Se il profugo fossi tu

(

(“Naked Sea”, by Spencer Tunick)

«come ha scritto un bambino, una volta ero un disegno
ma adesso sono un albero
» e so per certo
che voleva avere le foglie
Antonio Porta, Brevi lettere ’80-’81

Immagina di essere di messo di fronte a una scelta: entri a far parte di un gruppo di terroristi, o vieni ucciso. Immagina di essere contro la violenza, di non voler aderire a una causa che ritieni sbagliata, e allo stesso tempo, come è comprensibile che sia, di non voler morire. Immagina di essere messo di fronte a questa scelta da giovane. E di dover decidere da solo, perché i tuoi genitori sono morti. Immagina di dover decidere in fretta. Il tempo di tirare giù la saracinesca del negozio in cui lavori per poche monete al mese, il tempo di una sirena che annuncia un bombardamento, o di una soffiata che annuncia un imminente scontro a fuoco. Scegli di scappare.

Nel tempo di una telefonata devi racimolare qualche straccio e correre al punto in cui avevi sotterrato i tuoi pochi risparmi. Li avevi sepolti lì perché dove vivi tu non ci sono più banche, o forse non ci sono mai state. Prendi gli stracci, i risparmi, la paura, e ti affretti da quel tizio che sai ti troverà un passaggio. Non è un tizio raccomandabile, anzi. Ma è l’unico che ti garantirà un passaggio fino alla frontiera. Vai da lui, gli dai l’equivalente di un anno di stipendio, e monti su un camion della spazzatura. Ti rannicchi, si rannicchia sopra di te un altro e sopra di lui un altro ancora. Siete centinaia. Per qualche giorno viaggiate così, stipati come bestie al macello.

Ti danno una bottiglietta d’acqua e un dolce, ti dovranno durare tre giorni. Smontate, fate la frontiera a piedi. Sei in un altro Paese. Quale sia non importa, tanto non ti ci potrai fermare. Entri in un altro camion, assieme ad altre centinaia di persone. Così per giorni, fino al mare. Scendi, vacilli, hai la febbre, sali su una barca, non vedi il mare, non sai come sia fatto il mare, rivedi la luce a poche decine di metri dalla spiaggia, ti obbligano con la forza a buttarti in acqua, non sai nuotare ma ormai non fa differenza. In qualche modo, aiutato dalla disperazione tua e altrui, raggiungi la riva. Da lì, ti è stato detto, dovrai arrampicarti fino alla cima di quel monte che ti sta davanti. Lì passare la notte. All’alba del giorno dopo potrai scendere nel deserto, dove un altro tizio poco raccomandabile ti raccoglierà. Il deserto.

Un tappo di acqua a testa, e se ne vuoi di più calci di fucile nelle clavicole. Il cibo si dà a chi è più debole. Tu sei forte, ancora, e ne hai di meno. La traversata nel deserto dura un tempo non calcolabile. Tu non sai leggere e scrivere, non hai calendari da sfogliare, probabilmente non li sai sfogliare, non sei bravo a fare di conto, noti solo l’avvicendarsi della canicola e del gelo. Un altro mare in vista, altri soldi da estrarre dalle calze, un altro tizio poco raccomandabile, un’altra barca, stavolta molto grande, un container buio in cui ficcarti assieme alle altre carni disperate. Settimane sul mare senza vedere il mare. Quando aprono e entra la luce, ti rendi conto di essere ancora vivo. Scendi, sei arrivato, ti dicono. È un Paese dell’Africa, diviso tra bande sanguinarie, gente che cammina per la strada con coltelli lunghi quanto un braccio, questo non te lo scorderai. Chi l’ha mai visto un coltello così?

Arrivi a un villaggio. Nessuno ti chiede i documenti. Nessuna legge. Ti arrangi come puoi, dormendo di qua e di là. Trovi lavoro in un’officina, ti spezzi la schiena per tre mesi, e alla fine del terzo mese ti viene addirittura l’arroganza di chiedere di essere pagato. Non ti pagano. Te ne vai, poco dopo rimani coinvolto, per caso, in uno dei soliti scontri tra esercito più o meno regolare e banda sanguinaria. Fermi, arresti, morti e così via. Tu sei ancora vivo. Ti mettono in galera. Anche quello è un tempo non misurabile. Alla fine ne esci vivo, e decidi di tentare la sorte. Spendere tutto quello che ti è rimasto per farti sbattere su un barcone. Oltre il mare, dicono tutti, c’è l’Italia. Non sai niente dell’Italia. Né dell’Europa. Ma sai che lì c’è una vita tranquilla. La meta non è l’Italia, né l’Europa, ma la vita tranquilla. Ti imbarchi.

