Perché lascio il Festival della Viandanza (ma non la “viandanza”)

viandanza!

Professione? «Allora, cosa scriviamo?» chiese il funzionario dell’Ufficio Passaporti indicando la casella. A me non veniva in mente nulla. Qualche anno prima, era molto in voga una canzone americana dal titolo Alleluia, sono un vagabondo!, che in quei giorni continuava a girarmi in testa, e si vede che senza accorgermene la stavo canticchiando mentre riflettevo, perché il funzionario rise dicendo: «’Vagabondo’ non puoi proprio scrivercelo». Dopo un attimo, aggiunse: «Io metterei ‘studente’»; e così feci.
Patrick Leigh Fermor, Tempo di regali

Se potessi scegliere, sul mio documento d’identità scriverei “Sognatore diurno”. Nel senso che intendeva Ernst Bloch: «il sognatore segue spesso un fuoco fatuo, devia dal cammino. Ma non dorme e non cade insieme con la nebbia». Ecco, io continuo, a 37 anni, a sentirmi uno che cammina inseguendo qualcosa che non raggiungerà mai, e facendolo si perde, e se si perde, come capita, nella nebbia, sa che prima o poi il cielo si spalancherà. Non rimarrò intrappolato nella nebbia, e se cadrò, mi rialzerò. Questo mi hanno insegnato prima i miei genitori, poi la poesia, infine il cammino. Non c’è niente di speciale in tutto ciò, siamo in molti a pensare lo stesso. Però dirlo, a dirlo a voce alta, renderlo palese a noi stessi con chiarezza, fa bene a noi e a chi ci circonda. Siamo sognatori diurni, siamo tanti!

Tutta la seconda parte della mia vita è stata resa possibile dal Cammino di Santiago (so che questo vale anche per molti di voi). I lavori che faccio, molte delle persone che ho accanto, ciò che con tutti i miei limiti cerco di scrivere, non sarebbe stato possibile senza quella esperienza. Ecco perché mi sento debitore verso quel fascio di strade e di polvere, e quando mi accade qualcosa di negativo, qualcosa che anni fa mi avrebbe abbattuto e annichilito, penso a quelle vie impolverate, agli scarponi che si sfaldano in giubilo e gaiezza sulla strada, agli incontri capaci di ribaltare ore e notti di solitudine,  penso a queste e a molte altre cose difficilmente descrivibili nel dettaglio (che voi, lo so, potete intuire) e subito mi sento meglio. Sono un ottimista? No, sono un sognatore diurno. So che dietro ogni curva si cela una vita nuova. E non può non esserci una curva alla fine del rettilineo.

Anni fa, non mi ricordo quando avvenne esattamente, se prima o dopo la curva, pensai ad una parola: “viandanza”. Me la ritrovai in bocca senza accorgermene. Era una parola, a giudicare dai dizionari che avevo consultato, che non esisteva. Sicché pensai: «Come può essere che una parola così bella non sia nel dizionario? Che nessuno l’abbia pensata prima?». Così iniziai ad usarla come se esistesse per davvero. Dicevo: «è caduta in disuso, riprendiamocela!». Non era vero che fosse in disuso, non esisteva, secondo l’autorevole parere dei nostri dizionari. Eppure quella parola era così bella che tutti ci credevano. Le persone all’inizio non capivano, poi però, così come era successo a me, immediatamente se ne affezionavano. Dovremmo tutti inventare almeno una parola nella vita, una parola nella quale riconoscerci. Per me viandanza era davvero la mia vita, la conteneva tutta, anzi, le conteneva tutte le vite che credevo di aver vissuto, quelle che avrei voluto vivere e quelle che – la vera maggioranza – non avrei mai potuto provare. La danza sulla via, la via della danza, la via che si fa danza, la danza che si fa via, era tutto un crepitio di passi e di vie e di danze, un tripudio!

Il passo successivo fu breve: dobbiamo fare la festa della viandanza, anzi, dobbiamo fare la festa alla viandanza! Se lo meritava, perché era una parola spettacolare, che ci indicava la strada buona da percorrere, e ci diceva anche come percorrerla. Trovai delle persone (o da esse fui trovato) che si convinsero della bontà di quell’idea e della bellezza di quella parola. Così iniziò il Festival della Viandanza, con la V maiuscola. A Monteriggioni, sulla Via Francigena, in un borgo straordinario, e anche la Viandanza ne fu felice. Tutto nasceva da quell’euforia, dalla bellezza di quelle tre sillabe, dal desiderio di dare vita ad una festa in cui, per qualche giorno, le persone avrebbero potuto celebrare assieme quel tripudio. Giorni all’aria aperta, con gli abitanti delle strade, fossero pellegrini, pastori, briganti, clandestini, sognatori diurni, vagabondi, flâneur, o più semplicemente curiosi, creature che avvertivano la bellezza di quella parola ma non riuscivano a spiegarsela.

