Apri la porta al cammino. Non al marketing

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invece bisogna resistere ad ogni costo
con i diti aggrappati alle grondaie
destinati a precipitare da un momento all’altro
Luigi Di Ruscio, Poesie operaie

Il cammino no, non è una moda. Non lo è mai stata, non lo potrà essere. Può andare di moda per un certo periodo il camminare, se viene assimilato ad un’attività ludica o sportiva, diciamo: ricreativa. Così come va di moda il calcio, o negli anni passati il bricolage. Va di moda andare a prendere il sole in spiaggia, mentre cent’anni fa non lo era. Un’attività borghese in cui staccare dai normali ritmi e luoghi di lavoro. Per uscire temporaneamente dal tritacarne. Camminare fa bene al cuore, alle vie respiratorie e bla bla. Il contatto con la natura, l’esplorazione del territorio, i sapori, gli odori, gli antichi mestieri e bla bla. Il turismo slow. Che è attività rispettabilissima e godibilissima, al pari di diverse altre. Ma il cammino che c’entra?

In Italia pullulano le iniziative e i progetti “ispirati al cammino”. Solo nella mia regione, il Friuli Venezia Giulia, soggetti diversi hanno lanciato il Cammino Celeste e la il Cammino delle Pievi, e stanno per lanciare il Cammino dei SS. Cirillo e Metodio, la Via di Karol e la Via Strata. Vi dicono qualcosa? Probabilmente no. Forse ne avete sentito parlare di sfuggita. Così in altre regioni, cammini di tutti i tipi, inventati dal nulla alcuni, altri parzialmente, altri invece riproposizioni di cammini antichi oggi caduti in disuso. Ovunque sia, è frequente che tali soggetti non siano coordinati tra loro, e che registrino dei marchi, come a dire: «ehi, questo l’ho inventato io!». Così può capitare che, camminando per una anonima strada bianca, ci si ritrovi ad un bivio con tre o quattro segnali diversi. E ci si domandi: «dove mi trovo?». Ci si perde, naturalmente.

Tutti guardano ormai al Cammino di Santiago. Sperano di ripetere quel successo. Pensano: «metto dei segnali, metto apposto qualche sentiero, faccio una bella campagna di marketing e zac! Arriveranno i camminatori». Solo che in Spagna non è andata così. Non basta mettere un cartello e fare la pubblicità sui giornali per attirare la gente. Così come per i libri, è il passaparola che conta. Perché non si tratta di acquistare un detersivo o affittare una stanza, in ballo c’è molto di più: la nostra vita. Il cammino è precisamente il sogno di un’altra vita. È un sogno che accarezziamo prima di dormire, che ci fa sperare e ci spaventa. Per vincere le paure mi devo fidare di una voce che racconta. Potrebbe essere la voce di un amico, o quella che emerge da un libro o da un film. Sono delle voci sognanti che non hanno a che fare con il marketing, non mi vendono niente. Non si possono vendere i sogni. Si può incitare la gente a desiderare un vestito o una macchina, non a fare un sogno e a perseguirlo.

Questo è il problema: molti fraintendono il camminare, che è un’attività salutare e ricreativa, con il cammino, che è un sogno. I sogni si costruiscono nel tempo. Sono i viandanti a costruire le vie, e non viceversa. Sono i milioni di viandanti diretti per secoli a Santiago ad avere creato quel cammino. Senza di essi, non sarebbe altro che un fascio di vie come un altro. Perché per secoli si sono diretti fin laggiù? Per fede, per curiosità, per avventura. C’era qualcosa che li attirava, una forza non arginabile: che fosse Dio o la fine della terra o l’ovest in cui tutto si spegne. Camminando hanno costruito l’immaginario del cammino. A volte si sono fermati per costruire cattedrali, ospitali, strade, per dare accoglienza. Siccome il cammino si era preso cura di loro, loro volevano fare altrettanto. Una volta tornati a casa cambiavano nome, spingevano altri a partire. Così si forma un sogno: nei decenni, nei secoli. Il marketing funziona sulle ore, sui giorni. Il cammino è l’anti-marketing.

