Contro la stanchezza, per la fatica

polo nord


Ho fatto passi indietro da gigante

Edoardo Sanguineti,  Postkarten

 

«Mai ha manifestato desideri, voglie, aspettative; non l’ho mai sentito recriminare o rivoltarsi contro la sorte, né l’ho mai sorpreso a desiderare ardentemente qualcosa; mai ha maledetto la sua condizione di bracciante che lo ha condannato alla miseria; mai l’ho visto risentito per come va il mondo, che lo ha fatto modesto, semplice, senza voce, taciturno, come lo sono visceralmente le persone di campagna, spossate dal lavoro, sfinite, stremate». Michel Onfray inizia con questa descrizione disincantata del padre un libro dedicato al Polo Nord. Quella è l’unica destinazione che, se mai per magia o per destino fosse possibile, suo padre vorrebbe raggiungere. Un sogno solo.

Nei campi non ci si diverte, anche se la retorica verde di questi anni vorrebbe farcelo pensare. E lo spiega bene Antonio Leotti in un libro intitolato Nella Valle senza nome: «vi siete scordati che loro, come noi, più di noi, tiravano avanti la carretta come potevano, ed erano sempre lì a contare i centesimi perché soldi non ce n’erano e c’era poco da mangiare, facevano i loro interessi, erano furbi della loro proverbiale furbizia, e appena hanno potuto se ne sono andati dalle case fredde e scomode dei padroni per andare in quelle, forse brutte ma finalmente comode, col riscaldamento e il bagno e l’ascensore. Dopotutto, se il mondo fosse stato quello arcadico caro alla retorica verde, perché avrebbero dovuto lasciarlo?». Abbiamo idealizzato il mondo rurale. Lo abbiamo potuto fare perché non conosciamo più il significato della parola FATICA.

Noi non fatichiamo. Diciamocelo: noi tutti o quasi tutti – il sottoscritto che scrive, voi che leggete – non abbiamo mai faticato. Fatica e fame hanno la stessa radice, che rimanda ad una mancanza: di forze. Mancano le forze, veniamo meno, sveniamo, crolliamo quando siamo affaticati e quando siamo affamati. Noi, alla fine di una giornata di lavoro trascorsa alla scrivania, o su treni e aerei, sempre connessi e in comunicazione con gli altri, possiamo dire – e lo diciamo – di essere stanchi. La stanchezza è tutt’altra parola, rimanda a qualcosa di immobile, di stagnante, come siamo stagnanti noi di fronte al computer. Siamo spossati, siamo stanchi, non siamo affaticati. E ci relazioniamo ad altri spossati come noi, non agli affaticati, perché quelli non stanno su facebook, non lavorano leggendo e scrivendo mail, stanno nei campi o sulle impalcature o nelle miniere e soprattutto obbediscono a delle leggi ferree, siano dettate dalle stagioni o da un padrone che li controlla a vista o dalla miseria, che è in fondo più ferrea delle stagioni e dei padroni messi insieme. Gli affaticati non leggeranno mai queste righe.

Solo chi sta nella fatica può covare un sogno, non desideri, ma un sogno, uno e solo uno. Abbiamo vite brevi, non possiamo pensare di buttarci in cento battaglie. Possiamo scrivere molti libri, ma se abbiamo fortuna resterà una pagina limpida. Ancora peggio coi versi: ne resterà, se tutto va bene, uno. C’è stata una marcia del sale, una presa della Bastiglia, una breccia di Porta Pia, una rivoluzione d’ottobre. C’è solo un grande assalto al quale possiamo mirare, gli altri non saranno che scialbe repliche. Invece ogni giorno ci arrivano avvisi di petizioni da firmare per nuove proteste, l’ennesimo corteo per la difesa di questo o quel diritto, dovremmo scendere in piazza a giorni alterni, insomma dovremmo essere dei mercenari. Ma quali sortite memorabili hanno mai realizzato dei manipoli di mercenari? Evidentemente abbiamo molto tempo da perdere. Ci indigniamo per molte cose, e non è un caso che siano molte le cose che desideriamo, e i partner che cambiamo, cambiamo vestiti perché in quelli vecchi ci sentiamo vecchi. Eppure Thoreau, che non era il primo degli stolti, diceva che un uomo non dovrebbe cambiare vestiti e scarpe finché non può dire di essere un uomo nuovo.

Chi fatica viene meno, mentre noi veniamo più. Chi fatica è ottenebrato dal venir meno, deve conservare le forze residue per sopravvivere, non ha tempo di desiderare. Chi fatica, se e quando elabora un sogno, lo costruisce poco, pochissimo alla volta, tra uno svenimento e il successivo, ci mette una vita intera a elaborarlo ed è facile che muoia prima di averlo terminato. Quello è il sogno, unico, irripetibile, inimitabile, del sognatore diurno. È un sogno che puzza di letame, incrostato, è massiccio, non può essere venduto o scambiato. Il sognatore diurno non crea sogni per altri, costruisce il suo col sangue e se altri lo seguono è solo perché quel sangue si è reso fiutabile da lontano, ha fatto convergere su di sé altri corpi, quel lezzo li ha risvegliati. Non sentiamo forse un brivido quando osserviamo in diretta l’alpinista raggiungere nella neve una montagna alta più di 8000 metri, o il maratoneta scalzo tagliare il traguardo con gli occhi spiritati, o chiunque arrivi alla fine di un’impresa che viene definita, da chi la commenta, eccezionale, proibitiva, disumana?

Il brivido che proviamo non è dato dal traguardo tagliato, ma dalla quantità immane di fatica che lo precede e che noi, seduti al caldo, possiamo soltanto immaginare. Quel brivido conferma che la fatica appartiene alla memoria del nostro corpo. È la fatica, anche se celata, la prima ragione della necessità, avvertita profondamente da sempre più persone, di mettersi in cammino. Ritrovare il bracciante che è in noi, lo schiavo, l’uomo schiantato a terra dalla terra, che non desidera nulla, che non alza la testa e che, se sogna, sogna una e una sola cosa. Come non va idealizzato il contadino, così non va idealizzato l’uomo che si mette in cammino. Anch’egli può essere cinico, bugiardo, approfittatore. Ma di sicuro, provando la fatica e non la stanchezza, egli può imparare a venire meno, a venirsi meno, a dimenticarsi di sé, di ciò che è in sovrappiù, e in quello stato di vago inebetimento iniziare a covare un sogno, alimentarlo passo dopo passo, metterlo al centro della vita, renderlo un punto fermo, fare sì che tutte le sortite siano puntate in quella direzione. Ciascuno di noi ha non il Polo Nord, ma un polo nord a cui dirigersi, uno e uno solo, una e una sola liberazione, e moltissima fatica per arrivarci.

 

 

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2 risposte a Contro la stanchezza, per la fatica

  1. Mar.Màrat ha detto:

    * Nostalgia, delLa fatica. Odio gli errori di battitura e non poter modificare il commento 😉

  2. Mar.Màrat ha detto:

    Molto bella l’idea della mostalgia delka fatica “vera” che spinge a partire. Avrei invece da ridire sul numero delle proteste, che sono anche troppo poche e non credo ci trasformino in mercenari! Ma c’è del vero nel fatto che viaggiando si impara un po’ di umiltà che ci porta a ridimensionare certe rivendicazioni. È il lato conservatore dei viaggiatori!

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