Quando muore un viandante

marco e luigi

Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento,
chiudete i pianoforti, e tra un rollio smorzato
portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.

Incrocino aeroplani lamentosi lassù
e scrivano il messaggio Lui è Morto
W. H. Auden, Blues in memoria

a Marco Amadei

 

Certo si deve morire. E noi, sparuti sognatori diurni che ci onoriamo di far parte di quello che Thoreau definì l’Ordine dei Camminatori Erranti, la morte ce la portiamo nello zaino tutti i giorni. Noi che impazziamo in una casa dopo una settimana, e non facciamo carriera perché preferiamo sparire nei boschi, e trascorriamo ore incalcolabili di fronte alle mappe, e che veniamo irrisi come irresponsabili, e illusi, e scioperati, e oltremodo egoisti, noi però con l’addio abbiamo stretto un patto molto tempo fa.

Ci contiamo sulle dita di una mano. Siamo pochi, ci vogliamo bene a distanza, e quando ci vediamo è sulla strada, non abbiamo bisogno di parlare, ci camminiamo a fianco, ci scambiamo i sogni nel sonno, ripartiamo al mattino senza salutarci perché sappiamo che prima o poi un incrocio ci metterà di nuovo uno accanto all’altro. Noi crediamo nelle vie che conducono a un punto saliente. Lì ci dirigiamo, senza nominarlo.

Certo, si deve morire. E muoiono familiari, amici, colleghi, animali cari, che venendo meno ci tolgono il respiro, ci lasciano stupefatti. E allora eccoci chini sugli oggetti: «queste sono le cose dell’amico morto. / La loro forma si cambia con lo sguardo. / La pipa può diventare cigno, poi faro / la penna», scrive Slavko Mihalić. Ogni creatura che abbiamo amato rivive in un oggetto, prendiamo quell’oggetto e lo trasformiamo in amuleto, l’amuleto lo mettiamo nella tasca e con esso torniamo a vivere, o a sopravvivere.

Ma quando muore un viandante con cui hai diviso la strada aperta e null’altro, nessun oggetto ti resta di lui. La vostra era un’amicizia senza fondamenta, nemmeno un pilastro, foss’anche precario, a tenerla in piedi. La vostra era un’amicizia per l’amicizia, senza accordi, senza ricompense, senza promesse di aiuto, senza scambi di talismani, senza profitti, senza pettegolezzi, senza ragioni apparenti. Eravate amici perché sapevate di appartenere a quella plurisecolare schiera di erranti, pellegrini, perdigiorno che ha senso e ha vita pulsante soltanto nelle lontananze, negli abbracci dati sulle soglie, nelle inutili e impagabili esplorazioni dell’orizzonte.

Marco verso Finisterre agosto 2017

Conobbi Marco due anni fa, in inverno, sul Camino Francés. Arrivai a Trabadelo, un villaggio a meno di 20 km dal Cebreiro, molto tardi, alla fine di una tappa solitaria lunghissima. Quando ci incrociammo nei corridoi del rifugio ci riconoscemmo a prima vista. Ci fiutammo, più che altro, come due orsi nella faggeta ghiacciata dopo settimane di vagabondaggio. E il giorno dopo ci perdemmo, ciascuno nella sua neve. Ci ritrovammo ancora in Spagna, l’estate successiva, su un altro cammino diretto a ovest, alcuni giorni assieme e ci lasciammo un’altra volta senza salutarci. «Ci vediamo là» mi scriveva sempre nei suoi messaggi. «Là»: era Santiago? Finisterre? Era la Francigena, di cui parlavamo spesso, o la sua casa di Parma? No, era molto più preciso, circostanziato quel «là»: era il punto saliente, il metro quadro di polvere in cui ci saremmo incontrati.

Lo scorso agosto è accaduto a Santiago, in praza do Obradoiro. Da lì abbiamo camminato fino all’oceano. A Finisterre, a colazione, in un bar senza nome, ho finito di bere il caffè, ho inforcato lo zaino, l’ho abbracciato e me ne sono andato verso le scogliere. «Ci vediamo là», mi ha detto. E immediatamente è sorto in entrambi un sorriso, si è fatta largo in noi una forma di soddisfazione, come se avessimo finalmente individuato in quella sillaba il marchio del nostro legame.

