A Venezia a piedi. Senza lasciare traccia

A Venezia a piedi, per l’ennesima volta. Ma prima faccio un passo indietro.

All’arrivo di Alessandro Magno, i saggi indiani si riunirono su un prato per salutarlo. Cosa fecero? Batterono i piedi sul suolo. Così facendo affermarono che nessuno possiede più terra di quella su cui cammina. Mondonis, uno tra i più saggi, sostenne di essere superiore ad Alessandro, perché aveva sottomesso i propri bisogni, mentre il conquistatore aveva solo sottomesso la terra (se vi interessa approfondire: Strabone, Eric J. Leed).

Il 20 aprile, con i Rolling Claps, il gruppo di viandanti di cui faccio parte, partiremo da Verona e lungo un intreccio di antiche vie arriveremo a Venezia il 24 sera, per poter così risvegliarci il giorno della Liberazione con le scarpe incrostate di fango e uno zaino precario sulle spalle, sulla strada. Lo facciamo ogni anno dal 2010, è una tradizione che non possiamo mancare.

Perché quella citazione? Perché se c’è una cosa che non abbiamo fatto in 9 anni di viandanza è attaccare adesivi sui pali della luce. Non abbiamo verniciato alberi, non abbiamo lasciato segni del nostro passaggio. Avremmo potuto, certo. Lo fanno tutti. Gruppi, associazioni, singoli, tutti armati di marchi che certificano che quel sentiero o quell’itinerario lo hanno ideato loro, o lo hanno ripristinato, messo a posto. Dicono: ora camminateci tutti! Ma ricordatevi che siamo stati noi a renderlo possibile. Insomma godete dei passi ma sappiate che il merito è nostro.

Noi crediamo, invece, che la strada sia di tutti. E che nessuno possa inventare nulla, perché le strade su cui camminiamo, o andiamo in bicicletta o in macchina, sono state aperte decenni, o secoli, addirittura millenni prima di noi. I Romani, per limitarci alle nostre zone, hanno il più delle volte costruito su piste anteriori, e dopo di loro pellegrini, mercanti, soldati, pastori, briganti, profughi le hanno battute. A noi interessa riportarle in vita, fare sì che riemergano nella memoria collettiva, non ci interessa marchiare un bivio con la nostra pipì. Non dobbiamo delimitare nulla. Semmai, i limiti, ci preme spostarli  – almeno tentarci.

Siamo partiti a piedi in direzione Venezia da Trieste, Tarvisio, Ravenna, Cividale, Erto, Majano, Timau. Quando abbiamo incominciato, nelle nostre terre non incontravamo nessuno (nessuno, sul serio). I camminatori preferivano le montagne, la pianura e i colli erano roba da passeggiatori della domenica. Speravamo di essere un piccolo esempio: ehi, volevamo dire agli altri, ai pochi che leggevano i nostri diari semiseri, se ce l’abbiamo fatta noi, che non siamo sportivi, che siamo disorganizzati e che trascorriamo più tempo fermi sulle panchine che a macinare chilometri, ce la può fare chiunque.

I diari semiseri: gli unici semi che abbiamo gettato. Non mappe, non tracciati GPS, ma cronache sbilenche scritte in palestre semibuie a fine tappa, con riferimenti vaghi ai luoghi che avevamo attraversato. E quando la gente ci scriveva per chiederci il percorso, dicevamo: leggi i diari e capirai più o meno dove siamo passati. Non lo facevamo per custodire chissà quale sapere, ma per spronare gli altri a studiare le mappe come avevamo fatto noi, a recarsi in biblioteca per consultare trattati medievali sul pellegrinaggio e sugli ospitali, sulle transumanze e le migrazioni degli ultimi due secoli…

Oggi molte cose sono cambiate. Sull’onda di Santiago, della Francigena e dell’anno nazionale dei cammini, si sono create vie dappertutto. Sono arrivati finanziamenti per la segnaletica e la promozione (molto meno per l’accoglienza), col risultato che molta gente si mette in cammino nei boschi e nelle campagne dietro casa. Questo è un bene, è ciò che ci auguravamo, non pensavamo però che sarebbero sorte vie iper-segnate. Paradossalmente, agli incroci non si sa più quale freccia seguire. Nel dubbio si può scaricare la traccia GPS, consultare un depliant, chiamare un ufficio informazioni. L’importante, dicono, è non perdersi.

Noi continuiamo, per quanto irrilevante possa essere la nostra esperienza, a credere che perdersi sia fondamentale. Che ciascuno abbia la possibilità di costruire una via e percorrerla al suo ritmo, che ciascuno abbia il sacrosanto diritto di perdersi, chiedere aiuto a un contadino, farsi ospitare a casa sua, mettersi in relazione con le persone che vivono nei piccoli borghi, imparare dall’imprevisto. Gli incontri eccezionali avvengono sempre quando ci si perde.

Insomma, per l’ennesima volta andiamo a Venezia. Non lo facciamo per lasciare un segno, né per portare la pace nel mondo o per diventare i paladini dei viandanti, né per raccogliere fondi o per girare un documentario, né per raccogliere informazioni che serviranno a un progetto, a un bando, a un festival o a quel che volete. Sono tutte ragioni probabilmente rispettabili, ma noi andiamo così, andiamo per andare, andiamo senza ragione. Per stare insieme, per coltivare amicizie, per sottrarci per alcuni giorni al tritacarne quotidiano, per capire come cambia il paesaggio, per prendere nota di ciò che non va e per ringraziare chi si adopera, spesso nell’anonimato, per il bene collettivo. Come pellegrini in senso lato, cioè forestieri, perdigiorno, vagabondi, gente di poco conto. Ci divertiamo molto, ci prendiamo in giro, ci prendiamo assai poco sul serio e ci vogliamo molto bene. Se volete trovarci, cercateci sulla strada. Chiedete in giro se ci hanno visto passare.

Andiamo a Venezia, ma Venezia non è la meta.

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2 risposte a A Venezia a piedi. Senza lasciare traccia

  1. gianlucadenicola ha detto:

    “Sono tutte ragioni probabilmente rispettabili, ma noi andiamo così… senza ragione”. Che bellezza! Buon viaggio, anzi buon cammino, a tutti voi.

  2. Carla Carloni ha detto:

    Complimenti, la bellezza del perdersi è fondamentale , ma occorre molto coraggio.

    Buon lavoro Carla Mocavero

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