insegnano bene. Nel bosco vince, cioè sopravvive, chi diventa più alto degli altri per catturare la luce. Chi non ce la fa deve aspettare che l’albero che gli fa ombra muoia, ed essere pronto quando avverrà. Potrebbe avvenire tra 150 anni. Intanto l’albero più piccolo dice no. Non è ancora il momento. Certo, potrebbe morire nel frattempo, attaccato da parassiti o abbattuto da una buriana, ma per il momento è no. Non è questo il momento. Ci vuole pazienza.

Ci sono molti tipi di no. I professori che dissero no a Mussolini e non gli giurarono fedeltà. Il no di Sartre al Premio Nobel, perché uno scrittore deve rifiutarsi di trasformarsi in un’istituzione. Il no di Thoreau a versare le tasse di un governo di cui non condivide la politica, perché, scrisse, «mi costa meno, in ogni senso, incorrere nella pena per la disubbidienza allo Stato, di quanto mi costerebbe ubbidirgli». Di rifiuti che sono entrati nella Storia ce ne sono tanti, restano impressi nelle nostre memorie. Ma non ci sono solo i no di disubbidienza e di rivolta. Ci sono i no, ad esempio, che servono a mettere sulla buona strada, come quelli che diciamo ai nostri figli. È per il tuo bene, diciamo.

E allora perché non dire no anche noi, più spesso, nel quotidiano, per fare il nostro bene? Per rimetterci sulla buona strada? Io ho cominciato a dire no negli ultimi anni. Al principio ero spaventato dalla reazione degli altri. Avevo paura di perdere delle opportunità. Anche le persone che mi erano accanto mi dicevano di dire sì, di provare, poi se non ti piace te ne vai, mi dicevano, hai sempre tempo per cambiare idea. Lo dicevano con affetto, ma era anche un modo per giustificare i loro sì. Se avessi detto sì anch’io si sarebbero sentiti meno soli, più convinti della loro decisione.

Non so se siano stati i libri, il cammino, l’insegnamento dei miei genitori o parte di quella sapienza che avevo intravisto in alcuni viandanti, una sorta di saggezza del no che era gravida di molti altri sì, sì alle porte aperte e al pane diviso, sì alla strada se è di tutti, se tutti possono abitarla, no ai fili spinati e ai muri che ostacolano il cammino, no ai marchi e i segni sui pali e sugli alberi, come a dire: questo sentiero è mio. No, non è tuo, non è mio, non siamo che creature di passaggio. Forse tutte queste cose assieme. Ho cominciato a dire no. E mi sono sentito meglio. No a un lavoro sottopagato e umiliante. No a un lavoro che mi impedisca di avere il tempo necessario alla scrittura, allo studio, ai viaggi, ad amare chi voglio amare con pienezza, soprattutto che mi impedisca di cercare la mia piccola strada, anche se questo significasse andare a zonzo senza meta per le vie della città o andare a trovare a piedi un amico che vive a migliaia di chilometri, non sapendo se l’amico vive ancora lì, se mi vuole rivedere, se è vivo. No agli amici che sono rimasti al tempo dei nostri vent’anni, come se fosse possibile custodire un’amicizia solo nel ricordo di ciò che siamo stati. No ai progetti fatti solo per guadagnare del denaro. Noi ai progetti senza passione. No alle situazioni in cui si afferma un’ingiustizia.

Ma anche no più lievi, dati come carezze: no perché non ci credo fino in fondo, o perché non sono all’altezza, perché sarebbe meglio coinvolgere altre persone, c’è chi ne ha più bisogno di me, c’è chi lo merita più di me, o perché non è questo il momento, perché avverto un disagio a parteciparvi, scusami, perché in questo periodo ho la testa da un’altra parte, non sono concentrato, mi sono perso, ho voluto perdermi, dovevo farlo, aspettami e tornerò, mi aspetterai? O i no difficili: perché sono cambiato, siamo cambianti entrambi, siamo su vie che non si incrociano, almeno non ora, non così, ma voglio il tuo bene, prego che ti sia lunga la via. O i no che aprono dei varchi inaspettati: si chiude un cancello e poco dopo qualcuno ti indica un’altra entrata laterale, e ti porge una mano, e ti senti meno solo. O i no sbagliati: quando avresti dovuto dire sì e ormai è troppo tardi per tornare indietro. I no sbagliati, quando li riconosci, sono fondamentali. Aiutano a sgretolare l’orgoglio e l’opinione che si ha di sé.
Tanti no differenti, al punto che potrebbero essere divisi in regni, sottoregni, classi, ordini, famiglie, generi…