Dopo qualche giorno Marco è tornato a casa e ha scoperto di essere ammalato. «Stavolta il cammino sarà tosto», mi ha scritto. Ma non una volta, in questi 3 mesi, che l’abbia sentito scoraggiato, che abbia smesso di sperare di tornare sulla strada. «Sempre avanti, mai un passo indietro» è stato il suo mantra fino alla fine. Anche quando sono andato a trovarlo in ospedale non abbiamo trascorso un minuto a ricordare ciò che era stato – eravamo proiettati nei giorni che sarebbero venuti, che verranno, svariati passi avanti a noi: la traversata pirenaica da fare assieme, l’idea di un’opera. «Scrivi un libro sulla mia vita»: mollare tutto, mettersi in cammino, ammalarsi, resistere. Non abbiamo avuto il tempo di coltivare quest’idea.

"camino de invierno", galicia, verano 2016

Della vita precedente di Marco, quella venuta prima di scoprire il cammino, non so quasi nulla. Mi pare si fosse occupato di pubblicità. Non mi interessa saperlo, non occupava i nostri discorsi. Noi parlavamo, quando parlavamo, usando l’indicativo futuro: partirò, prenderò quel sentiero poco dopo l’alba, non farò il biglietto di ritorno, non avrò paura, incontrerò delle creature che si prenderanno cura di me, godrò fino all’ultimo passo. So che gli ultimi 10 anni Marco li ha trascorsi così, questo mi basta.

Certo, si deve morire. Ma quando muore un viandante la strada si restringe. Si piegano gli abeti, nonostante l’assenza di vento. Crollano i pini neri, rotolano a valle accompagnati dagli sguardi tristi delle capre selvatiche, si schiantano nel letto secco del torrente. Il paesaggio si curva, le prospettive si chiudono. Capisci che a nessun incrocio apparirà il tuo amico. Non ti chiamerà dalla cima per spronarti a salire, non ti attenderà al rifugio. I sentieri saranno meno luminosi senza il suo passaggio. Starai sul selciato con un nodo alla gola.

Eppure, certo, cazzo, tornerai a calzare gli scarponi. Farai lo zaino con gli occhi lucidi. Oltrepasserai la soglia. Ti consegnerai un’altra volta al cammino. E molto presto, probabilmente già prima che finisca la prima tappa, l’amico verrà a trovarti. Sotto forma di poiana, o di cervo, o di fulmine, di ombra proiettata sulla falesia, e tu gli sorriderai come un tempo. Tornerete a parlare usando l’indicativo futuro, riderete il più possibile, farete qualche secondo di silenzio e poi vi separerete, come si conviene, senza salutarvi.

Ci vediamo , hermano mio.

marco

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8 risposte a Quando muore un viandante

  1. RodolfoAntonio Pedonesi ha detto:

    Ciao Marco.Ci vedremo la,e ci abbracceremo

  2. Barbara ha detto:

    Io non posso far altro che abbracciarti e ringraziarti per questo bel pezzo, che ci fa fermare tutti a riflettere, anche senza aver avuto la fortuna di conoscere Marco.
    Ciao Marco.

  3. Onorata di averlo conosciuto e ispirato al Cammino,quando ci incontrammo a Parma era il 2008 ed ero tornata da poco,mi fece una marea di domande,passeggiammo insieme in un parco e lì gli vidi negli occhi ‘la luce’ che avevo scorro nei miei pochi giorni prima di diventare Pellegrina..un saluto caro Marco, che la terra ti sia lieve..Buen Camino..

  4. Graziella Biondi ha detto:

    Grazie per aver condiviso le emozioni di ina presenza ed anche di un’assenza…..
    ❤️💐

  5. Anonimo ha detto:

    Grazie per aver condiviso la emozioni di una presenza ed anche di un’assenza….
    Ma di nuovo accadrá d’incontrarlo, di intuirne la vicinanza…..❤️🌺

  6. Anonimo ha detto:

    ❤️

  7. La Maruelli Ali ha detto:

    Grazie
    Grazie per le emozioni, i sogni, i pensieri che solo chi ha lo spirito del viandante può capire!
    Sono sicura che lo ritroverai…in un gesto, in uno sguardo, in un luogo, in un silenzio…

  8. Anonimo ha detto:

    😢❤️

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