Il viandante 2.0

festa viandante

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Non ho potere! Le mie condizioni sono di naufragare!

Amelia Rosselli, Variazioni

*

In cosa assomiglia e in cosa no il pellegrino di un tempo a quello contemporaneo?

Dovremmo innanzitutto distinguere, riprendendo il Dante della Vita Nuova, il pellegrino in senso stretto da quello in senso lato: il primo è chi si dirige alla casa di san Jacopo, cioè a Santiago de Compostela (o da lì torna), mentre il secondo è “chiunque è fuori de la sua patria”. Siamo tutti pellegrini, dunque, quando lasciamo la nostra casa per avventurarci in terre in cui veniamo percepiti come forestieri, quando cioè abbandoniamo le nostre sicurezze e la nostra presunta granitica identità e ci facciamo carico, sulle spalle, della nostra fragilità, del nostro spaesamento, delle paure e delle speranze o meglio: della paura e della speranza, al singolare. C’è solo una grande ineludibile paura, quella di lasciare la propria vita, e tale paura cammina a fianco della speranza di un’altra vita. Il pellegrino è la creatura dello stato liminale, un essere nudo su un confine labile, senza protezione, che nella bisaccia di ieri e nello zaino di oggi porta, prima ancora che i suoi panni, i suoi sentimenti. Tutto ciò non è cambiato. Ed è questo che, secondo me, dobbiamo ricordare, che dobbiamo – etimologicamente – portare di nuovo al nostro cuore. Voglio dire che stabilire differenze o gerarchie rischia di avviarci sulla strada sbagliata. Il pellegrino medievale partiva per devozione, per penitenza o per voto, e pure era animato dalla curiosità di vedere il mondo, di provare cibi, di trovare l’amore, di conoscere, di misurare e di misurarsi. Oggi viene animato dai medesimi aneliti, che sia un credente o che non lo sia.

Qual è il richiamo profondo che porta l’uomo a mettersi in viaggio?

Ciascuno di noi, in un istante memorabile della propria vita, sente per la prima volta un richiamo. È una voce che, con il passare delle stagioni, si fa via via più invasiva. La maggior parte di noi fa finta di non sentirla, coprendola con il brusio di giornate rumorose, dense di appuntamenti, di conversazioni vacue, di pettegolezzi. Thoreau i pettegolezzi li trova anche in prigione, ma dice – ne La disobbedienza civile – che quella è l’unica casa della città in cui si compongono versi. Dalla cella vede il suo villaggio natio alla luce del Medioevo, dice di non avere mai ascoltato, prima di allora, il suono della campana. La cella, come il bosco di Walden, sono per lui dei luoghi in cui svestirsi dell’identità sociale. “Semplicità, semplicità, semplicità!”, ecco il suo motto. Ci sprona a ridurre i nostri affari da cento o mille a due o tre, a sbarazzarci del superfluo, del rumore di fondo, per concentrarci. È così: solamente togliendo, rarefacendo, possiamo sentire nitidamente quella voce. Però mettersi in viaggio non significa per forza andare incontro ad essa. Se viaggio con gli stessi ritmi assillanti e frenetici del quotidiano, con l’agenda, le maschere sul volto e in valigia, resto inevitabilmente nel rumore. Anche il camminare può essere frenetico, e ciò accade quando c’è l’agonismo, la competizione, il cronometro, la lotta per prevalere. Ancora rumore. Per sentire la voce devo togliere, farmi clandestino che non ha nulla da perdere, che dispera – solo chi dispera mantiene la facoltà di sperare. Fare quella che Seneca chiamava la conversio ad se. Raccogliersi. Concentrarsi. Può essere il richiamo di Dio, o dell’avventura, o della conoscenza, o della fuga, o della rivolta. Non cambia, è sempre il richiamo di un’altra vita.

Perché il viaggio di una persona diviene simbolo di una comunità? (Vedi amici che diventano immediatamente sostenitori…)