Dopo un giorno, o forse due, in cui non vedi il mare, il tuo barcone viene fermato e fatto tornare indietro. Passa del tempo, non misurabile, racimoli altri soldi, e ci riprovi. Stavolta siete in duecentocinquanta sul barcone. Dopo due giorni, o tre, affondate. Ci sono mezzi morti attorno a te e morti morti. Vivi non ce ne sono più. Tu appartieni al gruppo di venti mezzi morti che si sono salvati. Vi riportano indietro. I mezzi morti non hanno niente da perdere. Hai una moglie rimasta al villaggio, non senti la sua voce da più di due anni. Non c’è il telefono laggiù. Tuo padre e tua madre sono morti che eri bambino. Sì, hai qualche zio, molti cugini, degli amici, ma non c’è modo di contattarli. Saranno vivi? O anche loro, mezzi morti, come te? Ti imbarchi per la terza volta.

Stavolta il mare non vi inghiotte. Dopo un tempo non misurabile raggiungi le coste dell’Italia. Vieni accolto da gente in divisa. Non ti sparano. Non ti fracassano la clavicola col calcio della pistola, come ha fatto quel soldato, mesi fa. Non ti arrestano. Ti danno da mangiare e da bere, ti prendono le impronte, ti curano. Erano anni che qualcuno non si prendeva cura di te. Dopo qualche settimana ti mettono su un autobus e ti mandano in una remota cittadina del nord, in Italia. Sei in un appartamento con cinque o sei uomini come te. Non parlate tutti la stessa lingua. Non avete condiviso lo stesso container, ma le vostre storie sono simili. Hai trent’anni, sulla carta. Vuoi un lavoro, dici, per avere dei soldi da mandare ai tuoi cari. Che siano vivi o no, tu glieli vuoi mandare. La cosa che vuoi con tutto te stesso, ripeti, è una vita tranquilla.

Questa è la tua storia. So di avere modificato e omesso qualche elemento, ma soltanto affinché nessuno possa in qualche modo risalire a te e mettere a rischio la tua vita. Comunque, anche se non ci vorranno credere, tu nel camion dell’immondizia ci stavi, e stavi pure sul camion, nel container, in galera e a galla in quello specchio di mare, insieme agli altri mezzi morti, mentre i morti morti andavano verso il fondo. Hai un nome, hai un corpo esile, una voce fragile. Con tutta la tua potente fragilità sei venuto nella mia piccola scuola, hai raccontato per ore, nonostante ricordare fosse pesantissimo. Hai fatto a me e ai miei giovani studenti un dono che non potrò mai in alcuna maniera contraccambiare. Anche a quelli che sembravano disattenti. Anche in loro hai lasciato una traccia. Non ci sarà mai modo sufficiente per ringraziarti.

Nella mia città, Trieste, hanno deciso in questi giorni di attivare un progetto – una collaborazione tra Comune, Prefettura, Caritas e Ics (Consorzio Italiano di Solidarietà) – per far sì che le famiglie di triestini possano candidarsi ad accogliere una persona come te per un periodo di alcuni mesi, ricevendo in cambio una cifra in denaro. Sono felice e orgoglioso di questa scelta. Posso dire che è una scelta giusta, dignitosa, doverosa. L’ho scritto su facebook, e ovviamente ho ricevuto delle accuse. Le solite. Ma sono una sparuta minoranza, ed era da aspettarselo. So che ciascuno di noi deve fare la sua parte. In base alle sue possibilità e ai suoi talenti. Portare a scuola te, le tue parole, la tua celata commozione, e poi riferirla affinché altri possano riceverla, affinché la possano raccontare ad altri, è una parte della piccola parte che posso fare.

Ti auguro con tutto me stesso una vita tranquilla, amico mio.

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