Una MARCIA DEGLI ZAINI per Trieste

 

Viandanti a Trieste

Viandanti a Trieste

I veci che ‘speta la morte.
I la ‘speta a marina sui muci
tondi de corde;
ne le ombre d’i casoti,
cuciai par tera;
in tre, in quatro insieme.
Ma ziti.
Virgilio Giotti, I veci che ‘speta la morte

 

Una delle più dense, memorabili poesie del Novecento l’ha scritta Virgilio Giotti, all’anagrafe Virgilio Schönbeck. Si intitola I veci che speta la morte. Parla dei vecchi che attendono la morte, seduti sulle porte, sui muretti, con la pipa in bocca, davanti alle case, in strada, sulle seggiole, con le mani sulle ginocchia, accucciati per terra, zitti, fumando mozziconi raccolti da terra, seduti davanti ai caffè, buttati ovunque, soli e silenti, mentre intorno a loro i ragazzi giocano, schiamazzano, urlano i lavoratori del porto, bighellonano i perdigiorno, c’è caos, c’è vita intorno a loro, ma loro aspettano, non fanno, non producono, restano immobili, abitano la strada con il fumo e il silenzio.

Anche Saba si raffigura in strada, seduto a mezza via godendosi una birra amara, dentro a una città, Trieste, che pullula di osterie, di covi di baldracche, di ubriachi, di garzoni che s’involano con le carriole, fracasso e canto, marinai che piangono nelle taverne, città simile a un ragazzaccio aspro e vorace, con un’aria tormentosa, una città viva, viva soprattutto grazie alle figure che la animano:

Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;

I due migliori poeti che Trieste abbia avuto hanno celebrato la vita in strada. L’anima popolare della città, quella delle betole, delle osterie, degli scaricatori di porto, del negron parlato dagli umili, del vino onnipresente, chiamato “lubrificante”, “paitz”, “vernise”, “patita”, “garganella”, “balsamo” e così via, cuore pulsante di tutte le canzoni che ci siamo tramandati per decenni sulle panche di un’osmiza. Abbiamo invocato il vino come un dio, abbiamo cantato di ubriachi che dormivano in strada perché non trovavano le chiavi del portone, abbiamo glorificato l’allegria e abbiamo sempre nelle orecchie el can de Trieste di Luttazzi, el can nato in un’osteria, che solo davanti a un fiasco de vin el fa le feste. E delle scorribande notturne di Joyce vogliamo parlare?

Insomma, cari amministratori di Trieste, io credo che voi conosciate assai male la storia di questa città. Oppure la conoscete e agite in malafede. Quale delle due? Volete multare chi si siede, si sdraia o bivacca in strada, in piazza, sui marciapiedi, sulle panchine, chi beve o fuma nei giardini pubblici, chi addirittura dà del denaro ai mendicanti. E tutto questo in nome di un supposto decoro dell’ambiente urbano. Fate tali affermazioni lasciando intendere che si debba tornare indietro, ad un imprecisato tempo in cui la città era prospera. Ma è proprio qui che sbagliate: Trieste è stata prospera quando regnava il disordine, quando ci vivevano almeno cinquantamila persone più di oggi, le vie erano un turbinio di genti e lingue, la città intera era un bivacco a cielo aperto, un vero e proprio casino.

Avete in mente una città-cartolina, finta, algida, asettica, con alberi di Natale da vedere ma non da toccare, con i poveri e gli ultimi cacciati via affinché non siano visti dai turisti. Un po’ come i quartieri residenziali che in Sud America, in Africa e in Asia vengono recintati e vigilati da guardie private affinché gli abitanti delle baraccopoli non possano entrare. Che me ne faccio di una città se non posso viverla con tutto il mio corpo, se non posso osservarla dallo spazio dolce di un muretto, se non posso bighellonare gettando occhiate ai suoi cornicioni e ai suoi vicoli, se non posso prendere il sole gettato a terra, mangiare un panino o bere una birra guardando il mare? Voi ci volete soltanto come consumatori, ci volete vedere sulle panchine in lego dei centri commerciali, intenti a pensare il prossimo inutile acquisto, ci volete alcolisti ma solo dentro i bar, non fuori, ci volete tabagisti dentro la solitudine delle nostre case, ci volete soli, molto soli, inebetiti, ci volete chiusi in casa, ci volete zombie. A voi non frega niente di noi.