Non capita a tutti noi di leggere una fiaba, un romanzo o un film d’avventura e immedesimarci nell’eroe? Chi parte per un cammino – e cioè un viaggio all’ennesima potenza – rappresenta, agli occhi dei membri della sua comunità, l’eroe che spezza i vincoli sociali. Ciascun membro proietta su di lui desideri inconfessati, pezzi di memoria privata e collettiva, un frammento della propria vita. Il viandante è, agli occhi dei sedentari, un po’ Gilgamesh, un po’ Odisseo, Giasone, Marco Polo, Ibn Battuta, Rimbaud, Leigh Fermor, Artaud… vagamente umano e semidivino, esploratore, pellegrino, artista maledetto, giramondo impenitente, nullafacente, vigoroso e borderline, un folle e un saggio, qualcuno da cui tenersi alla larga e allo stesso tempo in cui confidare o ai cui racconti attingere. Il pellegrino in senso lato contemporaneo incarna in sé il mai sopito anelito all’esplorazione del mondo: ormai è già stato scoperto ogni lembo di terra emersa? Eppure parte. Egli è il geografo che Alessandro Magno mandava in avanscoperta. Di più, ha un doppio sguardo: rivolto all’esterno e dentro di sé. Non ha bisogno di stendersi sul lettino di uno psicanalista perché il cammino è terapia. Come l’eroe è riluttante ad abbandonare il suo mondo ordinario al principio, ma il richiamo è troppo forte. Con la spinta di un mentore – un amico, o un libro, un film, un blog – varca la soglia, iniziano le prove, incontra degli alleati, dei nemici (le proprietà private e chi le difende, gli automobilisti che tentano di investirlo, i locandieri che lo trattano male, i ladri che gli sottraggono quel poco che ha oppure i veterani del viaggio, quelli che lo giudicano, che gli dicono “tu non sei un vero pellegrino”), raggiunge la meta, cioè la sua prova centrale, e trasformato, rinato si mette sulla via del ritorno. Sebbene egli non abbia compiuto alcun atto eroico, è la figura contemporanea che più ricorda l’eroe. Quanti archetipi…

Ultimamente si assiste ad una riscoperta, valorizzazione, messa in sicurezza di molti tratti della via Francigena e non solo… un fenomeno diventato di moda?

Rispondo citando un passo dal libro Viandanza: “Oggi a Santiago arrivano circa duecentocinquantamila pellegrini all’anno. Nel tardo Medioevo la cifra poteva quasi raddoppiare. A Roma, nel 1300, per il primo giubileo della storia proclamato da Bonifacio VIII, pare ne siano arrivati due milioni, ovvero venti volte la popolazione della città. Poi c’è stato il crollo, dal ’500 al ’700, la Controriforma prima, l’Illuminismo dopo. Pensa che Erasmo nei suoi Colloqui fa dire alla Madonna che era stanca di dover stare agli ordini di marinai, giocatori, ragazze da marito! C’è Giuseppe II d’Austria, che nel 1772 sopprime ogni pellegrinaggio più lungo di un giorno, e vieta a chi li fa di espatriare. E Napoleone? Anche lui non sopportava la gente come te. In tutto il ’700, ci dice François-René de Chateaubriand ne L’Itinerario da Parigi a Gerusalemme, al Santo Sepolcro sono arrivati meno di duecento pellegrini cattolici. Meno di uno all’anno! Nell’800 il flusso riprende, si arresta per ovvie ragioni nella prima metà del ’900, e riprende a fine secolo. È Papa Giovanni Paolo II a dare il la, il 19 agosto 1989, proprio dal posto in cui saresti arrivato nel giro di qualche giorno, il Monte do Gozo. Chiede ai seicentomila giovani presenti: “Pellegrini, cosa cercate? È la domanda che fa il crocevia dei cammini. Questo crocevia rappresenta la domanda che l’uomo si pone sul senso della vita, sulla meta che vuole raggiungere, sulle ragioni del proprio comportamento”. Che cosa cerco? È la domanda che ti sei fatto, che tu sia credente o non lo sia. O meglio, è la domanda che ti ha fatto, e che ti ha fatto essere lì. Che vi ha fatto essere lì. Ma sul serio credi che possano esistere delle mode millenarie? Nel 1985 a Santiago sono arrivati duemilacinquecento pellegrini. In trent’anni, quindi, il numero si è centuplicato. Chi ti dice che tra trent’anni non si torni ai dati del 1985? Che la gente non si sposti sulla Francigena, sul Cammino di sant’Olav, sulla Via Micaelica, sulle romee, o che non venga la pace in Palestina e riprenda il pellegrinaggio a Gerusalemme, o che non tornino in auge i pellegrinaggi minori, o quelli in miniatura, fatti in un chiostro, in una piazza, in una stanza? O che non si metta in cammino verso santuari pagani, come il tempo della dea Fortuna Primigenia a Palestrina? O che so, verso la casa natale di Cesare Pavese? E perché non la casa di un amico che non si vede da tempo? Quante sono le mete? L’andare non è già in sé una meta?”.

