Mettersi in cammino in inverno

Alto del Perdón - Camino de Santiago

Alto del Perdón – Camino de Santiago

Noi crediamo profondamente nella misura in cui viviamo profondamente, scrive Ralph Waldo Emerson. Un uomo profondo, aggiunge, crede nei miracoli e li aspetta, crede che l’amore possa esaltare il talento e superare ogni disparità, che un gran cuore possa attrarre grandi eventi. Secondo Emerson alcune persone sono fatte di rima, coincidenza, auspicio, periodicità e presagio, sono in grado di incontrare la persona che cercano, di sapere in anticipo ciò che il loro compagno si appresta a dire.

E come non pensare al suo amico Henry David Thoreau, colui il quale si è autonominato ispettore delle tormente di neve e dei temporali, che ha scelto il conforto dei boschi contro il comfort della città, che grida: «semplicità, semplicità, semplicità! Io dico, lasciate che i vostri affari siano due o tre e non cento o mille».

Condotta di vita di Emerson e Walden di Thoreau sono due libri che a Natale dovrebbero andare a ruba. Dovrebbe divorarli prima di tutto chi sogna di mettersi lo zaino in spalla e partire, farlo ora, in inverno. Sono pensatori che spronano a condurre una vita pienamente umana, ed è esattamente questo che possiamo sperare di trovare mettendoci in cammino.

Di guide che ci indicano le tappe, i km da fare, le varianti, i dislivelli, dove mangiare e dormire e quale abbigliamento indossare ne troviamo tante, ma rari sono i libri che meritano di essere portati nello zaino, quelli che ci sosterranno come bastoni nei momenti più duri. Lo sa anche Werner Herzog, l’autore di Sentieri nel ghiaccio, che due giorni dopo essere partito alla volta di Parigi, al capezzale di un’amica, si disfa delle carte stradali.

È in inverno che il viandante percepisce con forza il suo essere pellegrino – in senso largo, come intendeva Dante: creatura che ha abbandonato la sua patria, dall’identità labile, che attraversa i campi, potente perché senza necessità materiali, fragile perché lontana dagli affetti.

Chi si mette in cammino in inverno non è un turista. È esposto alle intemperie, si ferma poco per non assiderarsi, e passo dopo passo, mano a mano che i piedi divengono prima complici e poi sodali del fango, egli stringe amicizia con i venti del nord, con le buriane, si compiace dei sentieri sepolti dalla neve, ringrazia il sole quando sopraggiunge e non maledice le nubi nere.

Camminare in inverno è fare esperienza della propria piccolezza. Il cielo si abbassa su di noi, tra noi e la meta di giornata ci sono chilometri di freddo e fatica, non ci sono piante rigogliose né frutti a ristorarci, la natura sembra morta, possiamo avere la sensazione di camminare in un cimitero, eppure mai ci siamo sentiti così vivi.

«Ti prometto di renderti talmente vivo che / la polvere ti assorderà cadendo sopra i mobili, / che le sopracciglia diventeranno due ferite fresche / e ti parrà che i tuoi ricordi inizino / con la creazione del mondo» scrive la poetessa Nina Cassian. Così ci sentiamo, talmente nel pieno della vita da essere storditi da ogni minimo dettaglio: immersi nella quiete delle foreste e degli altopiani, accompagnati dalle orme degli animali selvatici, lontani da insediamenti antropici, finalmente riusciamo ad accogliere come un dono ogni novità.

Impariamo a benedire, cioè a dire bene. Diciamo bene del cacciatore che ci mostra la via, dell’anziana signora che ci offre un the caldo, dell’oste che ci sazia con la sua zuppa e del locandiere che non avendo letti liberi ci permette di bivaccare nella sua dispensa. Tutto è dono inaudito, tutti ringraziamo. Siamo così piccoli e vulnerabili da vedere come immenso ogni fenomeno, impagabile ogni gesto di ospitalità.

