TRIESTE SELVATICA

Trieste selvatica

Editori Laterza, 2019
(prima ristampa luglio 2019)

Copertina Trieste_selvatica_Nacci

 

Trieste è la città di Maria Teresa, di Miramare, di Sissi, delle regate, dei caffè. Tutto vero. Ma c’è un’altra città: quella di Joyce e di chi, come lui, trascorreva le notti in locali malfamati, in mezzo alla calca umana giunta per cercare fortuna in una metropoli che fino a poco tempo prima era stata un anonimo villaggio. C’era e c’è ancora una Trieste di vicoli, di personaggi al limite tra genio e follia. C’è il Carso, non corpo separato, ma parte integrante della città: labirinto di sassi, boscaglie, doline, foibe, trincee. Ci sono boschi e foreste sterminate, luoghi in cui si è combattuto, ci si è vendicati spietatamente, si sono nascoste prove di stragi feroci, e allo stesso tempo rifugi per vagabondi pacifici, viandanti senza bandiera che non conoscono l’odio. Il selvatico batte alle porte del centro. È una forza selvaggia e liberatoria. Siamo disposti a conoscerla?

Leggi l’incipit: QUI


Ne hanno parlato:

16 marzo: Raffaele Roselli su Rai Radio 1, Radio di bordo
24 marzo: Claudio Agostoni su Radio Popolare, Onde Road
30 aprile: Rossella Pretto su Satisfiction
1 maggio: Gianfranco Franchi su Porto Franco
4 maggio: Luigi Zannini su Radio Rai Friuli Venezia Giulia, Libri a Nord Est
7 maggio: Pietro Spirito su Il Piccolo
7 maggio: TGR Friuli Venezia Giulia
8 maggio: Donatella Pohar su Radio Capodistria, Commento in studio. I fatti della settimana
8 maggio: GRR Friuli Venezia Giulia
12 maggio: classifica dei libri più venduti in Friuli Venezia Giulia su Il Piccolo
13 maggio: Gianfranco Franchi su Porto Franco
14 maggio: Renzo Brollo su Mangialibri
19 maggio: classifica dei libri più venduti in Friuli Venezia Giulia su Il Piccolo
20 maggio: Il Piccolo
26 maggio: classifica dei libri più venduti in Friuli Venezia Giulia su Il Piccolo
2 giugno: classifica dei libri più venduti in Friuli Venezia Giulia su Il Piccolo
2 giugno: Martina Vocci su Tele Capodistria, Istria e dintorni
3 giugno: Francesco Chiamulera sul Corriere del Mezzogiorno
3 giugno: Paolo Ciampi su ilibrisonoviaggi e Paperblog
5 giugno: Diego Zandel su La Gazzetta del Mezzogiorno
5 giugno: Barbara Costamagna su Radio Capodistria, I divergenti
7 giugno: Bruno Gambacorta su Tg2 Eat Parade
9 giugIl Piccolono:classifica dei libri più venduti in Friuli Venezia Giulia su Il Piccolo
10 giugno: Francesco Chiamulera sul Corriere Extra e sul Corriere del Veneto
7 giugno: Martina Sgorlon su Martinaway
7 giugno: Giancarlo Sturloni su L’Espresso
12 giugno: Anna Piuzzi su La Vita Cattolica
14 giugno: Anna Piuzzi su Radio Spazio, Libri alla radio
16 giugno: Primorski dnevnik
17 giugno: classifica dei libri più venduti in Friuli Venezia Giulia su Il Piccolo
24 giugno: Martina Sgorlon su Martinaway
30 giugno: Primorski dnevnik
30 giugno: classifica dei libri più venduti in Friuli Venezia Giulia su Il Piccolo
30 giugno: Andrea Mattei su La Gazzetta dello Sport
30 giugno: Noticia sport (in spagnolo)
1 luglio: Martina Vocci su Il Ponte rosso
2 luglio: Matteo Tacconi su Il Fatto Quotidiano
7 luglio: classifica dei libri più venduti in Friuli Venezia Giulia su Il Piccolo
8 luglio: L’Amico del Popolo
8 luglio: Movimento Lento
9 luglio: Barbara Costamagna su Radio Capodistria, L’approfondimento
10 luglio: Nicolò Giraldi su Triesteprima
14 luglio: classifica dei libri più venduti in Friuli Venezia Giulia su Il Piccolo
14 luglio: Francesco Chiamulera sul Corriere del Veneto
15 luglio: Dolomiti.org 
17 luglio: Ipsa Legit
21 luglio: classifica dei libri più venduti in Friuli Venezia Giulia su Il Piccolo
23 luglio: Luca Gianotti su Il cammino
28 luglio: classifica dei libri più venduti in Friuli Venezia Giulia su Il Piccolo
4 agosto: classifica dei libri più venduti in Friuli Venezia Giulia su Il Piccolo
4 agosto: Antonio Calabrò su Il Giorno
11 agosto: classifica dei libri più venduti in Friuli Venezia Giulia su Il Piccolo
12 agosto: Ipsa Legit
12 agosto: Sonia Gioia su Identità golose. Magazine internazionale di cucina
13 agosto: Francesco Chiamulera sul Corriere della Sera
17 agosto: Repubblica (Torino)
18 agosto: classifica dei libri più venduti in Friuli Venezia Giulia su Il Piccolo
21 agosto: Libri news

