Fai un regalo davvero inutile (intanto te ne faccio uno io)

Sono anni che dici, con l’avvicinarsi delle feste, «questa volta basta regali», e sono anni che, matematicamente, ti ritrovi la terza settimana di dicembre a comprare oggetti inutili, anche solo un paio, anche uno solo, anche se economico, perché c’è sempre qualcuno nella tua cerchia di amici o famigliari che, credente o no, un regalo te lo vuole fare, forse perché solo così può esprimerti una forma d’affetto. E tu hai vergogna a presentarti a mani vuote a casa sua, o non hai più voglia di cominciare la trita filippica sul consumismo e sul bla bla che sappiamo, e va a finire che ti presenti con un pacco contenente qualcosa di cui perderai memoria a breve, un oggetto senza prospettiva, azzardiamo: senza destino.

Allora stavolta cedi, non ti crucciare, fai tutti i regali che puoi permetterti, soprattutto inutili come si conviene. Dimmi, cosa c’è di più inutile, di più improduttivo e anacronistico della poesia? Un libro di poesia non solo non serve a niente, ma non ha scadenza, non passa di moda perché non è mai stato alla moda, è un pacco vuoto all’ennesima potenza, e ti reca un vantaggio: non avrai bisogno di conservare lo scontrino. Nessuno va a cambiare un libro di poesia perché ce l’ha già. Anche se lo regalassi a un poeta o un accanito lettore di versi (il 3% più o meno dell’intera popolazione di lettori) e quello già lo avesse, ti ringrazierebbe abbracciandoti, perché potrebbe essere un’edizione con delle varianti, o con una nuova prefazione, o se anche fosse la sua stessa identica edizione la potrebbe a sua volta regalare a qualcun altro. Insomma, oh, in un modo o nell’altro faresti un figurone.

Comincio io, se mi permetti: ti regalo, caro lettore, una antologia per l’anno che verrà. La puoi stampare e usarla a mo’ di calendario, aggiungerci qualche foto, qualche dedica, altre poesie che ti sono care, e magari regalarla a tua volta a qualcuno. Non sono le mie poesie preferite, non le ho scelte, diciamo che mi hanno scelto. Sono uscite da alcuni libri che conservo in casa, mi hanno chiesto educatamente di andarsene in giro a prendere aria. Sarà perché sono state tutte scritte da autori stranieri, e cominciava a stare loro stretta la lingua del mio soggiorno.

Edmond Jabés scrive «smisurata è l’ospitalità del libro», mentre Jorge Luis Borges, citando Ariosto, scrive che «un libro / perché esista davvero, è necessaria / l’aurora col tramonto, secoli, armi / e il vasto mare che unisce e divide». Io ti invito, caro lettore, a fidarti delle loro parole. Ti sprono, se posso, ad assemblare un libro di versi o a comprarne uno, facendoti consigliare da un piccolo libraio o da un amico che legge più di te, e a liberare quel potenziale di ospitalità, quel desiderio di aurora e vasti mari rappresi tra una parola e l’altra. Fa’ che tutta quella incommensurabile vacuità se ne vada per il mondo.
#Faiunregalodavveroinutile 
Buone feste.

 

GENNAIO

Le vie

Talvolta, avventurose, arrivano prima delle case
E io conosco vie che sono tornate nella pietra
Il passante per capriccio le ferisce con la scarpa
Solo gli ubriachi temono davanti a loro

Assonnate, tutta la notte le disturbano
E quando tutti se ne vanno e giunge l’ora del riposo
Si svegliano per la gioia di essere sole
Splendono al chiaro di luna

Si darebbero volentieri a qualcuno, ma non si possiedono
Guarda come si separano con lamenti all’incrocio
Odiano gli alberi perché non devono andare
Penso, sono le vie ad invocare i fulmini

(Slavko Mihalić, Le vie, in Un passo fuori, a cura di Marina Lipovac-Gatti, Jaca Book, Milano, 1990)

