Per le creature in rivolta

autoritratto

autoritratto

Thomas Merton racconta, in un bel libretto che raccoglie i detti dei primi eremiti cristiani (La saggezza del deserto), di un monaco, tal Serapione, che non possedeva nulla al di fuori di un Vangelo, e decise di venderlo per donare il ricavato agli affamati. «Ho venduto – disse – proprio quel libro che continuamente mi diceva: vendi ciò che possiedi e dallo ai poveri». Merton afferma che le parole e gli esempi dei padri del deserto sono diventati per noi degli stereotipi, li abbiamo seppelliti nella nostra routine, non ci emozionano più. Non conta sapere che quelle cose furono dette, aggiunge, ma sapere che furono vissute, che derivano da un’esperienza esistenziale più profonda, che rappresentano una scoperta dell’uomo.

Ti starai chiedendo, lettore, che cosa c’entri tutto ciò con un libro intitolato Viandanza. Il cammino come educazione sentimentale. Vorrei dirti che c’entra. Perché pensare un’opera corrisponde, secondo me, a raccogliere le proprie carni e le proprie ossa e portarle in un luogo lontano, il più lontano possibile da quella che sarà la pagina bianca su cui si inizierà a scrivere. Quel luogo è il deserto. L’eremita Lot, che si sforzava nel digiuno, nella preghiera, nella meditazione, chiese all’eremita Giuseppe: che altro devo fare? Quello tese le mani e le sue dita si incendiarono, allora gli disse: «se vuoi, diventa tutto un fuoco». Ecco: la solitudine, l’esercizio, la richiesta, la volontà, il fuoco. E il silenzio.

Ho pensato Alzati e cammina accovacciato sulle barricate che separano le ultime propaggini della città dalle dune del deserto. Sulle barricate si sta come i soldati al fronte. L’ho immaginato marciando avanti e indietro, scagliandoti grida che potevano sembrare ordini, perché volevo che tu attraversassi quel confine con la consapevolezza che dall’altra parte infuriava la guerra. Non si poteva scherzare, non era il luogo e il momento. Se l’hai letto, so che in qualche modo mi intendi. Erano esercizi pensati per affrontare quella particolare partenza. Era un libro, se così si può dire, marziale. In copertina c’erano degli scarponi – ma sarebbero potuti essere pezzi d’artiglieria – da cui spuntavano dei fiori. Non per addolcire, ma per dirti: ne nascerà qualcosa di buono. E anche per dirti: se sei qui è perché vuoi farti viandante, e il viandante è come il fiore che ha in sé stami e pistilli: è maschile e femminile allo stesso tempo, tiene in sé tutti i contrasti.

Viandanza è il libro progettato migliaia di chilometri dopo la barricata, nel cuore del deserto, su una duna che era il centro del mondo e allo stesso tempo un punto lontano dal centro di tutte le cose. Da quel cumulo di venti e sabbie ho pensato a tutte la strade fatta da te e da me per arrivarci: ci sono state ore di calura insostenibile, notti ghiacciate, spaesamento al crepuscolo, siamo stati terrorizzati, abbiamo sperato nell’acqua, ci siamo perduti e le vie ci hanno ritrovato, siamo stati accuditi dagli scorpioni, i nomadi ci hanno insegnato a cantare, ci siamo creduti signori delle lune e subito dopo abbiamo perso, abbiamo perso molto, abbiamo ritenuto che perdendo fosse più facile farsi umili, così abbiamo perso di nuovo, siamo giunti al punto di non avere più nulla, e abbiamo perso ancora. Siamo stati trovati dalla duna, o l’abbiamo trovata. Fa differenza?

Viandanza non è un libro sul camminare, come non lo era il precedente. Su quelle barricate e in quel deserto si può avanzare e indietreggiare strisciando, rotolando, in ginocchio, sulle punte dei piedi, con due gambe o con una gamba sola o senza gambe, saltando sul piede sinistro o su quello destro, saltando sulle mine, frantumarsi in pezzi, e quei pezzi, quei frantumi, avranno ancora la volontà di schizzare nel mondo in ogni direzione. Camminare è solo uno dei possibili mezzi per entrare nel cammino. Di più: non basta camminare per poter dire di essere in cammino. E non basta essere in cammino per poter dire di essere sulla strada della viandanza. Se cammino chiuso in me, coperto dalle maschere, sono un escursionista che fa trekking, un’attività piacevole e salutare, senza dubbio, ma il mio io non cambia. Se faccio cadere le maschere e mi apro all’altro, sono in cammino che io stia camminando o no, e lì sì, inizia il cambiamento. Se però riesco a far sì che ogni incontro sia un evento, se riesco a scendere in profondità e ad accogliere il mio buio e quello del mio prossimo, se riesco ad amare chi ho di fronte sapendo che ci dovremo dire addio e se riesco a sognare e a danzare nel momento dell’addio, che io stia camminando o no mi trovo nella soglia. Sono sulla strada della viandanza. Della danza sulla via e della via che danza. Quella è la rivoluzione.