L’ultimo no che ho pronunciato è a una manifestazione letteraria. Di no a rassegne e presentazioni mi è capitato di dirne spesso ultimamente – non ne vado fiero, non mi sto appuntando delle spille sul petto – e di solito le ragioni sono le stesse. Cattiva organizzazione (cambi continui di date e orari, mancanza di conferme su spostamenti e alloggi), superficialità o maleducazione nell’approccio (ehi tu, ci hanno detto che sei bravo, perché non vieni al nostro bellissimo festival?), mancanza di rispetto per il proprio lavoro (ovviamente non abbiamo un euro da darti, ma in fondo i libri mica si fanno per campare, no?) eccetera (ne parlai diffusamente qui).

Dicevo dell’ultimo no. Sono stato invitato a partecipare a un evento collaterale del Salone del Libro di Torino. Si sarebbe dovuto svolgere a Trieste, in collaborazione con la biblioteca comunale. Trattandosi di una Festa Mobile, questo è il nome dell’iniziativa del Salone, ed essendo il co-organizzatore in loco la biblioteca diffusa, avremmo realizzato l’incontro in un posto non convenzionale, all’aria aperta, probabilmente su un sentiero del Carso. Avrei dovuto scegliere un libro che amo e leggerne brani per 30-45 minuti. Immaginavo molti autori sparsi per l’Italia con in mano i propri libri prediletti e i video di quelle letture proiettati a Torino. Invece no, nessuna registrazione. Nessun collegamento con Torino a parte uno scambio di loghi sulle locandine. Infine mi è stato detto che il mio compenso sarebbe corrisposto a dei cioccolatini. Torinesi, ça va sans dire. Quale è il senso di tutto ciò? Poter rimpolpare il già nutrito programma del Salone scrivendo che ci sono delle letture in contemporanea in tutta Italia? Si crea così una rete? Non invece coinvolgendo con pazienza le biblioteche in un progetto condiviso, che lasci un segno, che semini, e dotandole di fondi, anche se minimi, che notoriamente non hanno? E poi: si riconosce il lavoro di un autore pagandolo con del cioccolato? Mi è venuto spontaneo dire no. Anni fa avrei esitato a lungo prima di rispondere. Ora mi sembra la cosa migliore che potessi fare. Cambierò idea? Chi lo sa, contraddirsi è sano. Ma sano è anche, scriveva Thoreau, vivere rispettando se stessi.
Ho detto alla biblioteca che naturalmente sono disponibile in futuro a leggere dal libro che avevo in mente, coinvolgendo dei giovani. Quello lo farò con molto piacere, sì, un sì rotondo, da dirsi a voce alta. Andremo in Carso, ciascuno porterà nello zaino qualcosa da mangiare e da leggere per condividerlo con gli altri.

Il libro che avevo in mente è Il mio Carso di Scipio Slataper. È un’opera dimenticata, piena di dubbi, di sì che vorrebbero essere detti, di no da affrontare, no come pietre calcaree. Il travaglio di un uomo che sta cercando la sua strada. Ne trascrivo un breve passo, come augurio per tutti noi, affinché troviamo la calma, la forza e la leggerezza per dire sì e no quando riteniamo giusto farlo, senza mentire a noi stessi, o perlomeno senza mentire troppo.
«Perché non sai cos’è il bene, ma senti chiaramente cos’è il meglio. Il patimento è buono, se esige da te un più profondo dovere. Così tu ti allarghi nel mistero, nutrendoti di lui, e le sue tenebre diventano sole nella tua anima».

