Né vincitori, né vinti

Palestrina

Perdi un cosa al giorno. Accetta il maldestro
di chiavi perdute, di un’ora insipiente.
Perdere è un’arte e non vuole maestro.

Poi prova a perdere ancora, perdere presto:
i luoghi e i nomi, una meta imminente
e niente di ciò ti sembrerà un disastro.

Elizabeth Bishop, Un’arte*

Fin da ragazzo ho sempre parteggiato per gli sconfitti. Erano i bambini che restavano da soli nel giardino dell’asilo, con cui nessuno voleva giocare. Erano troppo grassi o troppo esili, erano troppo piccoli o troppo grandi rispetto ai loro coetanei, erano, da qualsiasi angolazione li volessi o li potessi osservare, troppo. Crescendo, quei bambini diventavano ragazzi vestiti diversamente dagli altri, vestiti scuri in cui tentavano di scomparire, vestiti di taglie sbagliate, indossati goffamente, vestiti-armature con cui difendersi dalle stoccate dei normodotati, dei superdotati, dei dotati di destini fulgidi, dei vittoriosi.

Cominciai a dividere il mondo in vincitori e vinti. All’inizio la divisione mi pareva netta. Poi, con gli anni, iniziai ad avere difficoltà a tracciare la linea con convinzione. I vittoriosi erano tutti vincenti? O c’erano delle differenze? Si poteva vincere senza farsi imbrigliare dalla vittoria? E dall’altra parte, erano i perdenti tutti degli sconfitti? Si poteva perdere senza farsi imbrigliare dalla sconfitta, senza crogiolarsi in essa? Le domande si aggiunsero via via: si poteva vincere, pur perdendo? Si poteva perdere, perdersi, vincendo? E quelli che, dopo centinaia di sconfitte, si ritrovavano a vincere, nell’atto della proclamazione che cosa pensavano, in che cosa si trasformavano?

La poesia mi parve la strada su cui mettermi per rispondere a quelle domande. Tuttavia mi accorsi ben presto che non risposte, ma nuove domande mi forniva. E tempo dopo, mettendomi in cammino, cioè nella poesia all’ennesima potenza, le domande presero a sbucare da ogni fosso, a intrufolarsi nello zaino, ad emergere dagli stagni, a cadere dal cielo, a venirmi incontro sul sentiero, come viandanti veri e propri. Oggi, dopo anni di viandanze, so che devo fare spazio nello zaino per le domande che troverò (che mi troveranno). Ecco perché il mio zaino è sempre troppo grande, troppo ingombrante, da qualsiasi angolazione lo guardiate, è troppo.

Così, l’altra sera, quando mi è capitato di vincere il Premio L’Albatros per la letteratura di viaggio, a Palestrina, con un libro che di cammino e di viandanza parla, mi sono tornate alle mente tutte le domande, tutte in un colpo. Ero in un luogo superbo, il tempio della dea Fortuna Primigenia, antica meta di pellegrinaggio, ero seduto accanto ai giurati e due musicisti suonavano. In quei due minuti di musica che precedevano la consegna del premio, di fronte al pubblico, sotto i riflettori, mi sono oscurato. Ho pensato agli altri due finalisti, Paolo Ciampi e Giuliano Malatesta, ho pensato ai ragazzi che sparivano nei vestiti, ai loro vestiti-corazza per difendersi dagli attacchi dei vincitori, ai bambini solitari nei giardini, a me ragazzo, quando arrivavo ultimo, quando venivo deriso, quando mi sentivo inadatto alla vita in ogni sua forma. Così non ce l’ho fatta a sorridere come forse gli altri si sarebbero aspettati.

Quando ho preso il microfono, sono solo riuscito a rivolgere un pensiero a Paolo e Giuliano, e a dedicare il premio a quei grandi amici e viandanti di cui mi onoro di far parte, i Rolling Claps, ma avrei voluto spendere altre parole. Avrei voluto dire che in cammino non esiste l’agonismo, e dunque non c’è chi vince né chi perde, che forse è anche per questo che mi sento a mio agio là dentro, che non mi sento giudicato per il mio corpo, per i miei vestiti, per il mio passo, per la mia velocità, per le soste che faccio, per tutte le abilità di cui non dispongo. Che restando in cammino riesco a ricordare molte di quelle creature che sono state travolte, che non ce l’hanno fatta per una ragione o per l’altra, che avrebbero meritato più fortuna in questa vita, quella fortuna, ad esempio, che ho avuto io l’altra sera. Stanno nel mio zaino, insieme alle domande vecchie e a quelle che ancora non conosco. Né vincitori, né vinti.

*traduzione di Andrea Sirotti
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