Di rivoluzione vorrebbe occuparsi questo libro. Non si tratta di una guida, né di un manuale, né di un saggio, un romanzo o un reportage di viaggio. Così come il viandante non appartiene al genere maschile o femminile, ugualmente il testo che parla – e sussurra, e sbraita, e tace – del e per conto del viandante non può appartenere ad un solo genere. Semmai potrebbe rientrare, in bilico, nel genere (degenere) della viandanza: ancora non esiste sugli scaffali delle librerie e delle biblioteche, così come non esiste il genere che travalica i concetti di maschile e femminile e che Raimon Panikkar chiama sapientemente utrum, ovvero «l’uno e l’altro». Nell’attesa che ciò accada troverai questo libro negli scaffali dedicati al viaggio, all’escursionismo, all’ecologia, alla narrativa, alla filosofia, alle scienze sociali, alla spiritualità. Ti posso chiedere un favore? Prendilo e mettilo nello scaffale che preferisci. Oppure chiudi gli occhi e affidati al caso. A me piacerebbe trovarlo nello scaffale dell’oralità, insieme agli audiolibri, siano per bambini, per non vedenti o per cultori della poesia ad alta voce. Ancora meglio: su una panchina, magari vicino a una fontana. O in una sala d’attesa, una di quelle in cui l’attesa è trepidante, in cui si oscilla tra la disperazione e la speranza.

Vorrei che prendessi sul serio il sottotitolo. Che pensassi di avere in mano una sorta di educazione sentimentale del viandante, cioè di una creatura in rivolta, in cui le descrizioni dei paesaggi del Cammino di Santiago e della Via Francigena altro non sono che sfondi utili a fare da cornice al turbinio di stati d’animo che si manifestano in scena. Ho scelto quelle scenografie perché molti hanno percorso quelle strade, o sognano di farlo, o ne hanno sentito parlare; appartengono alla storia e all’immaginario dell’Europa, sono secolari fasci di vie che ci raccontano come e chi siamo stati: pellegrini, forestieri, bohémien, vagabondi, anacoreti, cavalieri erranti, transumanti, nomadi, ambulanti, goliardi, chierici vaganti, transeunti, pastori, latitanti, reduci, clandestini. Non solo turisti. Non solo pendolari. E i migranti che percorrono a piedi i Balcani in questo tempo ce lo ricordano. Forse abbiamo paura di loro perché ci ricordano quello che siamo stati.

Vorrei che criticassi l’opera, non me. Criticarla per come è stata concepita, per l’equilibrio tra le parti, per la lingua, per le voci, per il ritmo, per lo stile. Non vorrei che mi chiedessi: ma tu quando hai fatto il cammino la prima volta, quante volte l’hai fatto, come è andata? Perché questo libro non parla di me. Non è un diario, non è una autobiografia, è il racconto di un viaggio iniziatico, delle prove che toccano a ciascuno di noi, dei fallimenti verso cui inevitabilmente andremo incontro, dei mentori che ci abbandoneranno dopo averci instradati, degli sconosciuti che affiancheremo, delle porte a cui dovremo bussare. Pensa a Antonin Artaud, quando attraversa la Sierra Madre in cui vivono i Tarahumara: dice che gli sembra di leggere una storia di genesi e di caos, si sente perduto, deserto, spodestato, la sua vita ha qualcosa del miracolo. La viandanza ha a che fare con la genesi, il caos, lo smarrimento, la perdita, il deserto e il miracolo. La viandanza ha a che fare coi sogni, quelli fatti ad occhi aperti. E i sogni, diceva Ernst Bloch, vogliono migrare.

Buona lettura, buoni passi, stay human.

*

(pubblicato su Ho un libro in testa il 21 marzo 2016)

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in VIANDANZA. Il libro e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Per le creature in rivolta

  1. Carolina Venturini ha detto:

    Complimenti per il progetto e il coraggio. Ti seguo sui social e penso sia un lavoro straordinario il tuo. Sono in cammino e in cambiamento. Sono stata solo escursionista e sono stata camminatrice. Ora sono in una fase di “stallo” fra ambo le concezioni… ma è solo un passaggio del viaggio. Le tue parole mi riempiono. Grazie.
    Carolina
    http://www.wolfeyesinside.com

  2. La il@ ha detto:

    “Se faccio cadere le maschere e mi apro all’altro, sono in cammino che io stia camminando o no, e lì sì, inizia il cambiamento. Se però riesco a far sì che ogni incontro sia un evento, se riesco a scendere in profondità e ad accogliere il mio buio e quello del mio prossimo, se riesco ad amare chi ho di fronte sapendo che ci dovremo dire addio e se riesco a sognare e a danzare nel momento dell’addio, che io stia camminando o no mi trovo nella soglia. Sono sulla strada della viandanza. Della danza sulla via e della via che danza.” “La viandanza ha a che fare con la genesi, il caos, lo smarrimento, la perdita, il deserto e il miracolo. La viandanza ha a che fare coi sogni, quelli fatti ad occhi aperti.” Ho il tuo libro, non mi resta che leggerlo 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...