Migranti, stranieri, clandestini: una proposta

Juan Martínez Bengoechea

Allo straniero non domandare il luogo di nascita, ma il luogo d’avvenire.
Edmond Jabés, Uno straniero con, sotto il braccio, un libro di piccolo formato

 

Una delle cose che mi stupisce, in questa permanente discussione sugli immigrati, è il martellare incessante sui soliti tasti. Lo schema è semplice: i respingenti (tra i quali si annoverano anche quelli che affermano “aiutiamoli nei loro Paesi”) vs gli accoglienti (tra i quali si annoverano molti che dicono “sì, ma non nel mio quartiere o nella mia città”). Nei discorsi fatti dagli uni e dagli altri si parla sempre delle stesse cose: a chi dice che la sicurezza è a rischio risponde chi dice che i reati sono commessi perlopiù da italiani, a chi dice che il lavoro non c’è risponde chi dice che immigrati sono disposti a fare lavori che noi non vogliamo, e così via. È un teatrino di frasi fatte e di posizioni prese sull’onda delle news. Tutti ne facciamo parte, che lo vogliamo o no. Veniamo indotti dai media nostrani a commentare fotografie, senza chiederci perché ci facciano vedere quelle fotografie, quale è la visione ad esse sottesa, o perché ci diano certe notizie e come ce le diano. Contano i temi caldi: economia, sicurezza, economia.

Ma l’antropologia? Come mai non affrontiamo il fenomeno con l’occhio dell’antropologo? Prendiamo Arnold van Gennep, uno dei massimi studiosi dei cosiddetti riti di passaggio. Van Gennep descrive dettagliatamente l’arrivo dello straniero in una comunità; ci racconta i cerimoniali, attivi presso molte culture, a cui è sottoposto: ci possono essere uno scambio di cose da mangiare, da bere, da fumare assieme (il calumet, ricordate?), sacrifici di animali, aspersioni d’acqua o di sangue, unzioni, o si può dormire assieme, sedere sulla stessa sedia, abbracciarsi, sfregarsi il naso, scambiarsi doni, scambiarsi il sangue, mettere insieme il piede sul focolare, baciare delle icone, baciarsi, coprirsi con lo stesso indumento, recitare assieme delle formule, pronunciare un giuramento. Il contatto può anche essere indiretto: è il caso delle tribù che, una volta avvistata una carovana di stranieri in arrivo, non possono più predarla, perché la vista ha già stabilito un legame tra di loro.

Questi riti, declinati in molte combinazioni, sono sempre esistiti. Sono attestati in tutte le tradizioni. Perché ne abbiamo perso la memoria? Perché nessuno ne parla? Lo straniero è sempre stato considerato una sorta di creatura straordinaria, ecco perché si innescavano delle ritualità: affinché potesse entrare nella società ordinaria, anche se solo temporaneamente. Quando noi oggi diciamo “chi viene a casa nostra deve seguire le nostre regole”, ci dimentichiamo di un passaggio fondamentale: prima di poter seguire le regole di una casa, bisogna che il padrone di casa ti accolga. Deve farlo lui in persona o qualcuno mandato in sua vece (un tempo venivano inviati dei veri e propri messaggeri). E poi, quale regole? Quali sarebbero le regole nelle quali noi tutti ci riconosciamo? La Bibbia, la Costituzione, il regolamento di condominio? Non abbiamo regole né riti in cui tutti, oggi, qui, in Italia e in Occidente, possiamo riconoscerci.

Oggi lo straniero arriva e il primo essere umano che incontra indossa una divisa. Non il padrone di casa né un messaggero, ma un soldato. Provate a mettervi nei panni di chi ha viaggiato per settimane, rischiando la vita: se la prima persona che incontra è un soldato, non si sentirà percepito come un nemico? Così, da nemico, o da osteggiato, da rifiutato, si comporterà nel periodo in cui vivrà nella nostra comunità. Noi non sapremo niente di lui, lui niente di noi. E più vivremo in compartimenti stagni, più crescerà la diffidenza, la frustrazione, l’odio reciproco. Questo fiume umano che si sta riversando sull’Europa lo abbiamo originato noi: con il colonialismo, con le guerre, con gli Stati-fantoccio. Oggi raccogliamo quello che abbiamo seminato. Non si possono fermare gli uomini, dobbiamo metterci il cuore in pace. Però, attraverso l’innesco di ritualità sepolte, possiamo fare sì che la nostra convivenza sia pacifica.

Per esempio? Per esempio le organizzazioni che si occupano di gestire l’accoglienza dovrebbero spingere i migranti accolti a formare delle comunità con dei capi riconosciuti. È difficile, perché le nazionalità e le fedi sono diverse, ma è una strada che va tentata. Il capo di quella comunità provvisoria potrebbe incontrarsi con il sindaco, potrebbero scambiarsi dei doni a nome delle rispettive comunità, potrebbero organizzare dei pasti aperti alla cittadinanza. Delle cene all’aperto, nei rioni, nelle piazze. Tutte le conoscenze passano dal rito del cibo condiviso. E dopo aver cucinato, mangiato e bevuto assieme, si potrebbero ascoltare le storie di quegli stranieri, dei loro viaggi, e noi a nostra volta potremmo raccontare le storie delle nostre migrazioni. Sicuramente potrebbero farlo i più anziani tra di noi. Potremmo chiederci, dopo esserci detti da dove veniamo, dove siamo diretti. Già dove siamo diretti?

Ci comportiamo con gli stranieri esattamente come ci comportiamo con tutti coloro che riteniamo dei devianti: li confiniamo in luoghi separati. A Trieste Franco Basaglia ci insegnò l’opposto: una volta aperte le porte del manicomio, i “matti” si riversarono in città e furono accolti dai triestini. Più che accolti: adottati. Tutti noi ci prendevamo cura di loro, mangiavamo e bevevamo assieme nelle osterie, chiacchieravamo nei parchi, stavamo insieme. Erano “matti” quanto lo eravamo noi. Così potrebbe andare con i nuovi stranieri: passandoci del tempo assieme, non da poliziotti o da operatori sociali, ma come semplici cittadini, potremmo renderci familiari a vicenda, ricordare che tutti siamo stati e saremo stranieri, smettere di avere paura.

 

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3 risposte a Migranti, stranieri, clandestini: una proposta

  1. anna mosca ha detto:

    Ciao Luigi, mi piace quello che hai scritto è l’ho condiviso su FB, sotto la petizione per fare uscire Buonanno dal Parlamento Europeo dopo le sue stupefacenti dichiarazioni sul filo spinato elettricficato per gli immigrati… non ho parole su proposte così oscene ma le hai avute tu, grazie!

  2. nacciluigi ha detto:

    Alla paura ostentata e divulgata dagli altri dovremmo sempre di più opporre ragionamenti calmi, come dici tu, “lungimiranti”, non strillati..

  3. szandri ha detto:

    Non è facile, no, ma bisogna provarci. Il problema è come, perché questi tentativi sono troppo spesso individuali, non condivisi e soprattutto non adeguatamente supportati (e non solo materialmente). Hai ragione, fin troppa ragione, ma di fronte a quello che sta succedendo è difficile non provare paura. Ma non paura di chi arriva per il solo fatto che arriva – e come dici tu, continuerà ad arrivare. Piuttosto paura di questa chiusura reciproca, della diffidenza, degli effetti a cascata di questa fobia collettiva. Quando si presenta una difficoltà è necessario ragionare con calma e lungimiranza, ma attorno a me non vedo nulla di tutto ciò… ed è questo a farmi paura più di ogni altra cosa.

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