 

 

 

 

 

 

 

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La biblioteca del viandante

 

In quale scaffale andrebbero riposti i libri di Henry David Thoreau, Patrick Leigh Fermor, Bruce Chatwin o La passeggiata di Robert Walser, o le passeggiate di Jean–Jacques Rousseau o quelle notturne di Charles Dickens? O i versi del Preludio di William Wordsworth, o quelli vagabondi di Jack Kerouac e Frank O’Hara, o la descrizione del pellegrinaggio a La Verna nei Canti Orfici di Dino Campana? E le pagine che narrano il ritorno a casa di Primo Levi ne La tregua? E la flânerie porteña di Roberto Arlt? E il pellegrinaggio in Oriente di Herman Hesse, o i sentieri ghiacciati di Werner Herzog, o i deserti di Mary Austin o il diario acquatico di Roger Deakin, l’umorismo di fiumi e boschi di Jerome K. Jerome e Bill Bryson, o le pagine dense di Cees Noteboom verso Santiago? E le riflessioni sul cammino e sul camminare di Rebecca Solnit, David Le Breton, Frédéric Gros, Duccio Demetrio, Francesco Careri, Adriano Labbucci?

E le prove recenti di autori che si sono messi in cammino, chi nella foresta, chi sulle tangenziali, chi tra le vette, chi sui grandi itinerari di pellegrinaggio, chi nelle periferie urbane, in compagnia della propria ombra o con gli altri, umani o animali, come Wu Ming 1 e 2, Bernard Ollivier, Gianni Biondillo, Paolo Rumiz, Davide Sapienza, Paolo Ciampi, Andrea Bocconi, Franco Michieli, Tiziano Fratus, Claudio Visentin, Roberta Ferraris, Émeric Fisset, Enrico Brizzi, Luca Gianotti, Jean-Christophe Rufin, Pino Cacucci, Paolo Cognetti, Thomas Espedal, Robert Macfarlane, Antonio Moresco e quanti altri ancora? Ad oggi molte di queste opere vagano da uno scaffale all’altro, costrette a un nomadismo senza sosta tra il reparto della letteratura di viaggio, della spiritualità, della filosofia, della poesia, della storia, dell’alpinismo, o spaesate in quello delle guide turistiche o del fantomatico scaffale del benessere e dello sport.

Sogno – di giorno, ad occhi spalancati – che nelle biblioteche e nelle librerie sorga finalmente lo scaffale della viandanza. Una radura, un caravanserraglio, un bivacco, una panchina, un luogo in cui opere senza patria possano riposare prima di rimettersi in marcia. Che siano scritte in versi o in prosa, che raccontino di un omicidio sul sentiero o raccolgano le testimonianze di grandi pensatori che hanno teorizzato camminando, che siano romanzi o saggi o siano ibridi, macchine anfibie, esse appartengono alla stessa famiglia, quella della strada aperta, tanto per citare un verso caro di Walt Whitman.

Per tale ragione, assieme agli amici di Ediciclo, una casa editrice pioniera della letteratura della strada in Italia, ho pensato ad una collana. Si chiama “La biblioteca del viandante”, è nata nell’autunno 2016. Una casa precaria, piccola e temporanea, per opere scritte o pensate con i piedi. La curo e mi cura a sua volta. Poche opere, una all’anno, forse due al massimo. Nessuna fretta.
Qui sotto, lettore, puoi trovare le copertine – illustrate da Fabio Consoli – delle opere uscite ad oggi. Si tratta di Maldifiume di Simona Baldanzi e Io cammino da sola di Alessandra Beltrame. Sono andate bene, continuano ad andare bene, a circolare, ad essere presentate, a far discutere. Il prossimo libro, in uscita a marzo 2018, sarà annunciato a giorni. Buona lettura, buoni passi, buone soste.

L.N.

Cosa è diventato l’Arno? Cosa ce ne facciamo oggi di questo immenso fiume? Cosa ce ne facciamo di tutti i nostri fiumi? Questo libro non è una camminata di memoria tra le correnti. È invece il racconto denso, appassionato e puntuale di un viaggio di ricerca, di ascolto e di scoperte, fatto a piedi, in bici, in barca, in auto; un viaggio lento e popolato da domande che cambiano passo passo e onda dopo onda. È un viaggio per capire cosa c’è adesso, come viviamo questo fiume che può essere tanti altri fiumi, che passa paesi, parchi, scheletri di un lavoro che non c’è più o germoglio di uno da inventare; questo fiume che si muove vicino ad autostrade, che sibila sotto i ponti, che si agita o stagna, che divide comunità in due rive, che attrae e spaventa insieme. Acqua restia a barriere e confini, che pare ingovernabile eppure diventa metafora della politica, del fare e disfare comunità. Una vena scoperta a cui spesso abbiamo dato le spalle, ma che scava, cambia, pulsa non solo nei territori, ma anche dentro all’intimità di donne e uomini.

