Dire no

«Dal cielo si voleva rivelare a Rabbi Schlomo la lingua degli uccelli, la lingua delle palme e la lingua degli angeli servitori. Ma egli rifiutò di riceverle prima di sapere quale importanza ciascuna avesse per il servizio di Dio. Soltanto quando questo gli fu fatto sapere, le accettò e da allora servì Dio anche con esse».
Martin Buber, Storie e leggende chassidiche

 

Viviamo nell’epoca del sì. Veniamo spronati a dirlo in continuazione. Ti stanno proponendo un lavoro sottopagato e senza garanzie? Di’ di sì, sempre meglio un lavoro che niente. I colleghi ti hanno invitato a una cena? Di’ di sì, lascia i tuoi figli ai vicini, fingi di non essere stanco, vacci altrimenti la tua carriera vacillerà. Di’ di sì al viaggio che non vuoi fare per salvare la tua relazione di coppia, di’ di sì alla persona che ti ha invitato a uscire, anche se non ti piace, portala a letto, aggiungi un trofeo alla tua stanza segreta dei trofei. Di’ di sì a chi ti ha invitato alla presentazione del suo libro, anche se del suo libro e dei suoi libri precedenti non ti importa niente, perché prima o poi la sua benevolenza potrebbe tornarti utile. Di’ di sì a tuo figlio prima che glielo dica tua moglie o tuo marito, prima dei nonni, arriva tu per primo.

La maggior parte dei sì li pronunciamo ad occhi bassi. Sono dei sì per quieto vivere, per convenienza, per conformismo, per non perdere una certa quantità di potere o per sperare di acquisirla, per paura di essere messi da parte. Se non gli dico sì adesso, non me lo chiederà più. Potrebbe essere la mia ultima occasione. I social network non fanno che esasperare questa tendenza: cliccando “mi piace” noi diciamo sì. Sì, la tua foto è stupenda. Sì, è bella. Sì, non è bella e non mi interessa ma dico sì lo stesso, perché ti sono amico, perché ti voglio supportare, o perché voglio che tu veda il mio sì, in modo che prima o poi tu possa ricambiare. Non esiste il tasto no, non mi piace, non va. Creerebbe conflitto. Saremmo costretti a motivare il nostro diniego. Si litigherebbe. Si perderebbe del tempo. Siamo impazienti. Diciamo sì spesso per velocizzare il corso degli eventi. Stringere un patto, avviare una collaborazione, far cominciare una relazione nonostante sappiamo non ci porterà nulla di buono. Dire sì e dirlo subito.

Il no è sparito dai nostri giorni. Ci sembra che dirlo corrisponda ad un arresto o a un arretramento. Tutto procede a velocità assurde, tutti corrono in tutte le direzioni ed io che faccio, dico no? Bisogna crescere, produrre, aumentare la visibilità, avere delle idee e realizzarle prima che te le rubino, chi si ferma è perduto. Eppure, quando su facebook ci troviamo di fronte a una fotografia in cui un uomo, in mezzo a una massa di uomini con il braccio teso, resta immobile con le braccia lungo il corpo, ci blocchiamo di colpo. Osserviamo l’uomo che dice no e lo ammiriamo. Che sia vera o sia un fotomontaggio, condividiamo quell’immagine e come noi lo fanno migliaia di persone.
Lo facciamo, credo, perché nascosto dentro di noi c’è un no che scalpita e che brama di uscire. Alcuni di noi lo scrivono sugli striscioni e scendono nelle piazze. No alla violenza gridano, no a questa riforma, no alla guerra no e poi no. Dire no in cento, in mille, spaventa meno che essere da soli a dirlo. Ecco perché ammiriamo quell’uomo che non alza il braccio. O l’uomo che pochi giorni fa ha sacrificato la sua vita per salvarne altre, in Francia. È un eroe perché ha detto no e lo ha messo in pratica offrendo l’unico bene di cui disponeva.

Dire no non significa restare immobili. Gli alberi ce lo insegnano bene. Nel bosco vince, cioè sopravvive, chi diventa più alto degli altri per catturare la luce. Chi non ce la fa deve aspettare che l’albero che gli fa ombra muoia, ed essere pronto quando avverrà. Potrebbe avvenire tra 150 anni. Intanto l’albero più piccolo dice no. Non è ancora il momento. Certo, potrebbe morire nel frattempo, attaccato da parassiti o abbattuto da una buriana, ma per il momento è no. Non è questo il momento. Ci vuole pazienza.

