walk

(pellegrino statunitense, incontrato sul cammino di santiago, in zona carrion de los condes, nell’estate 2011)

Sì, sono un camminatore. Lo è mio padre, lo sono anch’io. Se avrò dei figli, vorrei camminare con loro.

Forse camminatore non è parola giusta, forse è meglio dire viandante. Esco di casa, dopo aver fatto entrare la mia casa in uno zaino, e mi metto per la via, spesso con una meta, a volte affidandomi agli umori del momento, o al desiderio di andare a trovare qualcuno.

Forse, però, viandante non è la parola giusta, forse è meglio dire pellegrino. Sono pellegrino perché quando cammino non ho una casa, sono uno straniero, sono pericoloso. Non credo in Dio, eppure, più pellegrino, più mi sento un pellegrino.

Sono andato a piedi a Roma e a Santiago molte volte, partendo un po’ da ogni dove, e da Santiago sono anche ripartito per mettermi sulla strada del ritorno. Ho fatto l’hospitalero volontario, facendolo ho capito che per saper camminare bisogna saper stare fermi, con le braccia aperte, ad accogliere chi cammina verso di te.

Ho messo su assieme a diversi amici un gruppo, una sorta di Armata Brancaleone, si chiama The Rolling Claps. Siamo andati a piedi a Venezia ripercorrendo le antiche vie di pellegrinaggio ormai in disuso, partendo sempre da un posto differente (San Tomaso di Majano, Trieste, Cividale del Friuli, Erto, Tarvisio, Ravenna…). Andiamo a Venezia, ma Venezia non è la meta. Andiamo anche da altre parti, sempre con lo stesso spirito, e la meta verso cui andiamo non è mai la meta.

Camminare in Italia non è facile, perché le automobili ti vogliono schiacciare, e i contadini ti gridano di uscire dalla loro sacra proprietà, e i cacciatori ti sparano addosso, anche se sanno benissimo che non sei un cinghiale. Siccome camminare in Italia non è facile, siccome credo che questo Paese abbia bisogno di più camminatori per rimettersi in piedi, ho fondato con altri intrepidi un’associazione, si chiama Movimento Lento. Non ne faccio più parte, però in queste cose credo ancora.

E siccome sono fortunato, sono diventato una guida della Compagnia dei Cammini. Accompagno gruppi nelle terre che considero le stanze della mia casa: luoghi di confine, taluni che sanno di est, altri che si spingono con forza verso ovest.

Quando posso, scrivo sul cammino. L’ho fatto soprattutto su questo blog, e poi per “il manifesto“, per “Il Reportage“, nella mia rubrica Viator in fabula, ne ho parlato in radio e assi di più dal vivo, meglio ancora all’aria aperta.

Ho ideato un seminario, si intitola “Scrivere coi piedi. Imparare a raccontare la lentezza con lentezza”. Un fine settimana da trascorrere assieme, dormendo in un luogo spartano, cucinando cibi semplici, leggendo e scrivendo in cammino. Può essere fatto ovunque. E’ questa roba qui.

Un giorno mi sono trovato sulla lingua una parola, “viandanza”, una parola bellissima che aspettava solo di passare di bocca in bocca e di piede in piede, e le ho dedicato una festa, il Festival della Viandanza, a Monteriggioni, lungo la Via Francigena. La festa gliel’ho fatta dal 2012 al 2014, poi ho smesso, perché le parole, per rimanere bellissime, hanno bisogno di riposo.

Ho scritto due libri, perché non potevo farne a meno: Alzati e cammina. Sulla strada della viandanza, uscito per Ediciclo nel 2014, e Viandanza. Il cammino come educazione sentimentale, uscito per Laterza nel 2016.

Cammino perché, camminando, oppongo l’umano al disumano.