Lettera all’aspirante scrittore

Alla casa editrice Adelphi
Vi disturbo per sollecitare una risposta a un testo (Clandestinità) che è presso di voi da ben due anni e mezzo, e tace sempre.
Già alcuni mesi fa ho fatto una piccola telefonata per sollecitare, e la voce ha risposto, con grande gentilezza (cosa rara quando si telefona a una casa editrice, le cui voci autorizzano sempre il sospetto di avere chiamato per sbaglio una macelleria), prometteva una certa e sollecita risposta, un’indicazione almeno, un segnale di fumo. Ma sono ancora in attesa di un messaggio qualsiasi dell’imperatore.
Antonio Moresco, Lettere a nessuno

 

Questo scritto è per te, giovane autore. Trascorri dall’adolescenza le notti a scrivere con spirito forsennato, mentre gli altri sono in giro a bere, a disfarsi, a darsi per come ci si può dare nelle strade della calca, una parola sussurrata, uno spritz, una parola monca, uno spritz. O forse scrivi di mattina, prima di fuggire in ufficio, forse non sei più giovane, scrivi prima di allestire la colazione per la tua famiglia, prima della poppata, della bolletta, prendi appunti accovacciato tra gli scaffali della frutta e verdura, le intuizioni migliori tra i surgelati. Forse scrivi sul tram, tappandoti le orecchie, schivando gli improperi tra umani che non si sanno più accogliere. Ti fai invitare ai matrimoni per scrivere nel tavolo più defilato. Ti imbuchi nei funerali per scrivere sul ciglio della fossa. Scrivi forse prima di dormire, anche se non dormi.

So come ti senti. Hai spedito il tuo manoscritto a premi di ogni sorta, hai perso, hai pareggiato, qualche volta hai vinto, più di qualche volta avresti preferito non avere vinto, non avere imbustato il manoscritto, non avere pensato di partecipare a un premio, una schiera di giurati sconosciuti, ma poi perché farsi giudicare da quella gente? Hai spedito senza dubbio alle grandi case editrici, hai telefonato e scritto email dopo una settimana, dopo un mese, dopo sei mesi, ti sei lamentato, forse hai imprecato, hai offeso, dopo un anno hai perso le speranze, dopo due anni hai perso la memoria, ho mai scritto un libro io?

Vivi lontano dai centri in cui tutto avviene. A Trapani, Udine, Lecce, Oristano, Pescara, Benevento, Rovigo, Aosta, Arezzo, Isernia,Trieste, cosa cambia? Sei lontano, sei fuori dai giri, Nord o Sud non importa. Forse hai pensato di trasferirti a Roma o a Milano, prendere una stanza in affitto, buttarti nella mischia, bere l’aperitivo nei salotti giusti, portarti a letto qualcuno che conta, farti portare a letto, stringere delle mani con la stretta di mano giusta, pascolare sotto la sede del giornale, della rivista, dell’editore, pascolare come una pecora, nera, ma pur sempre una pecora. O forse ti ci sei trasferito sul serio nelle metropoli, hai portato pizze per mantenerti, hai portato le pizze alle persone giuste ma volevano soltanto la pizza, non il tuo libro.

Sai cosa vorrei dirti? Di restare dove sei, nella dimenticanza, o di tornarci. Aspromonte, Carso, Murge, estremo lembo della Pianura Padana, Carnia profonda, quello che sia, stai nella dimenticanza.  E se anche sui social li vedi tutti al Salone del Libro, gli autori affermati, che si baciano, che firmano copie, che rilasciano interviste, che contrattano e armeggiano e festeggiano nuovi contratti, che sembrano fieri, tu fregatene. Sii felice per loro. Non provare invidia. L’invidia corrode, toglie vita, non ne aggiunge. Togli la connessione e riapri quel Rilke lasciato a metà, quel Joyce appena iniziato, quel Zanzotto frainteso, quella Morante, quella Rosselli, quella Sexton, quel Leopardi trascinato dalla scuola, quel Rodari canticchiato da bimbo, quel manoscritto di cui sei saturo, quel giardino dietro casa che non ti parla più. Torna al e nel bosco, nella casa dei nonni, nell’appartamento semiproletario dei tuoi genitori, prendi in affitto una stamberga, o fai come Thoreau: fattela da te, tra gli alberi, la casa.