Ci sono molti tipi di no. I professori che dissero no a Mussolini e non gli giurarono fedeltà. Il no di Sartre al Premio Nobel, perché uno scrittore deve rifiutarsi di trasformarsi in un’istituzione. Il no di Thoreau a versare le tasse di un governo di cui non condivide la politica, perché, scrisse, «mi costa meno, in ogni senso, incorrere nella pena per la disubbidienza allo Stato, di quanto mi costerebbe ubbidirgli». Di rifiuti che sono entrati nella Storia ce ne sono tanti, restano impressi nelle nostre memorie. Ma non ci sono solo i no di disubbidienza e di rivolta. Ci sono i no, ad esempio, che servono a mettere sulla buona strada, come quelli che diciamo ai nostri figli. È per il tuo bene, diciamo.

E allora perché non dire no anche noi, più spesso, nel quotidiano, per fare il nostro bene? Per rimetterci sulla buona strada? Io ho cominciato a dire no negli ultimi anni. Al principio ero spaventato dalla reazione degli altri. Avevo paura di perdere delle opportunità. Anche le persone che mi erano accanto mi dicevano di dire sì, di provare, poi se non ti piace te ne vai, mi dicevano, hai sempre tempo per cambiare idea. Lo dicevano con affetto, ma era anche un modo per giustificare i loro sì. Se avessi detto sì anch’io si sarebbero sentiti meno soli, più convinti della loro decisione.

Non so se siano stati i libri, il cammino, l’insegnamento dei miei genitori o parte di quella sapienza che avevo intravisto in alcuni viandanti, una sorta di saggezza del no che era gravida di molti altri sì, sì alle porte aperte e al pane diviso, sì alla strada se è di tutti, se tutti possono abitarla, no ai fili spinati e ai muri che ostacolano il cammino, no ai marchi e i segni sui pali e sugli alberi, come a dire: questo sentiero è mio. No, non è tuo, non è mio, non siamo che creature di passaggio. Forse tutte queste cose assieme. Ho cominciato a dire no. E mi sono sentito meglio. No a un lavoro sottopagato e umiliante. No a un lavoro che mi impedisca di avere il tempo necessario alla scrittura, allo studio, ai viaggi, ad amare chi voglio amare con pienezza, soprattutto che mi impedisca di cercare la mia piccola strada, anche se questo significasse andare a zonzo senza meta per le vie della città o andare a trovare a piedi un amico che vive a migliaia di chilometri, non sapendo se l’amico vive ancora lì, se mi vuole rivedere, se è vivo. No agli amici che sono rimasti al tempo dei nostri vent’anni, come se fosse possibile custodire un’amicizia solo nel ricordo di ciò che siamo stati. No ai progetti fatti solo per guadagnare del denaro. Noi ai progetti senza passione. No alle situazioni in cui si afferma un’ingiustizia.

Ma anche no più lievi, dati come carezze: no perché non ci credo fino in fondo, o perché non sono all’altezza, perché sarebbe meglio coinvolgere altre persone, c’è chi ne ha più bisogno di me, c’è chi lo merita più di me, o perché non è questo il momento, perché avverto un disagio a parteciparvi, scusami, perché in questo periodo ho la testa da un’altra parte, non sono concentrato, mi sono perso, ho voluto perdermi, dovevo farlo, aspettami e tornerò, mi aspetterai? O i no difficili: perché sono cambiato, siamo cambianti entrambi, siamo su vie che non si incrociano, almeno non ora, non così, ma voglio il tuo bene, prego che ti sia lunga la via. O i no che aprono dei varchi inaspettati: si chiude un cancello e poco dopo qualcuno ti indica un’altra entrata laterale, e ti porge una mano, e ti senti meno solo. O i no sbagliati: quando avresti dovuto dire sì e ormai è troppo tardi per tornare indietro. I no sbagliati, quando li riconosci, sono fondamentali. Aiutano a sgretolare l’orgoglio e l’opinione che si ha di sé.
Tanti no differenti, al punto che potrebbero essere divisi in regni, sottoregni, classi, ordini, famiglie, generi…

