Spagna profonda: in cammino verso il vuoto

Ci sono i volitivi, gli arrembanti, i centometristi che scattano prima ancora del colpo di pistola, uomini a tutto gas, che seminano i propri pensieri, che si lasciano alle spalle il tempo. E poi ci sono i temporeggiatori, i meditabondi, gli inetti in potenza, gli uomini che si fermano prima della salita – tutti sanno che mai ci si deve fermare prima di una salita –, siedono su un sasso, estraggono con cautela un pensiero della corteccia celebrale e lo adagiano sul selciato, lo trattengono a stento, come si fa con una creatura selvatica, senza riuscire ad addomesticarlo, mentre con la coda dell’occhio scorgono il proprio tempo avanzare verso la cima, e loro indietro, incapaci di inseguirlo, immobili. Il mondo è dei primi.

Dopo dodici anni di cammini in Spagna, con estrema calma sono riuscito a rispondere alla domanda che mi spingeva a partire. Verso l’Oceano, più che verso Santiago. Era una domanda netta: «perché laggiù?». Davo svariate risposte: perché per secoli migliaia di uomini lì si sono diretti ed io voglio affondare i piedi nel loro stesso fango, essere una porzione minima in una grande storia; perché lì finisce la terra, di più non si può, lì la fine, lì un tramonto è l’ultimo tramonto, lì il sole e la morte coincidono; perché amo di testa e di viscere la Spagna e la sua gente, la sua lingua si insinua melliflua nella mia bocca, in quella lingua mi sento a casa. E poi c’era un’altra risposta, che sentivo incombente, più forte delle altre ma che non riuscivo ad approfondire: perché in quelle terre disabitate, nella Spagna profonda, c’è qualcosa che ha a che fare con i miei silenzi e il modo in cui essi si avviluppano alle mie radici. C’ho messo tanto tempo, ma credo di aver capito.


Dopo aver percorso le vie iberiche più note, negli ultimi anni mi sono consegnato alle secondarie, spesso in montagna, quasi sempre in solitudine, incontrando di rado viandanti e attraversando pueblos con pochi servizi o aldeas popolate da vacche e pecore più che da umani. El Camino Olvidado, el Lebaniego, el Vadiniense,  el Camino de Invierno, la Ruta Vasca del Interior, el Baztanés eccetera, vie cosiddette minori o di raccordo, appartenenti a quel poderoso fascio di strade dirette a Santiago de Compostela e a Finisterre.  La maggior parte della gente si concentra nel Camino Francés, nel Portugués e nel Camino del Norte, portandoli al collasso d’estate, originando file surreali sui sentieri, facendosi trasportare lo zaino in taxi, improvvisando feste alcoliche all’ingresso dei monasteri, una sciamante carovana che si sposta in un’autostrada piena di frecce gialle. Ho superato da tempo la fase dell’arrabbiatura, ciascuno faccia il cammino come può e come crede, il cambiamento è alla portata di tutti, anche di chi disprezza la fatica. Tutti partiamo con gli abiti del turista, tutti arriviamo vestiti in un altro modo. Non è questo però il succo del discorso che vorrei fare.

Pochi giorni fa, dopo avere raggiunto l’oceano e avere continuato a camminare lungo le aspre mulattiere della Costa della Morte, sono tornato a Santiago per prendere l’aereo (cosa che odio, certamente). Sono uscito dal centro storico per allontanarmi dalla bolgia e sono incappato, o meglio sarebbe dire precipitato, in una piccola libreria: Numax. Scaffali di politica, sociologia, filosofia, poesia, poi una porta, accanto al bagno, e la sorpresa: una sala cinematografica, minuscola, di film d’autore, spagnoli e europei con sottotitoli. Ho visto Abracadabra – il giorno seguente è uscita la notizia della sua candidatura alla preselezione degli Oscar – poi mi sono messo a vagare tra i libri. E come sempre, matematicamente accade, un libro mi ha chiamato a sé, mi ha chiesto di essere preso in mano. L’ho sfogliato, mi sono bastate poche righe, l’ho comprato, sono uscito e sono andato a rinchiudermi nella stanza della mia pensione a leggere. A divorarlo. Si intitola La España vacía.Viaje por un país que nunca fue (Turner Publicaciones, Madrid, 2016). L’autore è un giovane scrittore spagnolo: Sergio del Molino (Sellerio nel 2017 ha pubblicato il suo Nell’ora violetta).