Presentazioni:

8 maggio: Trieste, Mercato Coperto, ore 18, con Riccardo Cepach e Martina Vocci
19 maggio: Udine, Festival Vicino Lontano, Libreria Friuli, ore 18, con Mauro Daltin
20 maggio: Trieste, Teatro Miela, ore 20.33, con gli attori del Pupkin
19 giugno: Gorizia, AD FORMANDUM, ore 18.30, con Giovanni Fierro e Michele Obit
5 luglio: Muggia vecchia, ore 20.45, con Diego Masiello
6 luglio: Trieste, Libreria Lovat, ore 19, con Riccardo Cepach
15 luglio: Cortina d’Ampezzo, Una Montagna di Libri, Museo d’arte moderna Mario Rimoldi, ore 18, con Ennio Rossignoli e Francesco Chiamulera
17 agosto: Prali, Festival Pralibro, ore 21
25 agosto: Cortina d’Ampezzo, Premio Cortina, Cinena Eden, 17.30
9 settembre: Lunatico Festival, Cervignano
13 settembre: Viareggio, Festival del Viaggio
15 settembre: Firenze, Estate Fiorentina, ore 19.30, con Simona Baldanzi e Alessandro Raveggi
21 settembre: Pordenone, Festival Pordenonelegge, ore 19, con Riccardo Cepach
29 settembre: Lecco, Festival Immagimondo
4 ottobre: Padova, Libreria Pangea, ore 18.30
5 ottobre: Milano, Festival del Social Walking
6 ottobre: Monfalcone, GEOgrafie Festival
11 ottobre: Castelfranco Veneto, Biblioweek, con Matteo Melchiorre

 

Cosa dicono:

Cos’è Trieste selvatica? È una “via sentimentale” a Trieste e al suo territorio: scritta per riconsiderare l’immaginario triestino, per restituirgli un respiro salvadigo, per sintetizzare decenni di letture e di approfondimenti (…). È una guida letteraria a Trieste e ai suoi dintorni, di una completezza spiazzante (…). Cosa c’è di eccezionale, in questo libro di Nacci, al di là della documentazione (riferita puntualmente in bibliografia, in appendice)? C’è il sentimento – un sentimento di pietà, di pace e di profondissima umanità: è un libro che invita a sventolare bandiera bianca, e forse per questa ragione va accolto e trattato con più rispetto ancora. (…) “Trieste selvatica” è destinato alle biblioteche degli appassionati di questioni triestine, carsiche e istriane; può valere, considerata la preziosa bibliografia, come mappa letteraria; a quanti hanno imparato a conoscere e apprezzare l’artista per via dei suoi libri sulla viandanza (pubblicati, sin qua, da Ediciclo e Laterza), posso assicurare che uno dei leit motiv del saggio è ovviamente il cammino: periodicamente Nacci vi porterà quando nel vecchio Molo san Carlo, odierno Molo Audace, quando nella vecchia piazza Grande, odierna Piazza Unità, quando per san Giacomo, quando per i boschi, spiegandovi bene cosa osservare…
Uno di quei libri destinati, in compagnia di must come Trieste di Ara e Magris, come Trieste di Elio Apih, come Trieste provincia imperiale di Fölkel e come Trieste sottosopra di Covacich, a restare nel tempo, come espressione complessa e profonda della città più letteraria della Mitteleuropa e dei Balcani.
(…)
Ha scritto un libro complessissimo, profondo e coraggioso: ha completato un sentiero bibliografico su Trieste che stava diventando – o forse è diventato – un genere: certi scritti di Claudio Magris, Ferruccio Fölkel, Jan Morris, Mauro Covacich, Pietro Spirito venivano una generazione dopo certi lavori essenziali di Slataper, di Vivante, di Schiffrer, di Apih. Luigi ha dato un respiro molto diverso e sottile allo spirito della città e ben diversa dignità e complessità al Carso. Ha dimostrato una vicinanza agli sloveni che, a ben guardare, nessun italiano mostrava dai tempi dell’istriano Tomizza. Ha parlato di solidarietà, di accoglienza, memorie differenti.
Penso che Trieste selvatica sia un libro kamikaze della solidarietà. Così indifeso che non puoi non difenderlo. Rappresenta solo umanità.
Gianfranco Franchi

 

Un libro fuori dagli schemi, che se da un lato ripercorre piste già tante volte battute della storia e dell’anima di Trieste, dall’altro lo fa scegliendo come osservatorio d’elezione l’altopiano carsico, facendo un passo avanti rispetto al testo di partenza e di primo riferimento, “Il mio carso” di Slataper (uno ‘spartiacque’ lo definisce Nacci), esplicitamente citato sin dall’incipit. Perché la tesi di fondo del libro – una sorta di saggio-reportage che si avvale di una lingua lirica e a tratti visionaria – è che non si può comprendere davvero quel pasticcio storico-esistenziale che è Trieste se non si tiene conto della sua anima selvatica, carsica, spesso oscura. (…) La mappa di Nacci non tralascia nulla, tenendo l’ago della bussola puntato sul punto cardinale della narrazione: l’anima ibrida di una terra e delle sue genti. (…) È questa la “Trieste selvatica”: un luogo mai risolto, sempre in bilico, sospeso fra terra e mare, pieno di fratture carsiche e dall’identità sfuggente. E solo se si è in grado di accettare e vivere questa condizione fino in fondo si potrà trovare un equilibrio forse precario, ma pur sempre equilibrio.
Pietro Spirito

 
È un poeta, un viandante, un equilibrista che cammina sul filo, o meglio, sul confine di una terra, la sua, che ha nome Trieste; ma non dei caffè, di Miramare e di Sissi, della Barcolana, del suo volto mondano lustrato dal vento intende parlarci Luigi Nacci, piuttosto di quella selvatica che ha scelto come titolo del suo ultimo libro, per indurci a ripiegare con lui in vicoli e locali percorsi da uomini al limite, in quel bordo marginale che insidia il centro e, per vie traverse, sempre vi si insinua.  (…) Zaino in spalla e scarponi anche in città – perché la pietra è ovunque e scivolare è un attimo -, Luigi Nacci ci invita a fare, passo passo, questo cammino, alla scoperta del volto disturbante della città, che se è dispensatrice di angoscia (per Saba) o malefica (per Bobi Bazlen), è anche la città di Franco Basaglia e delle porte aperte dei manicomi. Ma oltre a questo è terra di incroci e di natura, il labirinto del Carso dove ogni triestino dovrebbe dirigere il piede per ritrovare origine, chiave “per comprendere la frontiera” cioè la vera libertà di essere viandante.
Rossella Pretto