 

Non sei mai stata tanto sola come lo sei ora. Non hai né un marito, né un figlio, né un compagno o un amico stretto, un socio, un partner con cui condividere una vita. Da più di dieci anni non hai più i genitori. Allora parti, ti metti in cammino. E ricordi. I passi sono come rintocchi, calpesti la terra dei tuoi padri ed è come se li resuscitassi. Comincia così un duro viaggio in compagnia dei tuoi demoni. Sei una bambina tormentata, un’adolescente infelice, una ragazza attraversata da sofferenza e dolore. Fai carriera, hai successo, eppure stai male, incontri la morte e non riesci a guardarla negli occhi, potresti dare la vita e scegli di non farlo. Abbandoni il lavoro, abbandoni la casa e parti. E oggi, che sei sulla strada e senti per la prima volta il peso della solitudine che ti ha accompagnata per tutta la vita, decidi di affrontarla, di capire perché la vuoi, la cerchi, la desideri così ardentemente. Contro tutto e tutti.

 

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Quando muore un viandante

marco e luigi

Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento,
chiudete i pianoforti, e tra un rollio smorzato
portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.

Incrocino aeroplani lamentosi lassù
e scrivano il messaggio Lui è Morto
W. H. Auden, Blues in memoria

a Marco Amadei

 

Certo si deve morire. E noi, sparuti sognatori diurni che ci onoriamo di far parte di quello che Thoreau definì l’Ordine dei Camminatori Erranti, la morte ce la portiamo nello zaino tutti i giorni. Noi che impazziamo in una casa dopo una settimana, e non facciamo carriera perché preferiamo sparire nei boschi, e trascorriamo ore incalcolabili di fronte alle mappe, e che veniamo irrisi come irresponsabili, e illusi, e scioperati, e oltremodo egoisti, noi però con l’addio abbiamo stretto un patto molto tempo fa.

Ci contiamo sulle dita di una mano. Siamo pochi, ci vogliamo bene a distanza, e quando ci vediamo è sulla strada, non abbiamo bisogno di parlare, ci camminiamo a fianco, ci scambiamo i sogni nel sonno, ripartiamo al mattino senza salutarci perché sappiamo che prima o poi un incrocio ci metterà di nuovo uno accanto all’altro. Noi crediamo nelle vie che conducono a un punto saliente. Lì ci dirigiamo, senza nominarlo.

Certo, si deve morire. E muoiono familiari, amici, colleghi, animali cari, che venendo meno ci tolgono il respiro, ci lasciano stupefatti. E allora eccoci chini sugli oggetti: «queste sono le cose dell’amico morto. / La loro forma si cambia con lo sguardo. / La pipa può diventare cigno, poi faro / la penna», scrive Slavko Mihalić. Ogni creatura che abbiamo amato rivive in un oggetto, prendiamo quell’oggetto e lo trasformiamo in amuleto, l’amuleto lo mettiamo nella tasca e con esso torniamo a vivere, o a sopravvivere.

Ma quando muore un viandante con cui hai diviso la strada aperta e null’altro, nessun oggetto ti resta di lui. La vostra era un’amicizia senza fondamenta, nemmeno un pilastro, foss’anche precario, a tenerla in piedi. La vostra era un’amicizia per l’amicizia, senza accordi, senza ricompense, senza promesse di aiuto, senza scambi di talismani, senza profitti, senza pettegolezzi, senza ragioni apparenti. Eravate amici perché sapevate di appartenere a quella plurisecolare schiera di erranti, pellegrini, perdigiorno che ha senso e ha vita pulsante soltanto nelle lontananze, negli abbracci dati sulle soglie, nelle inutili e impagabili esplorazioni dell’orizzonte.