Sergio del Molino, ‘La España vacía. Viaje por un país que nunca fue’

La sua tesi è la seguente: ci sono due Paesi, la Spagna, di cui fanno parte Madrid e le coste, e la Spagna vuota, che occupa più della metà del territorio nazionale, senza città rilevanti a parte Zaragoza, un Paese nel Paese, abitato da poco più di 7 milioni di persone. Il 15% della popolazione che occupa il 53% del territorio, con zone in cui la densità è di una dozzina di abitanti per chilometro quadrato, una delle più basse d’Europa. Villaggi in rovina, villaggi allagati da Franco per creare bacini artificiali, villaggi con pochi abitanti, tutti anziani, villaggi fantasma a decine di chilometri di distanza l’uno dall’altro e in mezzo, assolato, il campo. Machado. Far west. Villaggi che ricordano a tratti le atmosfere di Terra senza pane, il documentario girato da Buñuel negli anni ’30 nella zona di Las Hurdes, in Extremadura, quello in cui, tra i bambini che ammorbidivano il pane stantio in un rigagnolo d’acqua e gli uomini che decapitavano i galli, si vedeva un asino brutalmente ucciso dalle api. Medio Evo.

Per carità, la Spagna vacía di oggi non è più così, ma permangono la desolazione, il silenzio, la povertà, il senso di abbandono. «Quando muoio io tutto finirà» mi ha detto una pastora di nemmeno sessant’anni in Galizia, nella zona di Friol. Una donna dal viso incantevole che in mezz’ora mi ha raccontato tutta la storia sua e della sua famiglia: l’emigrazione in Svizzera, il mesto e forzato ritorno a casa per crescere le figlie nella lingua materna, le fabbriche che chiudono, una madre da accudire, la consapevolezza che dopo di lei le sue vacche non saranno più pascolate da nessuno. Il sentimento della fine incuneato tra una sillaba e la successiva. Certo, potremmo dire lo stesso delle Alpi e degli Appennini in Italia, di alcune aree del nostro Mezzogiorno, ma in Spagna lo spopolamento è più forte ancora, è lampante, è un pugno al fegato, non serve l’occhio dell’antropologo o del paesaggista per notarlo.

Ho trascorso gli anni della mia giovinezza nell’Est Europa, viaggiando con treni, autobus, autostop, motocicletta, ho vissuto e studiato in Ungheria, ho bighellonato molto nei Balcani e solo ora, a quasi quarant’anni, riesco a unire i tasselli del puzzle. Non cercavo l’Est prima così come non ho cercato l’Ovest poi. Era il vuoto la meta, l’assenza dell’architettura, dell’arte, della grande viabilità, del commercio, la mancanza di comfort, di tecnologia, tutto ciò che non sta su Tripadvisor, che non entra nelle guide del Touring, negli opuscoli degli uffici turistici, le locande senza sito web, gli scarti della contemporaneità. Non un procedere verso un primigenio Stato di Natura, non l’immacolata concezione, nessun desiderio di purezza incontaminata, quanto un camminare goffo verso le macerie, verso il letame, verso le carogne di caprioli e cervi e tassi lasciate a marcire ai bordi della strada (quante ne ho viste quest’estate!), il luogo in cui sopravvive ciò che è stato espulso dalla giubilante marcia del progresso.

Ora finalmente so come rispondere alle persone che la prossima volta mi chiederanno «perché vai a Santiago?». Dirò loro: «perché amo l’Est». E a quelle che mi interrogheranno, incontrandomi con lo zaino nei boschi della Slovenia e della Croazia, dirò loro: «perché amo l’Ovest».  E so che un giorno incontrerò di nuovo il viandante incrociato anni fa nel cammino del ritorno, volto da bandito in corpo francescano, che mi fece soltanto una domanda prima di darmi la mano e andarsene in direzione opposta alla mia. So che userà le stesse parole e lo stesso tono di voce da pirata: «come puoi tornare a casa se la tua casa non sai più dov’è?». Forse gli risponderò «la mia casa è al margine», o «la mia casa è lontana dal centro di tutte le cose» o forse, più verosimilmente, gli stringerò la mano, gliela stringerò con l’amicizia della strada, una stretta picaresca, e senza aprire bocca pieno di dubbi mi rimetterò in cammino verso il vuoto.

 

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in footprints e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

3 risposte a Spagna profonda: in cammino verso il vuoto

  1. FirstGarland ha detto:

    I see you don’t monetize your page, don’t waste your traffic, you can earn extra bucks every month because
    you’ve got hi quality content. If you want to know how to make extra bucks, search for:
    Boorfe’s tips best adsense alternative

  2. nacciluigi ha detto:

    Scomodamente a mio agio. Grazie.

  3. Roberto Karrer ha detto:

    C’è qualcosa di ancestrale, un richiamo in ciò che scrivi, mi fa sentire scomodamente a mio agio, come spesso viaggiando. Forse il valore del vuoto, vuoto di aspettative e di certezze che apre allo stupore alle immancabili coincidenze, alla poesia. O forse il sentirsi fuori luogo, dimensione che spesso condivido. Ti auguro di continuare, sto leggendo Viandanza e sono lieto che finora dei diversi santi e Dei menzionati, non vi ho trovato la credenza in uno.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...