Trieste selvatica, l’incipit

Vorrei dirti, caro lettore: sono nato in Carso tra gli scotani che fiammeggiano a novembre, partorito in una dolina in un giorno di bora scura che squassa le rocce e gli spiriti, da madre slava, padre italiano, e che in me scorre il sangue impuro di avi germanici e balcanici e levantini. Vorrei dirti che parlo lingue con grammatiche secolari e dialetti che si tramandano di bocca in bocca sull’altipiano calcareo, che sono una inafferrabile creatura mitteleuropea, cielo basso e sguardo sfuggente, lineamenti duri dell’Est e postura elegante di marinaio adriatico. Vorrei dirti che se c’è un triestino, un figlio di questa città senza identità, quello sono io. Ma ti ingannerei.

Se anche lo facessi, se tentassi di mentirti, molto presto capiresti che sono solo un povero italiano, cresciuto in un grattacielo dell’edilizia popolare, periferia proletaria di Trieste, tra italiani e rom, nemmeno l’ombra di uno slavo, o un tedesco, nessuna parentela con viaggiatori mitteleuropei, sangue del Sud il mio, faccia di taralli e ulivi, corpo tarchiato di contadino senza averne le mani forti, e che mi sono trovato a nascere in questo limite per caso. Sì, perché è un limite quello di cui mi accingo a parlarti. Non una città, non una terra, ma l’estrema frontiera di ogni città e di ogni terra.

Immagina un impero, dirigiti verso le sue propaggini, giorno dopo giorno, a cavallo, a dorso di mulo, su un carro annerito dal fumo di carbonaia, in barca e in bicicletta e con ogni mezzo la sorte ti provveda, infine a piedi, e fermati dinnanzi alle ultime case. Osservale bene: sono case ma non del tutto, hanno finestre piccole, come se nessuno dovesse guardarci dentro, e le porte sono chiuse, non c’è vecchio sull’uscio che osservi passare i treni, perché non ci sono treni, né binari, e non si sente voce provenire dall’interno. Fermati una notte e vedrai quelle case spostarsi. Per andare dove?

Credimi, a Trieste le case si spostano per davvero. A volte responsabile è la bora che viene dalla Porta di Postumia, cuore di Carniola, Slovenia centrale, valico tra la Selva di Tarnova e quella del Monte Nevoso. Selve oscure, dove sei costretto a scendere a patti con l’orso, il lupo, la lince e il cervo. Tutti e quattro assieme, non uno di meno, i sovrani con i quali non puoi negoziare. Anch’essi abitano il limite, ne sono cittadini fondatori e onorari, nonostante in nessuna guida della città si parli di loro. Non è un vento la massa d’aria sferzante che proviene da laggiù. Venti sono i soffi che vengono dal meridione, scirocco e libeccio, forieri di pioggia, mareggiate, aria umida che impesta i pensieri. Venticelli sono le brezze, quella di mare, che ama i mesi caldi e le ore del giorno, e risale l’altipiano fino alle pendici occidentali del Monte Carso, in Val Rosandra, o la brezza di terra, che si cala lungo le valli nelle ore più cupe della notte. Sono sospiri, poco più che ansimi.

La bora invece è un dio che non ha fedeli. Non si fa adulare, non esige tributi, manda in frantumi gli altari di chi fosse così ingenuo da dedicarle un tempio. La bora è la voce potente del limite, un coro di confini che risuona all’unisono e distrugge le cose vive e le cose morte. Viene da est-nord-est dicono i meteorologi, dicono anche che a Trieste soffia per circa ottanta giorni all’anno e che in un anno il suo percorso supera la lunghezza dell’equatore. Ama i mesi freddi, le ore notturne e ha un ciclo cinquantennale. Ora ci troviamo nella fase discendente, per cui non siamo più costretti a piombarci le suole delle scarpe o ad attaccarci ferri da stiro alle caviglie o arpionarci coi moschettoni alle funi. Qualche volta supera i 180 km/h, molte volte no.

