VIANDANZA. Il cammino come educazione sentimentale (e la gavetta)

Viandanza. Il cammino come educazione sentimentale

 

Questa è la copertina del libro – realizzata da Agostino Iacurci – che esce il 3 marzo 2016, per Laterza. Si intitola VIANDANZA. Sottotitolo: il cammino come educazione sentimentale. Ma no, non vi parlerò del libro. Se avrete voglia, lo leggerete. Vorrei dirvi invece di una parola a cui molti di noi tengono ancora molto: GAVETTA. Ovvero la scodella in cui i soldati mettevano il rancio. Di solito si dice “viene dalla gavetta” riferendosi a chi, partito dal basso, ha raggiunto una posizione, in qualche modo, importante. Ma importante perché, per cosa? Per il potere che ha acquisito, o la notorietà, o i soldi che ha fatto? Quando diciamo che qualcuno viene dalla gavetta, senza volerlo affermiamo che uno ce l’ha fatta, e che questo “avercela fatta” significa che uno su cui non avresti scommesso due monete, perché era nato in periferia, in una famiglia marginale, ai margini di una terra desolata, e lì era destinato a restare, è riuscito – per meriti propri, per caparbietà, per talento, per fortuna – ad attraversare la terra desolata, ha scalato i primi colli e infine ha raggiunto la vetta. Una vetta, una qualsiasi tra le vette che circondano la terra desolata.

Non so voi, ma io questa espressione, per come viene intesa – l’idea che la gavetta si faccia abbandonando la terra marginale e desolata per la vetta che sta al centro di tutte le cose – la detesto. Perché il bello della gavetta, che poi è il bello del cammino, credo, voglio credere, è che il senso stia proprio lì, nella polvere marginale, nella terra che è desolata agli occhi dei più ma non di tutti, nel rancio povero che si fa ricco nell’esatto momento in cui lo condividiamo, nelle ciarle notturne, parole lanciate da una trincea all’altra, da un sacco a pelo all’altro, scagliate nella notte con dolcezza, con amicizia, con complicità, e pure con paura, con irrequietezza, con vulnerabilità. La vita è lì, tremante e iridescente, nella gavetta divisa con chi ti sta accanto. Fare la gavetta dovrebbe significare impegnarsi a preparare un cibo semplice, tenere pulita la propria scodella di latta, tenerla pulita in modo che sembri sempre nuova, l’unica scodella di cui disponiamo, tutta la nostra ricchezza, e allo stesso tempo essere pronti a cederla a qualcuno, a regalarla, a disfarcene per sempre. Solo chi resta in trincea può continuare a fare la gavetta.

Fare la gavetta dovrebbe significare fare la vita, o almeno tentare di fare la vita auspicata da gente come Thoreau, quando afferma: «state in guardia da tutte le imprese che richiedono abiti nuovi, e non piuttosto un uomo nuovo che li indossi. Se non c’è un uomo nuovo, come si possono confezionare abiti adatti a lui? Se dovete intraprendere una nuova impresa, provate a farlo con i vestiti vecchi. […] È auspicabile che un uomo si vesta con tale semplicità da potersi infilare i vestiti anche al buio, e che in ogni frangente della sua vita sia talmente pronto e attento da riuscire, in caso i nemici conquistassero la sua città, ad abbandonarla a mani vuote senz’ansia». Fare la gavetta dovrebbe significare: studia, lavora, impegnati, fatti letteralmente il culo per fare in modo che la tua gavetta, cioè la tua scodella di latta ammaccata, brilli all’inverosimile, come la Via Lattea. Avrai solo e soltanto quella gavetta, non gradi nuovi da apporre alle spalline, non medaglie, una e una sola gavetta, e prima o poi perderai anche quella. Resterai in trincea, ci resterai di notte, e se luciderai a modo la tua gavetta avrai luce, per te e per i tuoi compagni.