 
Questo libro è bellissimo. Da leggere e rileggere.
Chiara Carminati

 
Per un viandante quale è Luigi Nacci un libro come questo può si può forse considerare come un punto d’arrivo, una tappa importante della propria vita in cammino. Riuscire, in un sunto, a dare un corpo e un’anima letteraria al luogo dove si è nati significa guardare lontano, talmente lontano da poter poi scorgere la verità delle cose che ci circondano, che ci sono vicine, ma non solo. Significa anche essere in grado di raccontarle, che siano visibili e fruibili anche per gli altri. Così è per la sua Trieste. Crogiolo, porta, confine, limite, inizio, fine, mescolanza, memoria, separazione. (…) Un libro come quello di Luigi Nacci, già autore di saggi sul tema della “viandanza”, è una specie di benedizione. Perché ti costringe, con grazia e acume, a osservare i luoghi, ad ascoltare le storie di chi vi abita o vi ha abitato. Che l’Adriatico lo si voglia considerare un mare o un grande canale, la città di Trieste ha bisogno di molti punti d’osservazione, che non siano solo quelli vicini al molo. Trieste è selvatica, prima di tutto.
Renzo Brollo

 
Bello e divertente.
Alessandro Marzo Magno

 

Trieste selvatica ha un’impronta che rivela uno sguardo da “straniero”, più oggettivo rispetto a chi, come il sottoscritto, è figlio di quella terra. E ne è tanto immerso da essere, nella stessa persona, come per Slataper, un impasto delle etnie che l’hanno abitata. Pertanto, come lettore di questo libro di Nacci, mi sono trovato ad affrontarlo con un continuo dialogo con esso, nel quale non sempre mi sono trovato in accordo con lui, pur nel riconoscimento, non solo della profonda preparazione affrontata per scriverlo, coniugata per altro a una altrettanto profonda conoscenza diretta del territorio per attraversarlo con altri viandanti, ma anche per la magnifica scrittura e il taglio, da conversazione.
Diego Zandel

 

Non è un saggio, non è nemmeno una delle tante guide più o meno emozionali, più o meno letterarie, scritte su una città che in questo modo ha affollato gli scaffali delle librerie. E certo ci sono i fantasmi di Umberto Saba e James Joyce, certo ci sono i ricordi del porto asburgico e della Grande Guerra, di Sissi e dei caffè storici. Ma Luigi è prima di tutto un viandante irrequieto e curioso, che sa mettere insieme le biblioteche e i sentieri, che si lascia tentare dai dettagli e dai margini. Questo libro è come lui, divagazione e attrazione, vagabondaggio e rivelazione. E lui ci accompagna davvero dentro una Trieste che è la sua Trieste ma che è anche una città che tutti noi possiamo provare ad abitare poeticamente.
Paolo Ciampi

 

Trieste selvatica, del poeta errante Luigi Nacci, è un’opera eretica perché in tempi di nazionalismi e nuovi confini prende le parti del vento, che sulla frontiera di nordest può soffiare con la turbolenza imprevedibile della bora, come a ricordare che i confini esistono solo sulla carta.
Nacci è uno scrittore che ha messo la viandanza al centro della sua ricerca umana e autoriale. Arriva da lui l’invito a indossare zaino e scarponi per seguirlo lungo itinerari che non troverete nelle guide ufficiali. Lasciate perdere la Trieste degli Asburgo e dei caffè, dei castelli e dei teatri, delle assicurazioni e delle regate. Si va alla ricerca del salvadigo, come si dice da quelle parti. E da quelle parti il selvatico è ovunque: nei vicoli che si diramano da Piazza Unità, rifugio di santi pellegrini, poeti ubriaconi e navigatori con il mal di mare, fino al reame dell’orso, all’ombra di boschi cresciuti in fretta per nascondere la ferocia di troppe guerre combattute per un pugno di sassi.
Per essere chiari: non è un libro che parla di natura; è la storia di una terra di nessuno strappata al mare, raccontata con lo sguardo tormentato della letteratura: del resto, si chiede Nacci, se non parlassimo di letteratura, potremmo parlare di Trieste? (…) In ogni pagina si scorgono le tracce di orsi, volpi, lupi, tassi, linci, cervi e caprioli. È come se altri occhi ci osservassero mentre sorseggiamo uno spritz in piazza Unità o mentre passeggiamo tra le strade ortogonali votate ai commerci del Borgo Teresiano.
Cominciare a capire. Perdersi.
Giancarlo Sturloni