Una volta prima di intraprendere un pellegrinaggio si faceva testamento, oggi è diventata quasi una forma di “turismo lento”: è un bene, un male? Solo un segno innocuo del mutare dei tempi?

I riti preparatori al pellegrinaggio sono molti. Il pellegrino cristiano partiva dopo avere affidato la sua famiglia alla comunità, aver fatto testamento, la benedizione e la consegna solenne delle vesti. Nell’Induismo il pellegrino deve digiunare e radersi il capo, affinché le colpe scivolino via; nelle diverse tradizioni del Buddhismo è solito indossare divise, abiti bianchi, o i migliori abiti di cui dispone; nell’Islam deve restituire ciò che gli è stato prestato, chiedere perdono a chi ha offeso e ricomporre i litigi, lasciare alla propria famiglia i soldi per il sostentamento, fare qualche elemosina e fare testamento. Usi e costumi che hanno da secoli il medesimo fine: segnare la sospensione della vita ordinaria. È un’iniziazione vera e propria, quella che, secondo Mircea Eliade, è scomparsa nel mondo moderno. Ma può scomparire del tutto? Anche se deteriorata e sgravata di molti elementi significativi, il pellegrinaggio contemporaneo la tiene in vita. In fondo ancora si prende commiato dai cari e dagli amici, ancora si dedica un tempo importante alla scelta dell’abbigliamento e alla preparazione dello zaino, ancora capita di tagliarsi i capelli prima di partire, e in qualche modo ancora si fa testamento, magari per scherzo, ma una qualche raccomandazione alle persone più vicine la si dà: «se mi dovesse accadere qualcosa…». Tutti siamo turisti prima di varcare la soglia di casa. Tutti ci trasformiamo durante il cammino. Se quest’esperienza avesse a che fare soltanto con il turismo non staremmo, credo, qui a parlarne…

Come spiegheresti cos’è la viandanza a chi non ne ha mai sentito parlare?

Chatwin in Anatomia dell’irrequietezza scrive: «Danzare è andare in pellegrinaggio». Leggendo Rebecca Solnit (Storia del camminare) ho imparato che l’espressione cinese per “andare in pellegrinaggio” significa “rendere omaggio alla montagna”. Ecco, danzare e rendere omaggio stanno al centro della viandanza. È una parola bellissima che anni fa mi sono ritrovato in bocca. Ho iniziato a usarla e ho notato che subito si installava nelle altre bocche, al punto che oggi è diventata quasi di uso comune (attendo che venga adottata dai nostri dizionari!). È successo, credo, perché è una parola solare e bellissima: tiene assieme l’immagine del viandante che danza sulla via e quella della via che si fa danza, un grande festa, un tripudio di umanità e di natura, di organismi vivi e vitali che si rendono omaggio l’un l’altro, di sogni fatti ad occhi aperti che ci proiettano oltre gli ostacoli, oltre le deturpazioni civili e ambientali, ben al di là delle nostre piccole miserie. Non basta camminare per poter dire di essere in cammino. E non basta essere in cammino per poter dire di essere sulla strada della viandanza. Se cammino chiuso in me e coperto dalle maschere sono un escursionista che fa trekking, un’attività piacevole e salutare, senza dubbio, ma il mio io non cambia. Se faccio cadere le maschere e mi apro all’altro, sono in cammino, che io stia camminando o no, e lì sì, inizia il cambiamento. Se però riesco a far sì che ogni incontro sia un evento, se riesco a scendere in profondità e ad accogliere il mio buio e quello del mio prossimo, se riesco ad amare chi ho di fronte sapendo che ci dovremo dire addio e se riesco a sognare e a danzare nel momento dell’addio, che io stia camminando o no mi trovo nella soglia. Sono sulla strada della viandanza. Quella è la rivoluzione.

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Le domande mi sono state rivolte dalla scrittrice Elena Torre. L’intervista è stata pubblicata il 27 aprile 2016 sul blog Mangialibri, diretto da David Frati. Ringrazio entrambi.

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Una risposta a Il viandante 2.0

  1. sarah ha detto:

    Mi è piaciuto tutto, e lo condivido, ho amato Thoreau e il suo Walden ovvero vivere nei boschi..ma alla fine.. In un paio d’anni il bosco lo ha lasciato…..
    Non ho il dono dell’esposizione, ne mono quello dell’oratore..
    Ma alla soglia dei 60… Preferisco quelli che razzolano come predicano…francesco da Assisi per esempio..
    E ora Thoreau non mi ispira più…

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