*

FEBBRAIO

Promemoria

Uno arrivaci e vedi di inserirti
due respira per risalire la china
tre non rischiare tutto in una volta
quattro fuggi dalla malinconia

cinque impara la nuova geografia
sei della siesta non ti privare mai
sette il futuro non sarà una festa
otto non avvilirti ancora

nove vai tu a sapere chi è forte
dieci non perdere la pazienza
undici non ti fidare della buona sorte

dodici risparmia l’ultimo addio
tredici non dare mai del tu alla morte
quattordici godi finché puoi

(Mario Benedetti, Promemoria, in Inventario, a cura di Martha L. Canfield, Le Lettere, Firenze, 2001)

*

MARZO

Scoperta

Credo nella grande scoperta.
Credo nell’uomo che farà la scoperta.
Credo nello sgomento dell’uomo che la farà.

Credo nel pallore del suo viso,
nella sua nausea, nel sudore gelato sul suo labbro.

Credo nei suoi appunti bruciati,
ridotti in cenere,
bruciati fino all’ultimo.

Credo nelle cifre sparpagliate,
sparpagliate senza rimpianto.

Credo nella fretta dell’uomo,
nei suoi gesti precisi,
nel suo libero arbitrio.

Credo nelle lavagne fracassate,
nei liquidi versati,
nei raggi spenti.

Affermo che ciò riuscirà,
che non sarà troppo tardi,
e che avverrà in assenza di testimoni.

Nessuno lo saprà, ne sono certa,
né la moglie, né la parete,
e neppure l’uccello – potrebbe cantare.

Credo nella mano che non si presta,
credo nella carriera spezzata,
credo nel lavoro di molti anni sprecato.
Credo nel segreto portato nella tomba.

Queste parole mi veleggiano sopra le regole.
Non cercano appoggio negli esempi.
La mia fede è forte, cieca e senza fondamento.

(Wisława Szymborska, Scoperta, in La gioia di scrivere, a cura di Pietro Marchesani, Adelphi, Milano, 2009)

*

APRILE

Dovunque andiamo

Dovunque andiamo, arriviamo sempre troppo tardi
a ciò che un tempo siamo partiti per trovare.
E in qualsiasi città ci fermiamo
sono le case cui è troppo tardi per tornare
i giardini in cui è troppo tardi per trascorrere una notte di luna
e le donne che è troppo tardi per amare
a tormentarci con la loro impalpabile presenza.

E qualsiasi strada ci sembri di conoscere
ci porta lontano dai giardini fioriti che cerchiamo
e che ci diffondono il loro pesante odore nel quartiere.
E a qualsiasi casa torniamo
arriviamo a notte troppo tarda per essere riconosciuti.
E in qualsiasi fiume ci specchiamo
vediamo noi stessi solo dopo aver voltato le spalle.

(Henrik Nordbrandt, Dovunque andiamo, in Il nostro amore è come Bisanzio, a cura di Bruno Berni, Donzelli, Roma, 2000)

*

MAGGIO

Quasi invisibile

e tuttavia
l’amore esiste
ovunque: in piccole nicchie
e luoghi nascosti nel paesaggio
pronto a riversarsi fuori

spesso pugnalato, calpestato
s’è nascosto nelle
crepe del muro e aspetta
il piccolo rettile dell’amore, sempre
pronto a cambiare colore

spesso cacciato come un angelo
che s’allontana battendo l’aria con le ali
spesso messo sotto una campana di vetro, in un paesaggio
dove cade la neve se si rovescia il vetro

tuttavia l’amore può scaturire

anche nella luce tremolante
dello schermo a raggi x
diviene visibile nel corpo
anche l’amore che non vedrà mai la luce:
gli embrioni gemelli con la loro corona
s’accarezzano dolcemente

(Paal-Helge Haugen, Quasi invisibile, in camminando nell’erica fiorita, a cura di Fulvio Ferrari, Lanfranchi, Milano, 1989)

*

GIUGNO

Quattromila giorni e notti

Per la nascita di una poesia,
dobbiamo uccidere
dobbiamo uccidere tanto
sparare, assassinare, avvelenare tante cose amate

Guarda,
per strappare solo la lingua tremante di un uccellino
ai cieli di quattromila giorni e notti,
abbiamo sparato
ai silenzi di quattromila notti e alle controluci di quattromila giorni