Direte: che cosa c’entra questo col libro? Vi risponderei: come può non c’entrare? Quanti di noi hanno pensato di avere fatto la gavetta, di avercela fatti da soli, con pochi aiuti, perché provenienti dalla provincia, dalla periferia, dal sud, da una famiglia proletaria o piccolo-borghese? Quanti di noi identificano quell’“avercela fatta” con il raggiungimento di un contratto a tempo indeterminato, o con l’acquisto di una casa, con uno scatto di carriera, con un buono stipendio? Ugualmente, quanti scrittori pensano intimamente di “avercela fatta” perché sono riusciti a pubblicare con una casa editrice di larga diffusione, o hanno vinto un premio importante, o hanno conquistato la stima di una parte o di molti addetti del settore? È sempre la stessa cosa che ci frega, a noi creature periferiche e marginali. Pensiamo ai sacrifici fatti dai nostri genitori per farci studiare, ricordiamo con commozione i volti dei nonni il giorno della nostra laurea, perché siamo stati i primi a laurearci in famiglia, o i primi della famiglia a vedere il proprio nome pubblicato sul giornale, o i primi fare un lavoro non manuale, o ad andare al lavoro ogni giorno con un abito diverso, o i primi a viaggiare in posti lontani e i primi a saper parlare più lingue. I primi a saper stare in società. È un avercela fatta?

Anch’io, il giorno in cui ho firmato il contratto con Laterza, per alcune ore l’ho pensato. Di più, per alcuni giorni. Ho pensato che, firmandolo, in qualche modo risarcissi i sacrifici e le schiene spezzate dei miei avi, nelle campagne del sud. Ho pensato ai vent’anni di scritture e letture, alle centinaia di letture fatte in giro per l’Italia, spesso di fronte ad un pubblico minimale, alla sensazione di fare qualcosa che non interessasse a nessuno. Laterza, mi sono detto, una casa editrice che ha più di cento anni, sorta nella regione della mia famiglia, indipendente, stimata, questo mi ripaga di tutto! C’ho messo un po’, ma poi mi sono chiesto: mi ripaga di cosa? Oh, non ero forse felice di trascorrere dieci ore su treni improbabili per leggere di fronte a dieci persone? Sì che lo ero. Nessuno mi obbligava a farlo. Così come scrivevo senza avere un editore, perché non potevo farne a meno. Anche scrivere lettere a nessuno, lettere a cui nessuno risponderà, fa parte della vita. La vita è scrivere lettere a nessuno. Che qualcuno risponda, o no, che cosa cambia?

Che questo libro sia letto o no, che venda o no, nulla può cambiare. Non vengo dalla gavetta, nessuno di noi può dire di venire dalla gavetta. Non si viene da una scodella, non vi pare? Dalla gavetta non si viene, della gavetta ci si può solo prendere cura. A questo ho pensato durante quest’ultimo anno: voglio restare in trincea, a fare il cibo meglio che posso, con quel poco che c’è, e mangiarlo con gli altri compagni di viaggio che avrò la ventura di affiancare. Non voglio mai smettere di fare la gavetta, e so che se ci si affida al cammino, totalmente, onestamente, con tutta l’umanità di cui si dispone, esiste la possibilità di farcela. Ecco, sì, ho pensato a questo: che “farcela” significa fare tutto il possibile per restare nella polvere della terra marginale e desolata, con l’entusiasmo del primo giorno, con lo stesso vestito del primo giorno, custodendo tra le mani, brillante, la vecchia gavetta di latta del primo giorno.

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3 risposte a VIANDANZA. Il cammino come educazione sentimentale (e la gavetta)

  1. nacciluigi ha detto:

    Grazie Tiziano. Un abbraccio polveroso a te

  2. nacciluigi ha detto:

    Grazie Tiziano. Un abbraccio polveroso a te

  3. Tiziano Fratus ha detto:

    Mi piace Luigi. Un abbraccio radicale

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