Quello che all’inizio ci era parso un cimitero ci sembra una casa calorosa in cui abitare con tutte le nostre passioni. Desideriamo di essere dove siamo. Non desideriamo di possedere nulla. Il poco che ci portiamo nello zaino è anzi superfluo. Arriviamo a concepire il pensiero di seppellirlo e procedere ancora più leggeri. Il bianco che ci circonda ci esorta a farci bianchi.

Che si sia seguaci del culto di Mitra, fedeli di una religione monoteistica, politeistica, agnostici, atei, che si sia vicini o alieni a qualsiasi credenza, i giorni che segnano il passaggio tra la fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno sono basilari. Ci richiamano ad una rinascita, ad una muta, una rivoluzione.

Nel 1799 Samuel Taylor Coleridge, impegnato in un viaggio invernale a piedi, di fronte ad un lago gelato esclama «quale scenario sublime ho contemplato!», spunta il sole, la nebbia si apre e paragona ciò che vede al Mar Rosso che si spalanca d’innanzi al popolo d’Israele. Tutto è stupore per il viandante, epifania, capovolgimento dei giudizi e delle prospettive.

Come si può avvertire il contrasto spettacolare tra la propria umanità spoglia e l’abbondanza polimorfica della Natura nelle strade intasate e convulse dello shopping? Come provare la meraviglia della prima volta davanti ad una vetrina? Come comparare la consapevolezza di non poter divenire proprietari del tramonto con l’arroganza compulsiva del consumismo selvaggio? In cammino ci rendiamo conto di non possedere nulla, nemmeno la nostra vita. Di non avere bisogno di nulla.

Ho trascorso molti dei miei ultimi inverni sulle vie verso Santiago de Compostela. Che cosa ricordo con più intensità? L’improvvisa nevicata sull’Alto del Perdón, i canti di estasi e solitudine sotto la pioggia incessante delle mesetas, la Cruz de Hierro sbucare da un tutt’uno di neve e nebbia, ma soprattutto le porte spalancate dei rifugi, le cene spartane preparate dagli hospitaleros, i volti splendenti dei pochi pellegrini incrociati laddove i sentieri si biforcano e ci si dice addio. Il freddo tagliente ha congelato quegli incontri, li ha scolpiti nel ghiaccio, ne sono rimaste statue che occupano la memoria. Sono sculture che ritraggono eventi irripetibili: abbracci di uomini silenziosi, sulla strada aperta.

«Il fatto fondamentale dell’esistenza umana è l’uomo con l’uomo», scrive Martin Buber. L’umano sorge dalla relazione, e l’incontro può avvenire solo se c’è apertura, disposizione al rischio, desiderio di comprendersi. Ciò che è difficile a dirsi nel tran tran del quotidiano, in cammino si fa naturalmente. Si divide il pane senza esitare e per questo si è, gli uni per gli altri, compagni. Si esce fuori dalle foreste, perciò si è forestieri. Ci si nasconde dalle luci della città e della ribalta, ci si confonde con la boscaglia, perciò si è clandestini.

Celebrare il Natale e le feste in cammino, che si creda o no, è mettersi sulla strada della semplicità e del sacro. Non è una fuga, corrisponde semmai ad un’intensificazione della propria umanità, un centrarsi. Viaggiando a piedi, scrive Patrick Leigh Fermor, «è impossibile tenersi in disparte».

Chissà se pensava a queste cose Robert Walser, o almeno a parte di esse, il 25 dicembre del 1956, quando spirò nella neve della sua ultima passeggiata.

Luigi Nacci


(pubblicato su “L’Ordine” – l’inserto culturale de “La Provincia di Como e Sondrio” del 18 dicembre 2016, a cura di Pietro Berra – con il titolo ‘In cammino si ritrova la dimensione umana’)

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Viandanza. Il cammino come educazione sentimentale (Laterza, 2016)

Viandanza. Il cammino come educazione sentimentale

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Una risposta a Mettersi in cammino in inverno

  1. Carla Carloni ha detto:

    Splendido, grazie e molti sentiti auguri Carla Mocavero

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