 

Quello che Nacci ha compiuto è un piccolo e sapiente capolavoro, perché ha dato vita a un libro (per altro documentatissimo e con una bibliografia ricca e dettagliata) che ha il sapore buono del dialogo col lettore. E quel lettore non starà nella pelle: vorrà subito, e di buon passo, mettersi in cammino per essere parte, anche lui, della fitta e intricata storia che sembra non voler lasciare questa ammaliante e seducente città di confine.
Anna Piuzzi

 

Luigi Nacci – come Rumiz – maneggia l’arte di scrivere coi piedi con sapienza ed esperienza, usando da anni il cammino lungo i sentieri del mondo come strumento di ricerca, di comprensione e – poi – di narrazione. Trieste selvatica, il suo ultimo libro pubblicato da Laterza, ne è la prova più recente e, forse, meglio riuscita. Non un saggio ma un “itinerario sentimentale” (scritto camminando, “passandosi la borraccia”) nella terra in cui è nato (un po’ per caso) e che percorre da anni da solo o accompagnando gruppi di viandanti come lui. (…) Trieste, scrive Nacci, è una non-città, è “qualcosa sul limite tra centro e periferia, periferia e bosco, bosco e foresta, ovest e est, domestico e ignoto”. Popolata da gente che nel secolo scorso ha cambiato nazionalità senza aver mai cambiato letto. Gente che più di altri va a caccia di felicità, “mangiando e bevendo, e passeggiando in Carso a caccia di osmize”. Fino all’ennesimo confine, che confine non è, dove incontrare un popolo misterioso e antichissimo, dimenticato: i Cici, la minoranza più esigua d’Europa, che occupa silenziosa e fiera questa fetta di terra – la Ciceria – tra Italia, Slovenia e Croazia. Un popolo di frontiera che ha tanto da raccontarci e da insegnarci, perché una soglia, una porta non si giudica dalle sue dimensioni “ma dalla quantità e qualità di gente che la oltrepassa”.
Andrea Mattei

 

Trieste selvatica non è solo l’azzeccato titolo di un brillante e ironico capolavoro sulle terre di confine, ma una nuova categoria per vivere diversamente la frontiera riappropriandoci di un’etica che possa fungere da base per una piccola e necessaria rivoluzione. Le sue sembianze potrebbero essere un nuovo umanesimo in cui riconoscerci, perché tutti abbiamo bisogno di sentirci parte di qualcosa, abbiamo bisogno di appartenere, fosse anche alla specie bislacca e sofferente del bastardo di frontiera. Perché lo schema della paura funziona in modo banale e perverso: abbiamo paura di ciò che non vediamo, che si affianca al timore di intravedere anche solo per un interminabile istante la cattiveria di un altro essere umano, che con grande probabilità è più spaventato di noi. Per questo motivo, l’invito a perdersi è ciò che di più saggio si possa desiderare. E si unisce a un altro luminoso consiglio: “per conoscere queste terre bisogna alzare bandiera bianca, arrendersi”, smettere di gareggiare a chi ha sofferto di più o chi ha contato più morti.
Martina Vocci

 

Questo è il libro della soglia, il racconto di una metamorfosi ovidiana in cui la storia e i suoi protagonisti diventano natura. Trieste da “città di carta” si trasforma in una foresta salgariana, con Nacci maestro di cerimonie in un nuovo Jumanji istrocarsico. Non bisogna credere in Trieste selvatica, dove tutto è letteratura inclusi gli scarponi del viandante, bisogna farsi prendere da questo sogno a occhi semichiusi, e arrendersi alla bellezza il cui inizio, come sapeva un certo duinese, è terribile.
Giancarlo Lancellotti

