Trieste selvatica

Trieste città di Maria Teresa, del caffè, della Barcolana, della scienza, della storia che non passa, dei cieli di Mitteleuropa, del sole mediterraneo, delle chiese, del prosciutto cotto, del kren, delle sinagoghe, della grazia scontrosa, dei poeti azzurri, dei teatri pieni, dei libri a ruba, delle file al confine, degli scrittori pensosi, dei palazzi che bruciano, degli impiccati, dei lager, delle foibe, dei pini neri, dei bagni in pausa pranzo, della gente che si odia, di quelli che si odiano perché i loro nonni si odiavano, di spie, di casi irrisolti, di confini tracciati a caso, di terre perdute, di donne tenaci, di trincee, di campi profughi, di bombe nascoste, di bunker sotto le ville, di nomi illeggibili, di osterie dappertutto, di superstiti, di psicanalisi, di tintarella tutto l’anno, di ricreatori comunali, di manicomi aperti, della letteratura triestina che è una cosa a se stante, almeno così dicono, e di pazzi che indicano la via, di tu ed io insieme mai, di tu ed io andiamo in osmiza, di deportati, di combattenti, di marinai, di alpinisti, di esploratori, di grafomani, di amanti della bella vita, amanti tutti, dal primo all’ultimo, andata e ritorno. Trieste della bora che spazza via ogni gesto, ogni parola.

La bora, un dio che non ha fedeli. Non si fa adulare, non esige tributi, manda in frantumi gli altari di chi fosse così ingenuo da dedicarle un tempio. La bora è la voce potente del limite, un coro di confini che risuona all’unisono e distrugge le cose vive e le cose morte. Viene da est-nord-est dicono i meteorologi, dicono anche che a Trieste soffia per circa ottanta giorni all’anno e che in un anno il suo percorso supera la lunghezza dell’equatore. La bora è il dio che ci ricorda, con la sua turbolenza imprevedibile, che i confini esistono solo sulla carta. Ogni frontiera ha un vento che la assilla. Ogni refolo, prima di aprirci la testa in due e fare uscire le nostre nevrastenie, ci ricorda che possiamo disegnare linee sulle mappe e mettere fili spinati nei boschi, ma non potremo mai dividere in due parti un vento.

È appena trascorso il 25 aprile. L’ennesimo 25 aprile di divisione a Trieste, di chi celebra da una parte, chi dall’altra, chi non celebra, chi prende le distanze, chi rivendica, chi accusa, chi si sente spaesato, chi non sa cosa dire o non sa più cosa dire. Tra poco arriverà il 1 maggio e la stessa scena si ripeterà. Arriveranno altre giornate di commemorazione, sarà punto e a capo. La memoria fa male qua da noi, è il ‘900 che non si è ancora concluso, è la storia che non ce la fa ad entrare in un manuale, perlomeno non in uno solo. Nel frattempo i turisti aumentano di ora in ora, affollano i bar, si scattano fotografie in piazza Unità, prendono il meglio in pochissimo tempo: il castello di Miramare, le rive, il fantasma di Sissi, il Molo Audace che trafigge il mare come un arpione, il blu, la sensazione di essere a Sud pur essendo a Nord, una certa aria dell’Est senza essere a Est.

Trieste estrema periferia, ex perla imperiale, dove le cose accadono in anticipo o in ritardo, città e città mancata, porta sui Balcani,finestra sull’Oriente, estremo lembo di Occidente, ripiegata su se stessa, frizzante, innamorata del proprio mito, disinibita, vigilata dal Carso, cinghiali in città, orme di orsi a pochi chilometri dal salotto buono, foreste che iniziano a pochi minuti di macchina, che celano eccidi, che covano misteri, che marciano inarrestabili fino alla Grecia, senza interruzione. Come fare a raccontare una terra così complessa? Cos’è che attira tanta gente fino a qua? Può essere solo una piazza, o un castello, una tazzina di caffè, una barca a vela? E se questa frontiera ci riguardasse tutti, anche chi di noi vive in Sicilia, o nella grande Roma, chi ha fatto della lontananza la sua casa, se questa periferia fosse indispensabile per comprendere cosa accade al centro?

Io c’ho provato. Ho dovuto attendere anni. Stare nelle biblioteche, nelle doline, nei vicoli, nelle boscaglie, nelle librerie antiquarie, nelle rovine divorate dalla selva, starci con uno zaino in spalla e una bandiera bianca in mano. E alla fine ho scritto questo libro.

Trieste selvatica, esce il 2 maggio.

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3 risposte a Trieste selvatica

  1. Barbara ha detto:

    Non so cosa attiri tanta gente a Trieste. So che io ne sono rimasta incantata entrambe la volte che mi son spinta fino a Trieste. E ci tornerò volentieri in compagnia del tuo libro.

  2. Anonimo ha detto:

    Era quello che aspettavo! Grazie

  3. Carla Carloni ha detto:

    L’articolo è splendido, ma non avevo dubbi! Carla Mocavero

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