Un festival è, a mio modesto modo di vedere, simile a un’opera. Un’opera deve poter resistere ai tempi, e per fare ciò deve avere un nucleo centrale forte che la ispira: una poetica. Una poetica è una rete, dalle maglie fitte, che mette in relazione parole-chiave. Per me erano le seguenti: condivisione, amicizia, solidarietà, inclusività, resistenza, umanità, cammino, viandante, pellegrino, umiltà, progetto, poesia, rivoluzione. Per me il Festival della Viandanza aveva senso se impregnato di queste parole. Solo così si sarebbe potuta manifestare la danza sulla strada, come un’epifania, come una buona novella. Perché di festival, in giro, fatti tanto per fare, assemblaggi approssimativi di letteratura, musica, cinema, teatro, circo, fiere medievali e medioevi in fiera e chi più ne ha più ne metta, basta che si metta qualcosa, ce ne sono a centinaia. Così come ci sono miriadi di opere scritte in fretta e furia, più fretta che furia, senza una poetica. La Viandanza doveva, per esistere, reggersi con rigore su quelle parole, parole come gambe. Parole-tendini, parole-ossa, muscoli di parole. Non solo: per restare in piedi era necessario che più persone, durante l’anno, se ne prendessero cura, con dedizione, con amore. Bisognava proprio farci l’amore, con la Viandanza.

Un festival, così come un’opera, deve aspirare a creare una crepa, più crepe, a divellere, a spaccare i muri, ad aprire le teste, ad insinuarsi nelle vite delle persone e mettere tutto in dubbio, mettere il dubbio della vita nuova che potrebbe esserci dietro la curva. Sì, ci sono le opere e i festival di puro intrattenimento, ma una parola così bella e così potente – sentite come suona e risuona bene: Viandanza! –  potrebbe mai accontentarsi dell’intrattenimento? Non siamo già invasi quotidianamente dall’insopportabile rumore di fondo dell’intrattenimento? Chi ha fatto il cammino lo sa che dal cammino non si torna indietro. Il cammino non permette mezze misure. Così doveva essere questo festival: una festa dopo la quale, tornando a casa, continuare a farsi molte domande, sul proprio stile di vita, sul proprio modo di relazionarsi al denaro, al lavoro, alle persone, alla felicità, al dolore, alla solitudine, alla speranza. Viandanza e utopia non possono che danzare assieme, sulla strada.

Oggi mi sento di abbandonare – e altri hanno abbandonato prima di me – questa festa perché non si vuole più quella parola. E senza quella parola, è possibile la festa? Si vuole altro, qualcos’altro che è lontano da quel luogo di danze e utopie e parole legate l’una all’altra in una fitta rete. Solo che a me, di fare un festival o un’opera senza una poetica, non importa niente. Voglio continuare ad essere un piccolo sognatore diurno, pensare alle creature umane e disumane che siamo, voglio continuare a immaginare le nostre ombre sul sentiero, voglio poter fare e assistere a gesti folli, pensare che la strada sia il luogo deputato della poesia. La Francigena, così come il Cammino di Santiago, o le altre vie romee o quel che sia, non sono altro che vie. Di per sé, non significano nulla. Siamo noi, con il peso dei nostri piedi cosparsi di dubbi prima che di vesciche, delle nostre parole offerte e mancate, che diamo da secoli alle vie un senso e a nostra volta ne riceviamo. Non voglio che il mio primo pensiero sia il turista. Il turista è prima di tutto un uomo. Voglio rivolgermi all’uomo, prima che alla sua veste sociale. Ed è quello, credo, che tutti coloro che hanno fatto l’esperienza del cammino vogliono: l’umanità. Non pensate a me come a un turista da mettere nelle statistiche! Non pensatemi come un credente o un atleta o un senzatetto, non pensatemi come una categoria, non incasellatemi. Pensatemi come un uomo.