 

Ci sono opere letterarie che nel loro piccolo sono capaci di anestetizzare la narrazione del mito e restituire il giusto ruolo alle verità storiografiche. Trieste selvatica rappresenta a tutti gli effetti uno degli esempi più manifesti della scelta di andare “contromano” (…). Nacci, che prima di questo piccolo capolavoro aveva scacciato i fantasmi dei disillusi con l’incalzante Alzati e cammina, non ha pretese di celebrazioni, né tantomeno scrive perché parte del vortice meccanico di “scommesse” editoriali (…).
“Trieste è una città molto noiosa. Vivere qui non mi fa né caldo né freddo”, è la citazione che apre il cammino storico-letterario in grado di scardinare le convinzioni digitali e quelle suggestioni troppo luccicanti perfino per gli stessi figli della frontiera. Il mito absurgico, la mirabile gigantografia di un emporio pulito, ordinato ed elegante, viene finalmente minato da una messa in stato d’accusa degli entusiasti smemorati che ne hanno cantato le lodi (…). Si va a piedi dal molo Audace alla Ciceria, oltrepassando le proprie incertezze e donando istantanee a chi si fa convincere del contrario, o dagli orari ufficiali della Storia che qui, a maggior ragione, non possono esistere. Smonta pezzo per pezzo le brochure plastificate, le recensioni e le malcelate menzogne. Trieste potrebbe lasciar innamorare chiunque, ma Nacci ricorda al forestiero la banalità dei simboli e gli abusi a cui sono sottoposti (…).
Trieste selvatica si divora perché è autentica rappresentazione di onestà, non solo intellettuale suvvia, bensì soprattutto per quel desiderio di “cantare” partiture scomode, come quelle che rimangono colonna sonora nella storia dei “nati dai fiori”, vale a dire i figli illegittimi “dei ricchi borghesi triestini (forse avuti con le prostitute care a Joyce)” che l’Istituto dei Poveri affidava a pastori misconosciuti della Ciceria. Bambini che nessuno vuole, frutto dell’amore libero e che nell’ipocrita e borghese società dell’epoca non dovevano essere visibili, insomma, dovevano sparire.
Il libro di Nacci è probabilmente la migliore rappresentazione letteraria di quest’area degli ultimi dieci anni, se non di più. Lo è perché se vogliamo che questa città cresca, dobbiamo tornare nei luoghi dove vivono gli orsi, la lince e il gatto selvatico, mischiarci con chi è nostro vicino e con chi arriva da lontano, o dal passato; dobbiamo ricordarci di tutte le sofferenze e parlare con il cuore in mano, ospitando amici distanti e portarli nelle bettole che sopravvivono in un qualche rione periferico, oggi succursale balcanica. Perché la vera Trieste è lì, tra i sassi duri del Carso e nelle osterie sudicie, nel dialetto scorbutico e nel vino sporco di qualche viticoltore che non esporta in Giappone. Infine, Trieste è da considerarsi selvatica e questo libro è indubbiamente il migliore antidoto nei confronti di chi porta avanti la smania di addomesticarne l’anima.
Nicolò Giraldi

 

