Le parole, il rumore, le parole, il silenzio

Rigogolo (foto di Franco Pelizza)

C’era una volta uno stolto così insensato che era chiamato il Golem. Quando si alzava al mattino gli riusciva cosi difficile ritrovare gli abiti che alla sera, al solo pensiero, spesso aveva paura di andare a dormire. Finalmente una sera si fece coraggio, impugnò una matita e un foglietto e, spogliandosi, annotò dove posava ogni capo di vestiario. Il mattino seguente, si alzò tutto contento e prese la sua lista: “Il berretto: là”, e se lo mise in testa; “i pantaloni: lì”, e se li infilò; e così via fino a che ebbe indossato tutto. “Si, ma io, dove sono? – si chiese all’improvviso in preda all’ansia – Dove sono rimasto?”. Invano si cercò e ricercò: non riusciva a trovarsi. Cosi succede anche a noi.
Martin Buber, Il cammino dell’uomo

 

Questo fine settimana, mentre tutte le attenzioni erano rivolte al Family Day, io ero nei boschi del Casentino. Sono stato invitato a parlare del mio libro, e a farlo, come spesso mi capita, dialogando in cammino con un’altra persona. Dopo la presentazione fatta da due bravi scrittori e giornalisti, Paolo Ciampi e Massimo Orlandi, mi sono ritrovato a camminare con un centinaio di viandanti, tenendo sotto braccio un uomo di cui avevo sentito parlare ma che non avevo mai incontrato: Wolgang Fasser. Ero io che tenevo sotto braccio lui o viceversa? Chi teneva chi, chi guidava chi?

Wolfgang è un uomo di 60 anni, ne dimostra meno. È svizzero, ma vive da molti anni in Casentino. È un fisioterapista, un musicoterapeuta, parla l’italiano bene, con una cadenza germanica che non toglie calore alla sua voce. È un camminatore, un grande conoscitore di piante e di animali, un decifratore di versi di uccelli. Vive a Quorle, una frazione di Poppi, formata da una pieve e da piccoli eremi, se ne prende cura, ne è il custode. Quando non vive lì, si trova in Lesotho, negli ospedali, nei villaggi, a curare e ad insegnare ad altri, più giovani di lui, come si fa. Dimenticavo: Wolgang è cieco.

Dicevo, c’era il Family Day. L’ennesima manifestazione che divide, l’ennesima manifestazione rumorosa. Nel rumore non può che esserci divisione, fraintendimento, dimenticanza. Dimenticare è necessario a volte, per poter imboccare una strada nuova, ma la dimenticanza che c’era in quella piazza, che c’era tra le ruspe di Pontida, che c’è a Ventimiglia e che c’è sui giornali, alla televisione, nei social network, è un’altra cosa: è memoria fatta a pezzi, sbriciolata, e infine calpestata dal rumore. Le parole inesatte, le parole vane, non pensate e pesate, non scelte con accuratezza, producono rumore. Noi ci trovavamo a qualche centinaio di km ma eravamo esattamente dall’altra parte del mondo: facevamo silenzio, tutti insieme, per poter poi trovare le parole il più possibile esatte. Quelle parole non potevano produrre rumore né, quindi, divisione, fraintendimento, dimenticanza.

Saper stare dentro l’abbondanza e saper soffrire la fame, dice Wolfgang. Dice anche: i limiti non ti definiscono ma ti guidano. Tu non corrispondi al tuo limite. Dice: dobbiamo vivere volentieri. Si rivolge alle piante, chiede loro: tu chi sei? Perché sei qui? Cosa fai? Si chiede: un posto esiste solo perché lo vediamo? Dice che non si deve scappare dal proprio limite, dalla propria disabilità, che bisogna superare la vergogna, starci dentro. Dice che la sua dignità di uomo emerge non solo quando dimostra di saper fare da sé, ma anche quando accetta di non potercela fare da solo. Saper chiedere aiuto. Ad ogni passo indica una meraviglia, si stupisce del canto del rigogolo e della capinera, sente l’odore della menta acquatica prima di chiunque altro, conosce ogni sasso come se i suoi occhi fossero spalancati. Chiede: in che modo abitiamo la nostra vita?

In quelle manifestazioni rumorose, ditemi, qualcuno si è posto anche una sola di queste domande? C’è qualcuno, vi ricordate di qualcuno che abbia preso la parola, negli ultimi tempi, e di fronte ad una folla abbia esordito con una domanda, del tipo “che ci faccio qui”? E che abbia proseguito a rivolgersi alla gente interrogandola invece che seducendola, tentando di seminari dubbi, di mettere in discussione la propria voce, di parlare apertamente della propria vita, dei propri errori? Sarà per questo che non ho mai amato i cortei. Si urla molto, anche nelle marce silenziose si sentono distintamente le grida. Ci sono domande che fanno largo al silenzio. Quelle vorrei sentire.

Che senso ha la mia vita? Come posso viverla volentieri? Come posso viverla volentieri facendo sì che sia lo stesso per gli altri? Come posso amare giudicando il meno possibile? Come fare un dono senza aspettarmi qualcosa in cambio? Come vedere quello che non riesco a vedere, come far vedere agli altri quello che credo di vedere solo io? Come ridurre questo io che non mi dà tregua, che vuole crescere ed espandersi a discapito degli altri? Come attraversare i limiti che mi delimitano? Come mantenere l’apertura allo sbalordimento? Come aprire le porte di casa e tenerle aperte, con fiducia? Come abitare questa vita, con quali azioni, con quali parole, con quali solitudini e con quali comunanze? Come lenire la paura della morte? Come dire addio senza rimanere intrappolati nell’addio? Come ricordare chi si è amato e non c’è più, senza farsi travolgere da questo amore? Come restare in cammino, anche se i piedi sono stanchi, come restarci al buio? Come stare in silenzio? Come credere all’uomo prima che a qualsivoglia forma di divinità? E se anche volessi o potessi credere in un dio, come continuare a credere prima di tutto nell’uomo? Come togliere il superfluo senza bearsene? Come conciliare il quotidiano e l’utopia? Come andare verso la semplicità senza idolatrarla? Come continuare a farsi una domanda nuova, ad ogni risveglio?

Queste domande, e tante altre, vorrei mi fossero rivolte. Vorrei domande di cui non sospetto l’esistenza. Capaci di far precipitare. Vorrei aprire un libro a caso e trovarcele, dirette a me. Vorrei che fossero sulle prime pagine dei giornali, e nelle pagine interne, nella posta dei lettori. Che fossero domande così ad aprire i cortei. Vorrei sentirle al bar, in piscina, alla fermata della metro, vorrei trovarle nei fumetti. Me ne basterebbe una al giorno. Invece venerdì, sul treno, dirigendomi in Casentino, sono stato assillato per ore dal dialogo tra due giovani rampanti di una compagnia assicurativa. Ore a parlare di marchi di cravatte, di scarpe, di ferie in resort dotati di palme e piscine. Ho sperato a lungo che uno dei due chiedesse all’altro: “Come stai? Come ti senti?”. Ho sperato che alla fine, quando uno dei due si stava alzando per scendere, salutasse dicendo “Tsela tsoeu!”, che nella lingua del Lesotho, spiega Wolfgang, non significa solo “arrivederci”: è l’augurio di percorrere un sentiero pacifico, senza ostacoli, e al contempo il desiderio di essere ricordati. Non è avvenuto, ma continuo a sperare. Credo che da quella mole di domande, dalla frequenza con cui le rivolgiamo a noi stessi e agli altri, dipenda il nostro futuro.

 

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