Lascio il festival che avevo immaginato come un luogo di umanità e rivoluzioni, perché con queste parole non si vuole più avere a che fare. Mentre lo faccio, mi sento meglio. Il cammino è una manna, il cammino davvero ci salva la vita: così come mi ha insegnato ad alleggerire lo zaino, ugualmente oggi, mentre lascio una creatura che sento appartenermi, mi sento bene. Più leggero. Dobbiamo lasciare andare. Affidarci alla strada. Sempre arriva la curva, con un incontro sorprendente, basta attendere. So che avrò modo, in futuro, di rifare questa festa, di farla assieme ad altri sognatori diurni, con lo spirito di chi si mette in cammino, e non so dove accadrà, ma sono sicuro che un giorno ci saranno un bosco, un prato, una cima, una piazzetta periferica che grideranno improvvisamente:  «Facciamola qui la festa!». E noi lì ci dirigeremo, col nostro passo lieve e incerto…

L’unica cosa che chiedo a chi sta andando avanti nell’organizzazione è che non si usi quella parola fantastica. Chiedo un atto di generosità: lasciatela stare, la Viandanza. In fondo cosa vi costa, per voi non è che una parola come un’altra. Volete fare un’altra cosa, è giusto che troviate un’altra parola. Per me, e per molti altri, rappresenta molto di più. Lasciamo che continui a stare in bocca ai sognatori diurni, ai Patrick Leigh Fermor, ai Bruce Chatwin, agli Henry David Thoreau, ai William Wordsworth, agli Attila József, a tutti quelli che, come scriveva Miguel de Unamuno, non pensano solo col cervello, ma con tutto il corpo e con tutta l’anima, col sangue, col midollo delle ossa, col cuore, con i polmoni, col ventre, con la vita.

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19 risposte a Perché lascio il Festival della Viandanza (ma non la “viandanza”)

  1. lucia ha detto:

    BRAVO LUIGI,sono d’accordo la vita è un cammino e il cammino si fa camminando……..

  2. marco scapin ha detto:

    …mi riconosco in quello che dici…negli ultimi dieci anni ho percorso migliaia di km a piedi…poi anche in treno…ho sperimentato anche la moto sempre con alla base la filosofia del cammino…zaino essenziale, condivisione, rivoluzione, apertura al divenire. Ad un certo punto nel 2014 mi son trovato a pubblicare un libro…era la tesi di una scuola di counseling…c’ ho provato quasi per goliardia..nella descrizione dell’ autore scrivo “viaggia spesso da solo con una piccola tenda, lasciando che il viaggio faccia da maestro, perché crede che nella viandanza sia celata la possibilità di scoprire dimensioni autentiche di sé e delle realtà che si attraversano”. Il libro si chiama ‘cammini di liberazione’ e non è una narrativa di viaggio..ma ha anche che fare anche con il cammino nel senso che è stato ‘ruminato’ sulle strade polverose, sotto il sole, la neve e la pioggia. Viandanza…

  3. Pingback: Ecco perché mi sento debitore verso quel fascio di strade e di polvere.. | Vida En Camino

  4. nacciluigi ha detto:

    Nessun possesso, Carla. Le parole sono di tutti quelli che le usano. Ripeto: io non ho registrato nulla, altri sì. Posseggo solo le parole (e da esse, diciamo, sono posseduto). Ho cercato di dire: si abbia amore e cura per quella parola. Un abbraccio a te

  5. carla de bernardi ha detto:

    Luigi mi dispiace, lo si sente tra le righe, che il mio commento che voleva essere neutrale e affettuoso, ti abbia “irritato”. Io non lo so se qualcuno ha registrato il nome come se fosse marchio ma nel chiedere che non venga usato, anche se con molta cortesia e grazia , di fatto ne rivendichi una specie di “possesso”. Questa è la mia opinione, nulla più di questo. Sono certa che ci ripenserai, se sei, e lo sei, il poeta e il sognatore che conosco. Un abbraccio carla

  6. nacciluigi ha detto:

    Cara Carla,
    io credo di non imprigionare niente. Non è mia intenzione. La parola ‘viandanza’ ha iniziato a viaggiare sulle proprie gambe. Viene usata negli articoli e nei libri. Ne sono felice. Ma le parole – diceva quello – sono importanti. Cambiano nel tempo, si perdono, rinascono, però mantengono un fuoco dentro. Mi piacerebbe che quel fuoco restasse.
    Per quanto riguarda la tua frase “non trattarla come un marchio, un logo, un brand”, sbagli persona: non sono io la persona che ha registrato il marchio. E’ un’altra. Mai registrato marchi in vita mia.
    Buoni passi a te,
    Luigi

  7. carla de bernardi ha detto:

    Luigi ciao, Alberto ciao (e ciao tutti gli altri).Vi ho letto e capisco, forse perché da quando una curva troppo stretta da affrontare ha tagliato in due la mia vita ho smesso di pensare…cerco di intuire, di vedere da un altro punto di vista, se non dall’alto (non ho,,ohimé, ali), di mettermi nei panni degli altri in modo semplice e sincero e, se riesco, anche “intelligente” nel senso di intelligere e non ignorante nel senso di ignorare.
    .
    Ho smesso di fingere di essere diversa da quello che sono, almeno lo spero.