Il cammino è una necessità. Non appartiene al superfluo. Una via che nasce per volontà di un singolo non durerà. Una via con un marchio non durerà. Prima di fare la via, bisogna fare i viandanti. Di questo dovremmo preoccuparci. Sono un viandante? Sono cioè una creatura sognante, libera, creativa, lenta, che ha bisogno di poco, che non esige e ringrazia, che ama la solitudine come la moltitudine, che non ha potere e non lo desidera, che sa di essere di passaggio, che chiede aiuto quando ha bisogno e a sua volta lo dà, che lotta per togliersi le maschere, che rispetta la natura perché rispetta se stessa, che rispetta ogni altra creatura perché rispetta se stessa, che non comprende la nozione di proprietà privata, che condivide e non tiene per sé, che non ha meta eppure è come se l’avesse, che si sforza di giudicare il meno possibile, che fa del mondo la sua casa? Possiamo rispondere di sì a tutte queste domande? Probabilmente nessuno di noi.

Se si vuole fare una campagna in favore dei cammini, si faccia questo: si insegni a poter diventare un viandante, almeno si diano le basi affinché questo processo di trasformazione sia possibile. Per farlo, non bisogna concentrare risorse sul turismo, ma sull’educazione, sulle politiche di integrazione, di solidarietà, della casa, dell’ambiente, del lavoro: lavorare tutti, ma lavorare meno, molto meno. Immaginate un bambino che non passi la gran parte delle ore seduto, ma venga educato nei boschi, e che possa tornare a casa a piedi senza incappare in fili spinati, che si fermi in giardini nel centro della città popolati da bambini come lui e genitori e nonni, tutti insieme, che trovi un rione fatto di vie pedonali e palazzi con le porte aperte, e che per le vie e davanti alle porte ci siano persone – non telecamere – che si prendono cura di lui, e che questo bambino, una volta fatte le scale, trovi la porta del suo appartamento aperto, e oltre ai suoi genitori trovi l’anziana vicina del piano di sotto, il ragazzo solo del primo piano, il profugo arrivato da pochi giorni da un paese lontanissimo, il cane randagio che bazzica nel rione. Immaginate, insomma, che questo bambino viva la sua vita soprattutto all’aria aperta, che lo possa fare senza causare troppe ansie ai suoi genitori perché gli adulti della comunità a cui appartiene sono a loro volta all’aria aperta, genitori a loro volta, e che gli spazi in cui si muove siano prima di tutto pubblici e verdi, che le porte delle case che vede siano per lo più aperte. Quel bambino è già un viandante. Camminando, sta costruendo le vie.

Ci sono dei versi di Machado, resi celebri dal cantautore catalano Serrat, che conoscono tutti coloro che hanno fatto il Cammino di Santiago:

Caminante, son tus huellas
el camino y nada mas;
caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.

«Viandante, sono le tue orme / il cammino e niente più; / viandante, non esiste il cammino, / camminando si fa il cammino». Il Cammino di Santiago o la Via Francigena, tanto per citare due esempi conosciuti da tutti, non sono cammini in quanto strade segnalate e provviste di ostelli. Lo sono in quanto strati secolari di milioni di orme e di sogni. Prima le orme e i sogni, poi i cartelli e i letti. Se dunque quel bambino insieme a molti altri coetanei camminerà, lascerà orme e sogni sui quali, in futuro, potrà nascere un cammino. Non nascerà per volontà di un singolo, ma sarà la naturale conseguenza di un processo duraturo che ha investito una intera comunità. Saranno le persone che vanno a camminare in quel bosco, e le persone che ci vivono dentro o nei dintorni, a dire un giorno: «questo è il nostro sogno, rendiamolo visibile e accessibile a tutti». Allora si daranno da fare per gestire il bosco, puliranno i sentieri, metteranno i cartelli affinché qualcuno non si perda. Solo allora, non prima.