Voi evidentemente non sapete che a Trieste per secoli sono transitati pellegrini, quelli sporchi, quelli che avevano fatto testamento prima di partire e non avevano nulla da perdere, che avevano poco e proprio per questo facevano l’elemosina. A piedi sono passati mercanti, pastori, contrabbandieri, briganti, venditori ambulanti, donne del latte e delle uova, venditori di salsicce, ciarlatani, musicisti, artisti, abitanti della strada di ogni sorta. Per lo più poveri, spesso bestemmiatori – studiate la storia della chiesa di Santa Maria in Siaris, in Val Rosandra – e avvinazzati. Erano tutti viandanti. Abitavano la strada. Davano vita e vigore alle nostre terre.

Ecco perché non si può permettervi di portare avanti questo progetto. Non si tratta di ribellarsi a delle multe. In gioco c’è la storia di questa città di confine, di ciò che un tempo è stato un fantastico bordello a cielo aperto. Laico, multiculturale, plurilinguistico, tollerante. Per questo lancio una piccola proposta a tutti coloro che non la pensano come voi: una MARCIA DEGLI ZAINI. Marcia forse non è la parola giusta, ma in fondo ci sono degli esempi illustri, dalla Marcia del sale a quella per la pace. Prendiamo ciascuno uno zaino e indossiamolo, facciamoci viandanti e attraversiamo la città, sedendoci per terra o sulle panchine per riposare, per mangiare, bere, per incrociare sguardi senza fiatare, per non fare nulla. I viandanti sono creature di pace, abitano la strada senza esserne i padroni. Non sporcano, non lasciano tracce.

Una MARCIA DEGLI ZAINI senza bandiere, senza colori politici. La potremmo fare il 21 dicembre, il giorno che convenzionalmente chiamiamo solstizio d’inverno, il giorno più corto – come un passo – e allo stesso tempo preludio di giornate lunghe – quanto le vie che dobbiamo percorrere. Io sarò con il mio zaino in Largo Barriera, rione popolare, alle 6 del pomeriggio. Se altri vorranno ci troveremo lì e inizieremo a camminare assieme verso il mare. Se non verrà nessuno mi incamminerò da solo. Non ci sarà bisogno di gridare slogan. Saranno i piedi a parlare.

La strada è di tutti.

Luigi Nacci

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5 risposte a Una MARCIA DEGLI ZAINI per Trieste

  1. Clara Comelli ha detto:

    Buongiorno Luigi, non ti pare che il colore politico di questa marcia invece esista eccome e, secondo me, vada mostrato senza timore o vergogna? E’ il colore della Politica con la P maiuscola, arte che attiene alla città-stato. Perchè la politica viene confusa con i partiti? Perchè la si vuole sminuire a tutti i costi? Credimi, questo tuo post pullula di politica. Come la Trieste antica che descrivi. 😉 Saluti Clara

    Una MARCIA DEGLI ZAINI senza bandiere, senza colori politici.

  2. Pingback: Trieste: un senza tetto dà scacco matto al Comune-sceriffo - Pair - Piccole Associazioni in RetePair – Piccole Associazioni in Rete

  3. Anonimo ha detto:

    Sono troppo lontano per partecipare, ma ti appoggio moralmente, per quel che serve. Spero che sarete in tanti.
    Luigi Ottaviano

  4. ilaria ha detto:

    parole sante! ci saro’!

  5. Ivana ha detto:

    Bravo! Io mercoledì 21 ci sarò, zaino in spalla, termos e merenda, alla faccia dei proibizionisti.
    E prima o poi parteciperò anche ad uno dei tuoi cammini che mi intrigano molto.
    Ivana

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