Ti scrivo queste inutili righe perché ieri, mentre facevo tutt’altro, una persona che non conosco mi ha scritto che lavorava in una casa editrice molti anni fa e il mio manoscritto le piacque, ma l’editore disse no. Mi ha scritto perché ha visto che ho appena pubblicato un libro per una bella casa editrice e ci teneva a dirmi che quel manoscritto, molti anni fa, le era piaciuto. Era il mio primo romanzo, dopo lustri spesi a scrivere soltanto poesia. Non l’ho mai pubblicato. Mi ero scordato di averlo scritto, fino a ieri. E di colpo mi sono ricordato di un altro romanzo che ho scritto di recente e che non è piaciuto agli editori a cui l’avevo spedito, anzi, è piaciuto in parte, mi hanno chiesto di cambiarlo, di renderlo consono a quella collana, o di farlo più mainstream, meno complicato, più leggibile da un pubblico vasto. È stato segnalato al Premio Calvino, ma non è servito a nulla. Anche di questo mi ero scordato. Mi ero scordato pure del libro di versi che sta nei cassetti del computer, versi perduti nel limbo. Dimenticanza.

Credimi, sono felice di quei no. Mi hanno messo di fronte a un bivio: insistere o mollare? Se la scrittura fosse stata un passatempo, un modo come un altro per afferrare una vana visibilità, avrei di certo mollato. Ma suvvia, siamo onesti. La scrittura per me, e per te che sei arrivato a leggere fino a qua, è una necessità, una maledizione, un sentiero che non può non essere battuto, anche se ciò significa essere poveri, precari, rovinare relazioni, essere soli. La scrittura per te e per me appartiene a un progetto. Non tutti i libri ci vengono bene, ma tutti appartengono a quel progetto. Si parlava un tempo di poetica. La poetica si costruisce con le letture, con una densa affollata solitudine, sbagliando strade, vivendo lontano dai centri in cui domina il frastuono, semplicemente perché nel margine c’è tempo e c’è silenzio, i pensieri si distendono, rilassandosi assumono una forma, si fanno pensare. Gli alberi, le case in rovina, gli animali selvatici non ci mettono fretta, stanno nelle stagioni, si fondono nelle stagioni.

Lo so che defilarsi rende tutto più difficile. So che per far circolare un libro, vivendo una buona parte del mio tempo nella selva, non frequentando i posti e le persone giuste, dovrò fare più fatica. Non ho una lista di amici nelle redazioni dei giornali e negli uffici stampa da chiamare a qualsiasi ora, e so che qualsiasi editore, pur pubblicandomi, non investirà le sue risorse su di me, preferirà un autore più in vista, uno che va in televisione, uno presentabile. Sai che c’è? Sto bene così. Ho alcuni amici splendidi che mi aiutano senza volere nulla in cambio. Se il libro a loro piace, ne parleranno. Ed io per ringraziarli non avrò che un abbraccio – vigoroso, fraterno, certamente. Sono creature fantastiche. Non ci scambiamo nulla al di fuori dell’amicizia e della stima reciproca.

Ti auguro di ricevere molti no. Di crollare e di rialzarti, di tirarti su dopo che ti avranno dato per morto. Di vivere nel margine. Di coltivare amicizie sane. Di continuare a scrivere perché è una necessità inderogabile. Di pubblicare, quando sarà il momento. Di scordarti, un giorno, di averlo fatto.

 

 

 

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2 risposte a Lettera all’aspirante scrittore

  1. Claudio ha detto:

    Recentemente letta la biografia di Jack Kerouac.. E tutto si è fatto ancora più chiaro.. (consiglio)

  2. Anonimo ha detto:

    Non sapevo che nel tuo scarpone ci potesse essere un sassolino così puntuto 🙂

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