Il cammino è un sogno rivoluzionario. Le rivoluzioni non si fanno con il marketing. Nasce dal basso, in nessun modo può essere calato dall’alto su un territorio. Si è provato, non è attecchito. Se io abito in campagna, coltivo i campi, cioè mi spezzo la schiena, e da un giorno all’altro, senza che ne sappia niente, vedo degli operai che vengono con le ruspe a costruire una ciclabile di fronte al mio ingresso, e piantano cartelli che indicano un cammino di cui non ho mai sentito parlare, io mi arrabbierò. Invece, se qualcuno venisse a parlare con me, e mi chiedesse se di lì passava anticamente un cammino, e mi incitasse a ricordare, forse io avrei voglia di ricordare. E potrei ricordarmi di quando i pastori passavano, e dietro di loro qualche pellegrino, e mi tornerebbero in mente i racconti di mia nonna, e andrei dal mio vicino per ricordare meglio, e insieme andremmo dall’altro vicino, e una bella sera ci ritroveremmo tutti intorno ad una mappa, segnando punti, facendo disegni, ricreandola, la mappa. Allora saremmo felici e orgogliosi di riportare in vita quel cammino. Daremmo una mano all’amministrazione, agli operai, ai tecnici, e poi saluteremmo con il sorriso i viandanti, invitandoli per un caffè, e potremmo spiegare loro come è cambiato quel territorio, chi ci viveva e chi ci passava. Il cammino sarebbe nostro, di tutti. Pubblico. Non avrebbe bisogno di marchi registrati. I sogni non si registrano.

Il 2016, ha detto il Ministro per i Beni e le Attività Culturali, sarà “l’anno nazionale dei cammini”. Affinché lo fosse davvero, avremmo dovuto per anni dedicarci a quelle politiche citate sopra. Ma non è mai troppo tardi, iniziamo ora. Cerchiamo di convincere chi ci governa che non è una questione turistica, ma politica. Convinciamo gli amministratori a non investire sul marketing, ma sulla creazione reti solidali di comunità, a ripristinare aree verdi e panchine, fontanelle, a creare spazi pubblici silenziosi, dove si possa riflettere, leggere, senza dover comprare qualcosa, a fare delle sperimentazioni. PORTE APERTE: un giorno alla settimana, per tutto il giorno, lasciamo aperte le porte delle nostre case, e invitiamo le persone ad entrare; un giorno alla settimana chiudiamo tutta la città ai veicoli a motore; un giorno alla settimana togliamo i cartelli di “proprietà privata” dalle nostre proprietà; un giorno alla settimana mandiamo i nostri figli nei boschi con le guide e gli educatori; un giorno alla settimana invitiamo gli anziani a raccontarci in piazza come era quella piazza quando erano bambini; un giorno alla settimana camminiamo e basta, senza comprare o vendere nulla; una notte alla settimana ospitiamo uno sconosciuto, trattiamolo come fosse di famiglia.
I sogni entrano più facilmente, se trovano le porte aperte.

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11 risposte a Apri la porta al cammino. Non al marketing

  1. Pingback: Il cammino no, non è una moda. Non lo è mai stata, non lo potrà essere. | Vida En Camino

  2. nacciluigi ha detto:

    Grazie a tutti

  3. nacciluigi ha detto:

    Grazie Daniela

  4. danielapalumbo ha detto:

    Grazie Luigi, sempre avanti… Condiviso.

  5. Pingback: Cammino clandestino | Compagni di Cammino

  6. Pingback: CAMMINARE è CONOSCENZA | VILMA

  7. vilmavla5555 ha detto:

    bello davvero, grazie! condivido e non solo sul mio blog e su FB, condivido il pensiero, sperando in porte aperte, sempre!

  8. Anonimo ha detto:

    Cammino e sogno, sogno e cammino. Solo raccogliendo e ascoltando il mio sogno mi aprirò al cammino. Solo parlando del mio sogno e confrontandolo col tuo sogno creeremo il cammino dei nostri sogni. Temo però che tutto ciò sia utopia, perchè i sogni sono venduti al pari della felicità. Temo allora che ci occorra un duro lavoro sotterraneo per sfuggire a omologazione e alienazione. Forse dovremmo reimparare a percorrere la strada della poesia.

  9. bbverdemusica ha detto:

    Bello! Sono daccordo e forse… qualche piccola cosa sono riuscita a trasmetterla visto che i miei 3 figli sono diventati viandanti e hanno sogni nella mente e nel cuore.

  10. La il@ ha detto:

    Condivido in pieno. E condivido sul mio blog.

  11. Pingback: Apri la porta al cammino. Non al marketing | Semi da piantare

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