Ascolta,
per procurare le lacrime di un solo bambino affamato
da tutte le città piovose, dalle fornaci,
dal porto di mezza estate e dalle miniere di carbone,
abbiamo assassinato
gli amori di quattromila giorni e le pietà di quattromila notti

Ricordati,
per ottenere lo sgomento di un cane randagio
che vede quello che non vedono i nostri occhi,
che ascolta quello che non ascoltano le nostre orecchie,
abbiamo avvelenato
le immaginazioni di quattromila notti e i freddi ricordi di quattromila giorni

Per partorire una poesia,
dobbiamo uccidere le cose care
è questa l’unica via per risuscitare i morti
e la dobbiamo percorrere.

(Tamura Ryūichi, Quattromila giorni e notti, in Poesia della metamorfosi, a cura di Fabio Doplicher, Stilb, Roma, 1984)

*

LUGLIO

Post meridiem

I grandi riposi, le grandi feste, le grandi solitudini
hanno luogo la notte, quando il tempo ti appartiene,
quando, dopo il lavoro, il tempo inizia a somigliare a ognuno di noi,
all’uomo della stazione nord,
alla donna della stazione sud,
al gruppo di sordomuti al ristorante
la cui silenziosa allegria non contagia nessuno,
a una certa stanza nuziale,
a una certa attitudine al sonno,
a un certo sogno a forma di rombo.

(Nina Cassian, Post meridiem, 2, in C’è modo e modo di sparire, a cura di Ottavio Fatica, Adelphi, Milano, 2013)
*

AGOSTO

Secondo ipotico

Se è per amore, ci verrà perdonato,
resteranno dopo di noi letti sfatti e città
iniziate, tende schiuse, oggetti appena
sfiorati e un po’ di stoviglie sporche. Se è per amore,

non resterà dopo di noi il vuoto, c’è una tale innata
discordanza grammaticale, il vuoto non può abitare
in luoghi segnati dai nostri corpi, usciranno
da essi piuttosto bambini, paesi e tutti i colori.

Se è per amore, dalla nostra parte ci saranno animali,
cani abbandonati. Loro ci perdoneranno l’immobilità
e lo sguardo perso in qualche punto in noi. Saremo sdraiati
e ci cammineranno sopra giorni e correnti. Costruiranno su di noi

una città e liberi elettroni si affolleranno su di noi, ronzeranno,
e i sogni, i sogni saranno nostri per sempre.

(Tomasz Różycki, Secondo ipotico, in Antimondo, a cura di Leonardo Masi, Edizioni della Meridiana, Firenze, 2009)

*

SETTEMBRE

Demenze

In questi territori la tua testa è un sole di notte,
ti sono spuntate due ali dalle orecchie,
calda e molle è la tua bocca.
Apri gli occhi e misuri la tua luce pesante.
Se pensassi al perché io ti tengo in gabbia
come un martire con il tramonto in bocca,
sapresti che la mia vita si è ribellata dalle cosce fino al cervello.
La tua testa, galleggiando nell’insonnia, come un uccello pazzo,
è appesa alla luna,
e soltanto Salomè o Giuditta saprebbero
come accarezzo ogni notte la tua carne azzurra.

(Ruxandra Cesereanu, Demenze, II, in Coma, a cura di Giovanni Magliocco, Aracne, Roma, 2012)

*

OTTOBRE

Il bicchiere

Entrerò in questa casa semplicemente,
come un uccello per paura vola in un altro nido.
Tu sei lo zucchero che si scioglie e si raffredda sul fondo.
Tu sei il sobbalzo del bicchiere sugli ingranaggi dei treni.

Tu sei il mare. Tu cordialmente ti offri.
Ti berrò attraverso il condotto lacrimale.
E dopo mi annoierò, mi sentirò soffocare.
Diventerai un bicchiere dipinto di betulla.

Con tracce di cicche e cenere sul corpo
Starai posato sul tavolo come un rimprovero.
Che devo fare adesso? Forse non ho voglia.
Ma il mare è in me. Sono assassina e ladra.

Che me ne importa del bicchiere vuoto?
Che me ne importa delle stoviglie rotte?
Che me ne importa di te? È strano e stupido
Non aver voglia di andarsene da qui.