L’ultimo no che ho pronunciato è a una manifestazione letteraria. Di no a rassegne e presentazioni mi è capitato di dirne spesso ultimamente – non ne vado fiero, non mi sto appuntando delle spille sul petto – e di solito le ragioni sono le stesse. Cattiva organizzazione (cambi continui di date e orari, mancanza di conferme su spostamenti e alloggi), superficialità o maleducazione nell’approccio (ehi tu, ci hanno detto che sei bravo, perché non vieni al nostro bellissimo festival?), mancanza di rispetto per il proprio lavoro (ovviamente non abbiamo un euro da darti, ma in fondo i libri mica si fanno per campare, no?) eccetera (ne parlai diffusamente qui).

Dicevo dell’ultimo no. Sono stato invitato a partecipare a un evento collaterale del Salone del Libro di Torino. Si sarebbe dovuto svolgere a Trieste, in collaborazione con la biblioteca comunale. Trattandosi di una Festa Mobile, questo è il nome dell’iniziativa del Salone, ed essendo il co-organizzatore in loco la biblioteca diffusa, avremmo realizzato l’incontro in un posto non convenzionale, all’aria aperta, probabilmente su un sentiero del Carso. Avrei dovuto scegliere un libro che amo e leggerne brani per 30-45 minuti. Immaginavo molti autori sparsi per l’Italia con in mano i propri libri prediletti e i video di quelle letture proiettati a Torino. Invece no, nessuna registrazione. Nessun collegamento con Torino a parte uno scambio di loghi sulle locandine. Infine mi è stato detto che il mio compenso sarebbe corrisposto a dei cioccolatini. Torinesi, ça va sans dire. Quale è il senso di tutto ciò? Poter rimpolpare il già nutrito programma del Salone scrivendo che ci sono delle letture in contemporanea in tutta Italia? Si crea così una rete? Non invece coinvolgendo con pazienza le biblioteche in un progetto condiviso, che lasci un segno, che semini, e dotandole di fondi, anche se minimi, che notoriamente non hanno? E poi: si riconosce il lavoro di un autore pagandolo con del cioccolato? Mi è venuto spontaneo dire no. Anni fa avrei esitato a lungo prima di rispondere. Ora mi sembra la cosa migliore che potessi fare. Cambierò idea? Chi lo sa, contraddirsi è sano. Ma sano è anche, scriveva Thoreau, vivere rispettando se stessi.
Ho detto alla biblioteca che naturalmente sono disponibile in futuro a leggere dal libro che avevo in mente, coinvolgendo dei giovani. Quello lo farò con molto piacere, sì, un sì rotondo, da dirsi a voce alta. Andremo in Carso, ciascuno porterà nello zaino qualcosa da mangiare e da leggere per condividerlo con gli altri.

Il libro che avevo in mente è Il mio Carso di Scipio Slataper. È un’opera dimenticata, piena di dubbi, di sì che vorrebbero essere detti, di no da affrontare, no come pietre calcaree. Il travaglio di un uomo che sta cercando la sua strada. Ne trascrivo un breve passo, come augurio per tutti noi, affinché troviamo la calma, la forza e la leggerezza per dire sì e no quando riteniamo giusto farlo, senza mentire a noi stessi, o perlomeno senza mentire troppo.
«Perché non sai cos’è il bene, ma senti chiaramente cos’è il meglio. Il patimento è buono, se esige da te un più profondo dovere. Così tu ti allarghi nel mistero, nutrendoti di lui, e le sue tenebre diventano sole nella tua anima».

 

 

 

 

 

 

 

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3 risposte a Dire no

  1. Sabrina ha detto:

    Alla fine ho preso quello di Mursia del 2011.
    Grazie

  2. nacciluigi ha detto:

    Ce ne sono diverse. Le più recenti sono state pubblicate dalla Transalpina e da Beit (quest’ultima bilingue italiano-sloveno).

  3. Sabrina ha detto:

    Volendo regalare Il mio Carso, quale edizione consiglierebbe?
    Grazie
    Sabrina

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