Il Cammino per Venezia: a piedi da Trieste in una settimana

La partenza da Trieste: castello di Miramare

La partenza da Trieste: castello di Miramare

Chiedere a un viandante quale cammino si agiti nei suoi ricordi è come chiedere ad una madre quale figlio ami di più. Il viandante è William Wordsworth che esclama, all’inizio del suo Preludio, «non mancherò la strada. Finalmente respiro!», la creatura ai cui sensi la terra si presenta in tutta la sua vastità, la strada nella sua apertura e gli uomini nella loro capacità di proiettarsi in avanti. Anch’io, nel mio piccolo, cerco di amare in egual misura ogni sentiero, curva, bivio nel quale mi attarderò, ma non posso negare che a scuotere con maggior vigoria la memoria sia il cammino cominciato dalla porta di casa, quello che ti fa sentire un pellegrino antico che si mette in marcia dopo avere fatto testamento ed avere preso commiato dai suoi cari.

La prima volta che sono andato a Venezia a piedi da Trieste avevo ancora lo zaino ricoperto dal pulviscolo del Cammino di Santiago e della Via Francigena. Sono stati proprio quegli intricati fasci di sentieri collegati tra loro a suggerirmi che avrei dovuto essere pellegrino a casa mia – in senso lato, come lo intendeva Dante: chiunque abbandoni la propria terra. Ho iniziato a documentarmi sulle vie che attraversavano il Triveneto, in particolare il Friuli Venezia Giulia, scoprendo un mondo: migliaia di pellegrini per vocazione, penitenza o ex voto avevano camminato fin dal Medioevo su ciò che restava del sistema viario romano, strade come la Via Postumia, l’Annia, la Iulia Emona, la Gemina, la Julia Augusta, la Claudia Augusta e la Crescentia. Scendevano dall’Europa centrale e dall’est, diretti a Santiago e Roma oppure, venendo da ovest, a Gerusalemme. Accanto ad essi cavalieri, soldati, mercanti, contrabbandieri, pastori, chierici vaganti e molte altre forme di abitanti della viandanza che transitavano, in larga parte, per Venezia. Da lì infatti era possibile ogni ripartenza, via terra o via mare. Così ha preso a formarsi nella testa la Venezia del futuro: un’isola popolata da donne e uomini con gli zaini, sporchi di salsedine, sudore e una discreta quantità di sogni covati ad occhi aperti.

Fiumi, rii, canali, argini, rogge...

Fiumi, rii, canali, argini, rogge…

Negli anni, camminando da solo oppure con gli amici della Compagnia dei Cammini e del Movimento Lento, ho continuato a covare questa sorta di “fantasticheria lagunare” e ho avuto la fortuna di incontrare altri sognatori diurni con cui farla crescere, viandanti che di lì a poco si sarebbero chiamati Rolling Claps. Siamo partiti con allegria e laicamente da Tarvisio, Monte Croce Carnico, Cividale del Friuli, San Tomaso di Majano, Erto, Ravenna, ma è stata indubbiamente la partenza da Trieste, dall’uscio di casa, l’esperienza per me più memorabile.

Immagina, caro lettore, di lasciarti alle spalle in una giornata di bora una città dalla scontrosa grazia che ha le fattezze, per dirla con Umberto Saba, di «un ragazzaccio aspro e vorace». Cammini sul costone carsico, mettendo un piede dopo l’altro su aguzze e bianchissime rocce, tra pini neri che ti ricordano le intelligenti politiche forestali dell’impero austro-ungarico e lo scotano che in autunno fiammeggia incandescente, ti fai soldato nelle trincee della Grande Guerra e metti gli alluci a mollo nel mitico Timavo, il fiume misterioso, citato anche da Virgilio, che scorre per decine di chilometri sotto terra.

L'Isonzo

L’Isonzo

Poi un brivido ti percorre superando l’Isonzo che ti leviga, scrive Ungaretti, «come un suo sasso», e d’un tratto il Carso è finito per fare spazio alla pianura friulana e alle sue risorgive: fiumi, rii, canali, rogge, argini, campi e ancora placidi campi a perdita d’occhio nei quali spiccano paesi e frazioni dove si viene accolti da una lingua dura e generosa, il friulano. Con ancora negli occhi le tessere luminescenti dei mosaici di Aquileia ti ritrovi su strade bianche che non conoscono curve, come quelle accanto al Bosco Bando e Baredi, lembi dell’antica foresta planiziale ormai scomparsa, o la via della Commenda, tesa come una corda da Precenicco a Latisana, che rimanda ai rettilinei delle mesetas iberiche. Una volta raggiunta Concordia Sagittaria, luogo in cui un tempo confluivano molte delle principali vie, hai già le gambe allenate per lo strappo finale: casoni, aironi, germani, garzette, il ponte di barche sul Piave a Cortellazzo e tanta sabbia con gli scarponi in mano fino a Punta Sabbioni, dove puoi imbarcarti per piazza San Marco.

Quando arrivi a Venezia da viandante, Venezia è tua. All’inizio, è vero, gli sciami di turisti ti infastidiscono, eviti Rialto, ma se chiudi gli occhi puoi sentirti come l’orbo dei versi di Ernesto Calzavara, che non sente fame né sete e gode nel sentire i passi degli altri, «quel quieto bàtar che ghe basta». Ti figuri che a passarti accanto siano altri viaggiatori fragili, partiti anch’essi da una casa lontana alla volta di un’avventura che è un viaggio di formazione, di iniziazione, un’educazione sentimentale, un punto di rottura e di svolta nella propria vita. Sei a Venezia, ci sei arrivato a piedi in una settimana, dischiudi gli occhi e ti appare uno squero, così non puoi fare a meno di immaginare il cantiere alacremente al lavoro per mettere in acqua l’imbarcazione che ti farà proseguire il viaggio. Perché sei a Venezia, ma sai che quella non è la meta.

 

Piazza San Marco & Rolling Claps

Piazza San Marco & Rolling Claps

Forse ti stai chiedendo se il Cammino per Venezia sia tracciato. No, non lo è. Se posso permettermi un consiglio: salpa, vai con fiducia, con generosità, con spirito di adattamento. Cerca tracce qua e là: frecce gialle e conchiglie sui muri, affreschi raffiguranti il miracolo dei polli e dell’impiccato, resti di antichi ospitali, toponomastiche. Bussa e chiedi dell’acqua, fatti accogliere, accogli a tua volta. E prendi nota di ciò che non va: le infrastrutture pesanti, le discariche abusive, la mancanza di ponti o di attraversamenti pedonali. Poi trova anche tu la tua Venezia, sia una città o un villaggio o un albero monumentale o la casa di un amico che non vedi da tempo, e vacci a piedi, da pellegrino in senso lato, clandestino, forestiero, da creatura libera, lenta, vagante, aspra, vorace, viva in ogni sua parte.

Luigi Nacci

*

(questo articolo – Dalla mia Trieste a piedi fino a Venezia seguendo la lezione di Dante – è stato pubblicato il 7 luglio 2016 sull’inserto speciale “Percorsi d’estate” del “Corriere della Sera”, a cura di Alessandro Cannavò; le fotografie le ho scattate tra il 2014 e il 2016)

 

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