Ed è difficile capire come la ragnatela del cappotto
si riempirà silenziosamente di tutto il mare.
Il tuo sguardo pietoso non proromperà alle spalle,
e il mare non griderà per paura attraverso la stoffa.

Uscirò di casa come un lupo dalla caverna,
come una parola scaldata in una grigia tana.
E il vento attraverso sottili fessure volerà
verso il bicchiere, i cocci mi cadranno ai piedi.

(Alina Vituchnovskaja, Il bicchiere, in La nuovissima poesia russa, a cura di Mauro Martini, Einaudi, Torino, 2005)

*
NOVEMBRE

Lettera da un lettore

Troppo sulla morte,
sulle ombre.
Scrivi della vita,
di una giornata normale,
del desiderio di armonia.

Il campanello della scuola
può essere modello
di moderazione,
persino di erudizione.

Troppo sulla morte,
un eccesso
di nero incanto.

Guarda,
popoli ammassati
in stadi stretti
cantano inni d’odio.

C’è troppa musica,
troppo poca concordia, pace,
saggezza.

Scrivi degli attimi in cui le passerelle dell’amicizia
paiono più durature
della disperazione.

Scrivi dell’amore,
delle lunghe serate,
delle albe,
degli alberi,
dell’infinita pazienza
della luce.

(Adam Zagajewski, Lettera da un lettore, in Dalla vita degli oggetti, a cura di Krystyna Jaworska, Adelphi, Milano, 2012)

*

DICEMBRE

Elogio della dimenticanza

Buona cosa è la dimenticanza!
Altrimenti come farebbe
il figlio ad allontanarsi dalla madre che lo ha allattato?
Che gli ha dato la forza delle membra
e lo trattiene per metterle alla prova?

Oppure come farebbe l’allievo ad abbandonare il maestro
che gli ha dato il sapere?
Quando il sapere è dato
l’allievo deve mettersi in cammino.

Nella casa vecchia
prendono alloggio i nuovi inquilini.
Se vi fossero rimasti quelli che l’hanno costruita
la casa sarebbe troppo piccola.

La stufa riscalda. Il fumista
non si sa più chi sia. L’aratore
non riconosce la forma di pane.

Come si alzerebbe l’uomo al mattino
senza l’oblio della notte che cancella le tracce?

Chi è stato sbattuto a terra sei volte
come potrebbe risollevarsi la settima
per rivoltare il suolo pietroso,
per rischiare il volo nel cielo?

La fragilità della memoria
dà forza agli uomini.

(Bertolt Brecht, Elogio della dimenticanza, in Poesie, a cura di Guido Davico Bonino, Einaudi, Torino, 1992)

 

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5 risposte a Fai un regalo davvero inutile (intanto te ne faccio uno io)

  1. Carla Carloni ha detto:

    Splendido regalo, grazie!

  2. nacciluigi ha detto:

    un abrazo velvet

  3. Velvet ha detto:

    Grazie Gigiuz! Bon San Nicolò 😘

  4. nacciluigi ha detto:

    Grazie @GiusAnte

  5. Gius Ante ha detto:

    Grazie per questo bel regalo.
    Controdono, non la poesia, che l’autore ci ha offerto ma, forse, la scoperta.

    Vetta
    La rustica casa laggiù
    quasi sotto un limpido vetro
    mormorò, sfolgorò.

    Il sole è un organo nei cieli,
    lancia cascate luminose;
    la notte per i precipizi
    trascina le sue occhiaie vuote.
    Vibran le stelle – cento voci
    cantano i grilli – cento note.
    Arde negli alberi la linfa;
    l’arcobaleno poggia gli archi
    sulla rugiada color perla.

    Ulula a tratti il lupo solitudine
    nella sorda boscaglia;
    danza a tratti la luna cecità
    sopra i nostri lucenti.

    Solo il grillo non teme.
    Col fischio trivella il placido spazio
    come trapano argenteo
    che polvere argentea spruzza nel mistero senza fine.

    La rustica casa, laggiù
    quasi sotto un limpido vetro
    mormorò, sfolgorò

    Stanko Majcen 28-X-1888

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