In cammino per dimenticarsi di sé

zaino senza volontà


L’ubriaco si lascia alle spalle le case stupite.
Mica tutti alla luce del sole si azzardano
a passare ubriachi. Traversa tranquillo la strada,
e potrebbe infilarsi nei muri, ché i muri ci stanno.
Cesare Pavese, Indisciplina

Questi versi di Pavese – il più grande poeta italiano del ‘900, o perlomeno il poeta che ogni viandante dovrebbe portarsi nello zaino – ci dicono, se non tutto, moltissimo sulle ragioni che spingono a intraprendere il cammino. Il cammino, si badi bene, e non l’atto del camminare. Il viaggio all’ennesima potenza, l’esperienza che tutto travolge e dalla quale non si farà ritorno a casa. Cioè: si farà ritorno, ma totalmente cambiati, al punto da potersi dire perduti a se stessi, perdenti, nel senso di creature che attimo dopo attimo non accrescono la superficie dello spazio che occupano, non aumentano il volume del proprio potere, ma al contrario perdono, continuano a perdere, un’emorragia che non si può tamponare. Perdono possibilità, perdono prospettive, perdono cose, perdono pezzi, si perdono. Scrive Elizabeth Bishop, in Un’arte: “Ho perso due belle città. E tutto il resto, / i miei regni, due fiumi e un continente. / Mi mancano, certo, ma non è un disastro”.

Mi trovo in grande, mastodontico imbarazzo quando, invitato a parlare dei libri che ho scritto, vengo spronato a parlare dei benefici del camminare. E non sono rare le volte in cui, al mio timido inizialmente, poi convulso tentativo di virare altrove, vengo ripreso, ricondotto su una strada che non mi appartiene. Non scherzo quando dico che “del camminare non mi importa nulla”. Né quando dico, sorridendo, che è meglio lasciare stare, non provarci nemmeno a mettersi in cammino, che è più salutare gettare la spugna, perché è dura, si rischia, si starà male. Dal cammino non si fa ritorno. Un po’ come quando, ad un ragazzo più giovane di te, tu con la sigaretta in mano e lui anche, gli dici “non fumare”. Lo vuoi salvare dalla cattiva strada in cui ti sei messo.

Scrive David Le Breton, in un libro intitolato Fuggire da sé, che nella nostra società, in cui dobbiamo essere flessibili, veloci, concorrenziali, rapidi nel ribattere, performativi, capaci di rigenerarci di continuo, sempre all’altezza, a tutti noi capita di reagire esiliandoci temporaneamente da noi stessi, scomparendo, divenendo non presenti a se stessi. Come quando guidiamo la macchina e pensiamo ad altro, o giochiamo a un videogioco in uno stato di trance, o facciamo un gesto ripetitivo, sul lavoro, a casa, che prevede la presenza di una sola parte di noi. Esserci senza esserci. Come quando qualcuno che ti sta parlando ti chiede, ad un certo punto: “ma ci sei?”. Ecco, dove eravamo? Dove siamo andati in quel lasso di tempo in cui il nostro corpo era ancora lì, di fronte al nostro interlocutore? Dice, Le Breton, che quel territorio intermedio in cui ci situiamo lo abitiamo facendo il morto. “Faccio il morto” diciamo al mare, così da non spaventare chi ci vigilerà dalla battigia. Ci sono, non sto affogando, sono soltanto temporaneamente morto. A chi non è capitato?

Per me il cammino è anche questo. È barcollare, più che camminare, presenti a se stessi solo in parte, fuggire da sé, da una vita che ci vuole sull’attenti, in forma, sicuri, proiettati in una direzione certa. Il cammino è la traiettoria sbilenca dell’ubriaco che beve per dimenticare il suo futuro, si sposta senza intenzione, senza l’intromissione pesante e pedante del proprio io, passo dopo passo costruisce un progetto senza saperlo, si dirige a una meta senza saperlo, vive senza saperlo, un po’ qua un po’ da un’altra parte, un po’ sulle sue gambe un po’ sulle foglie, abbarbicato ai tronchi, sotto i sassi. Il cammino è questo incedere impotente, un farsi tramonto con il tramonto ma senza desiderarlo, un essere vivo senza averlo pronosticato. Una parte di me cammina, l’altra latita in qualche dolina, rotola nel fieno, o chissà. Il cammino come dimenticanza di sé.

È vero, per arrivare a questa condizione c’è bisogno di camminare, camminare molto, stancarsi, ma non si tratta di una fatica organizzata. Non si contano le calorie, non si contano i chilometri e i dislivelli, non ha importanza la velocità. Si cammina per entrare in quella dimenticanza, come prendere una rincorsa verso un trampolino. Va fatto da soli. In due, in tre, in gruppo, non è possibile. Quello è un altro cammino, è un ricordare, un mettere insieme, un movimento centripeto che raccoglie i pezzi, è bellissimo ma è un’altra cosa. Quando decido di mettermi in cammino da solo, il mio primo pensiero è: “devo sbarazzarmi di me”. Devo smetterla di avere a che fare con me. Poi sarà la fatica a farmi dimenticare quel proposito, a svuotarmi la testa, riempirla di bianco.

L’ubriaco potrebbe infilarsi nei muri, dice Pavese, perché i muri ci stanno. E ci stanno perché chi sta arrivando è l’ubriaco, lo sciancato, il perdente. Per entrare nei muri c’è bisogno di avere fatto a pezzi il proprio io massiccio, bisogna essersi fatti fluidi, gelatinosi, una materia senza forma e senza volontà, essersi sfatti. Entrare nei muri, vagarci dentro, assumere ogni forma, ogni destino, uscire dai muri, attraversare lo spazio invisibili. E poi, come tornare indietro? Come fare a ritrovare le chiavi di casa? Come rovistare nelle tasche per trovarle? Le mani che useremo sono ancora mani? La casa in cui entreremo è ancora una casa? La vita di cui entreremo di nuovo in possesso è la stessa vita? La possederemo o ne saremo posseduti? Se dal cammino non si fa ritorno che in minima parte, quella parte che non torna dove si trova? Si riparte per andare a cercarla? O per perdersi definitivamente?

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