Marco verso Finisterre agosto 2017

Conobbi Marco due anni fa, in inverno, sul Camino Francés. Arrivai a Trabadelo, un villaggio a meno di 20 km dal Cebreiro, molto tardi, alla fine di una tappa solitaria lunghissima. Quando ci incrociammo nei corridoi del rifugio ci riconoscemmo a prima vista. Ci fiutammo, più che altro, come due orsi nella faggeta ghiacciata dopo settimane di vagabondaggio. E il giorno dopo ci perdemmo, ciascuno nella sua neve. Ci ritrovammo ancora in Spagna, l’estate successiva, su un altro cammino diretto a ovest, alcuni giorni assieme e ci lasciammo un’altra volta senza salutarci. «Ci vediamo là» mi scriveva sempre nei suoi messaggi. «Là»: era Santiago? Finisterre? Era la Francigena, di cui parlavamo spesso, o la sua casa di Parma? No, era molto più preciso, circostanziato quel «là»: era il punto saliente, il metro quadro di polvere in cui ci saremmo incontrati.

Lo scorso agosto è accaduto a Santiago, in praza do Obradoiro. Da lì abbiamo camminato fino all’oceano. A Finisterre, a colazione, in un bar senza nome, ho finito di bere il caffè, ho inforcato lo zaino, l’ho abbracciato e me ne sono andato verso le scogliere. «Ci vediamo là», mi ha detto. E immediatamente è sorto in entrambi un sorriso, si è fatta largo in noi una forma di soddisfazione, come se avessimo finalmente individuato in quella sillaba il marchio del nostro legame.

Dopo qualche giorno Marco è tornato a casa e ha scoperto di essere ammalato. «Stavolta il cammino sarà tosto», mi ha scritto. Ma non una volta, in questi 3 mesi, che l’abbia sentito scoraggiato, che abbia smesso di sperare di tornare sulla strada. «Sempre avanti, mai un passo indietro» è stato il suo mantra fino alla fine. Anche quando sono andato a trovarlo in ospedale non abbiamo trascorso un minuto a ricordare ciò che era stato – eravamo proiettati nei giorni che sarebbero venuti, che verranno, svariati passi avanti a noi: la traversata pirenaica da fare assieme, l’idea di un’opera. «Scrivi un libro sulla mia vita»: mollare tutto, mettersi in cammino, ammalarsi, resistere. Non abbiamo avuto il tempo di coltivare quest’idea.

"camino de invierno", galicia, verano 2016

Della vita precedente di Marco, quella venuta prima di scoprire il cammino, non so quasi nulla. Mi pare si fosse occupato di pubblicità. Non mi interessa saperlo, non occupava i nostri discorsi. Noi parlavamo, quando parlavamo, usando l’indicativo futuro: partirò, prenderò quel sentiero poco dopo l’alba, non farò il biglietto di ritorno, non avrò paura, incontrerò delle creature che si prenderanno cura di me, godrò fino all’ultimo passo. So che gli ultimi 10 anni Marco li ha trascorsi così, questo mi basta.

Certo, si deve morire. Ma quando muore un viandante la strada si restringe. Si piegano gli abeti, nonostante l’assenza di vento. Crollano i pini neri, rotolano a valle accompagnati dagli sguardi tristi delle capre selvatiche, si schiantano nel letto secco del torrente. Il paesaggio si curva, le prospettive si chiudono. Capisci che a nessun incrocio apparirà il tuo amico. Non ti chiamerà dalla cima per spronarti a salire, non ti attenderà al rifugio. I sentieri saranno meno luminosi senza il suo passaggio. Starai sul selciato con un nodo alla gola.

Eppure, certo, cazzo, tornerai a calzare gli scarponi. Farai lo zaino con gli occhi lucidi. Oltrepasserai la soglia. Ti consegnerai un’altra volta al cammino. E molto presto, probabilmente già prima che finisca la prima tappa, l’amico verrà a trovarti. Sotto forma di poiana, o di cervo, o di fulmine, di ombra proiettata sulla falesia, e tu gli sorriderai come un tempo. Tornerete a parlare usando l’indicativo futuro, riderete il più possibile, farete qualche secondo di silenzio e poi vi separerete, come si conviene, senza salutarvi.

Ci vediamo , hermano mio.

marco

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