Una bella sorpresa: Trieste selvatica fa quello che promette, cioè ci fa uscire dal recinto consueto della doppia griglia viaria della città, asburgica e illuminista, dalle icone letterarie che conosciamo (Svevo, Saba, Joyce…), dal suo sapore urbano troppo urbano, e ci porta nell’underground, nel Carso selvaggio, nella selva. (…) Non a caso l’incipit del libro è ricalcato dalle prime fulminanti righe del classico di Scipio Slataper, Il mio Carso, e Nacci è un po’ un irregolare come era Slataper: riservato, quasi timido, ha fatto della “viandanza” la sua cifra, nei suoi libri ma anche nella vita privata. “Viandanza” è un neologismo potente, che porta nell’ambiente naturale la flânerieottocentesca: un vagabondare che si fa quasi educazione sentimentale, conducendo a nuovi significati.
Così accade in Trieste selvatica, che dopo aver passato in rassegna la sterminata letteratura di questi anni su Trieste, abbandona le vie note, insegue la Bora e il suo alito di follia, nomina a una a una le specie di animali e di piante che popolano la vasta foresta che dalla Venezia Giulia si stende per centinaia di chilometri, ininterrotta, lungo i Balcani, fino in Grecia. Creando così un effetto straniante: la città che ci sembrava imperiale e trionfante diventa piccola piccola, rispetto ai lecci e ai carpini, ai faggi e agli allori, ai grifoni e agli orsi e ai lupi che abitano a pochi passi dal centro. Diventa una “soglia”: una metropoli mancata, rimasta in un limbo.
Francesco Chiamulera

 

Un viaggio sentimentale nella sua città, che parte dal centro, e racconta epidosi sulla lettertaura di questa città di confine, vissuta da Slataper, Joyce, Svevo, Tomizza, Magris, Rumiz… ma poi indossa gli scarponi grossi, e si avvia verso la montagna, verso i grembani, i sassi taglienti. Giunti infatti a metà del libro, superate le periferie delle minoranze slave, Nacci ci invita a metterci in cammino da Campo San Giacomo lungo la pista ciclopedonale ricavata sulla ferrovia dismessa che porta in Val Rosandra, porta al Carso. E qui Trieste si fa decisamente più selvatica: labirinto di sassi, boscaglie, doline, foibe, trincee.  (…) Ma il colpo di scena arriva nell’ultima parte del libro. Luigi Nacci allarga ancora l’orizzonte, ci porta fino in Istria, ci racconta che Trieste è anche qui, che non si può capire l’una senza l’altra. E la Trieste selvatica allora è anche quella parte dell’Istria così misteriosa, popolata da un popolo antico, i Cici, antichi pastori profughi valacchi, ma pochissimo popolata, terra povera ma tanto vera, stiamo parlando della Ciceria. E gli scarponi diventano quindi essenziali per visitare questa Trieste dilatata verso la Slovenia e la Croazia, questa Trieste che dai caffè letterari e dal Molo Audace l’autore, anche lui audace, lega con filo sottile ai diversi in un gesto di pacificazione.
Luca Gianotti

L’hanno raccontata in tutti i modi, e mica scrivani qualunque. Ma nessuno prima d’ora aveva cavato fuori il nocciolo duro, letteralmente, l’anima selvatica di Trieste. Per metterla a fuoco bisogna avventurarsi in una terra sconosciuta, forestiera, predisporsi all’incontro con gli orsi ed essere disponibili a perdersi. Avere piedi da viandante, insomma, da camminatori senza paura e preferibilmente senza rotta, come Luigi Nacci, autore di Trieste selvatica (volumetto per viaggiatori edito da un pugliese illuminato, Laterza, ristampato a soli due mesi dalla pubblicazione,), una traversata spazio-temporale in una terra sconosciuta, indagata con sguardo sghembo, laterale, puntuto, divertito e decisamente enciclopedico. Ma soprattutto centrato, sbam, dritto al cuore di queste lande di mare e di pietra.
Sonia Gioia

Il libro è davvero bello, perché è la voce di una lunga, e talvolta impervia, camminata attraverso i fatti storici, le diversità linguistiche, i confini politici, le frontiere spirituali e le realtà geografiche, botaniche e geologiche. Anche qui compaiono i grandi nomi di Trieste (Slataper, Svevo, Saba, Anita Pittoni), anche qui percorriamo la storia recente della città: l’intento però non è accademico/saggistico, bensì è quello di accompagnarci, in un’alternanza di dolcezza e ruvidezza, a prendere atto di una fase storica e geografica d’Italia quasi dimenticata.
Mara Barbuni

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