Ma nessun meteorologo ti dirà, caro lettore, che la bora soffia dalle boccacce storpie delle streghe che vivono in fondo alle grotte carsiche, soprattutto nessuno ti dirà che la bora è il dio che ci ricorda, con la sua turbolenza imprevedibile, che i confini esistono solo sulla carta. Ogni frontiera ha un vento che la assilla. Ogni refolo, prima di aprirci la testa in due e fare uscire le nostre nevrastenie, ci ricorda che possiamo disegnare linee sulle mappe e mettere fili spinati nei boschi, ma non potremo mai dividere in due parti un vento.

Quando non è per la bora, le case si spostano da sole, per cercare una patria o qualcosa che le assomigli. Qui da noi, lo sai, le bandiere sono state piantate da tutti. Tanti, nel secolo scorso, hanno cambiato nazionalità senza avere mai cambiato letto. Di romanzi e saggi che narrano questa schizofrenia ne hai in quantità, non altrettanti che descrivano con minuzia la millimetrica e quotidiana migrazione delle case. In città non lo noterai, perché le case del centro si sono imborghesite, facciate liberty o neoclassiche, segno dell’opulenza della Trieste nuova, edifici che non hanno intenzione di perdere il proprio potere. Restano nel salotto buono, godono nel vedere gli uomini consumarsi nel rito dell’aperitivo tra piazza Unità e Ponterosso, ascoltando gli assoli dei cantanti lirici del Teatro Verdi. Sono case figlie della città ricca, sono squadrate e pulite, austroungariche, si compiacciono di ospitare caffè storici e negozi di abiti firmati. Sono case immobili.

Immobili, salde, con fondamenta come radici sono le case dei villaggi del Carso, ma per altre ragioni. Pietra per tirare su i muri, lastre di pietra per i tetti, pietra per il grande focolare attorno al quale riunirsi e pietra per i portali sui quali venivano scalpellati i nomi degli sposi, pietra per il pozzo. Case spartane che resistono, nelle quali vivono le stesse famiglie anche da centinaia di anni. Sloveni tutti o quasi, gli abitanti del Carso. Di generazione in generazione si sono trasmessi le pietre. Sono case che non migrano perché affermano un’identità granitica. Il minimo spostamento rischierebbe di far spazio ad altri.

Ma ci sono altre case, fuori dai borghi abitati, là dove comincia il bosco e i cinghiali scavano con foga rivoltando le zolle, i cartelli del vecchio confine arrugginiscono stritolati dall’edera e dalla vitalba. Pochissimi ci passano, di rado si soffermano ad osservarle. Non ne misurano il perimetro e la distanza dalla linea immaginaria di frontiera. Sono camminatori della domenica, sono soprappensiero. Eppure sono quelle le case che ci parlano di un’altra Trieste. Sono abitate da ghiri, caprioli, civette, i ginepri le colonizzano, le zecche le infestano e di notte, con la bora, puoi sentire le voci di chi vi abitava o di chi, a pochi passi da lì, ha combattuto in una guerra, la Prima, la Seconda Guerra Mondiale, o ha pianificato attentati, ha elaborato fughe, si è mimetizzato nella vegetazione per non farsi rastrellare, ha gettato altri uomini negli abissi o lì giace, dopo esservi stato gettato. Sono case che migrano per dimenticare, per cercare pace. Non sono stregate, semmai stregano.

C’è un’altra Trieste. Diversa da quella che ti hanno raccontato. Poco a che vedere con Maria Teresa, le regate veliche, i moli audaci che si incuneano nel mare con un misto di boria e imponenza, le piazze affacciate sulla linea di orizzonte e l’aroma di caffè che ti inebria le narici. Non c’entra con Sissi o il Castello di Miramar. Il luogo di cui vorrei parlarti è una città e non lo è. È qualcosa che sta sul limite tra centro e periferia, periferia e bosco, bosco e foresta, Italia e Slovenia e Slovenia e Croazia, Ovest e Est, tra domestico e ignoto. Ti ci porterò, però pazienta. Cercare il selvatico nei vicoli prima di inseguirlo nel reame dell’orso, questa è la prima cosa che faremo assieme.

(Trieste selvatica, Editori Laterza, collana “Contromano”, 2019)

Questa voce è stata pubblicata in Trieste selvatica e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Trieste selvatica, l’incipit

  1. bloody ivy ha detto:

    ammaliante come inizio
    (e da triestina confermo tutto 😉 )

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...