    E allora vi dico che, le vostre, le nostre strade si ricongiungeranno, dove e quando non lo so.
    Ma per favore, Luigi, non mettiamo ostacoli sulla via. La viandanza é un nome bellissimo, splendente, riflette la terra, il sudore, la carne, l’anima, l’acqua, la terra e l’aria nella quale camminiamo e da svegli sogniamo. E rimanda a un fuoco che non ci consuma ma ci rigenera, perchè di fuoco si tratta anche se non brucia.Ma è solo una parola, come tante, come tutte. Parole, parole, parole.Lascia che faccia la sua strada che ha iniziato anni fa, ne siamo tutti testimoni. E’ tua, non si discute, nessuno te la toglierà mai, ma non trattarla per favore come se fosse un marchio, un logo, un brand. Per quello ci sono Armani e Dolce e Gabbana. Lascia che ogni volta che si scrive, si nomina si pensa si ama la viandanza, il pensiero di tutti vada a te, che l’hai sognata e l’hai messa al mondo. Ma per favore non imprigionarla La viandanza è libertà..
    E se la riprenderai un giorno, in altro modo da ora, sarà la stessa, credimi.
    Con l’affetto di una che va, come meglio può.
    Carla

  8. Anonimo ha detto:

    Ciao Luigi,
    sono d’accordo con te, è bello inventarsi le parole.
    Il cammino e la poesia devono accompagnarci lungo il sentiero.
    Mi permetto di inviarti una mia riflessione, dopo un cammino su un vulcano.
    ” LA MUSICA DEL CAMMINO”
    ” L’aria e il fuoco han modellato
    canne d’organo han creato
    autor sarai con i tuoi passi
    suonar la musica dei sassi ”
    Valerio

  9. Caterina ha detto:

    A te Luigi, sognatore diurno.
    Ho letto con empatia e com/preso il tuo sentire.
    Alla fine della lettura mi è sorto un pensiero.
    Come un figlio di carne può diventare altro da te anche la Viandanza può prendere altre strade.
    Come un figlio di carne deve essere lasciato andare, così dovresti lasciare andare la tua figlia Viandanza.
    Questo vuol esser solo un lieve pensiero.
    Buon cammino.
    Caterina, flâneuse e sognatrice

  10. Paolo ha detto:

    Ciao Luigi, se sentivi veramente quello che hai scritto hai fatto bene. Ma ricordiamoci che l’altra parte del cammino è quello di non essere trasformato in una sorta di religione mettendoci dentro troppe regole (spesso costruite dai vari personaggi che ne compongono la confraternita) il cammino è libertà e consapevolezza (quella che ti fai sulla strada che percorri) e deve mantenere un suo aspetto laico SEMPRE….è per quello che cammino e che amo il camminare. Ci sentiamo alla prossima Viandanza alla quale parteciperò con piacere. ….un abbraccio.

  11. LUCIA DE LUCA ha detto:

    BRAVO LUIGI,HAI AVUTO IL CORAGGIO ……DI LASCIARE QUALCOSA CHE NON CONDIVIDEVI PIU’……..PENSO CHE QUESTO TUTTA SCELTA SIA’ DOVUTA ANCHE AL FATTO CHE HAI PERCORSO IL CAMMINO DI SANTIAGO VARIE VOLTE.IO L’HO FATTO SOLO UNA VOLTA,PARTENDO DA SOTTO I PIRENEI FINO A SANTIAGO …E TUTTA SOLA SOLETTA……..TUTTI GLI 8OO KM.QUESTA ESPERIENZA MI HA CAMBIATO LA VITA IN MEGLIO

  12. Homo Radix ha detto:

    Caro Luigi,
    nei nostri cammini siamo arrivati lontano. Non è, non credo, un lontano rispetto ad un qualsiasi punto cardinale e quindi obbligato, opportuno. Si tratta di una distanza segnata dall’esperienza e dai punti di partenza. Come sai ho sempre avuto a cuore le parole ingestibili – poesia, radice, generazione – ma sono convinto che le nostre scelte di vita possano in qualche modo alleggerire e approfondire il mondo. È vero che oggi risulta difficile credere di incidere nel mondo semplicemente attraversando il paesaggio con due scarponi ai piedi e quattro versi fra le labbra, ma spero che sia la nostra strada. Liberiamoci delle targhe al valore civile, delle posizioni, dei ruoli e di quella voglia di avere tutto quel che si può avere fino alla fine dei giorni, come purtroppo fanno le generazioni prima della nostra. Quella fame che li divora è per me un sole nero che spero di dimenticare ogni qual volta penetro in un bosco. Alcuni di noi hanno scelto la libertà, il movimento, l’erranza – al di là del termine scelto o coniato – e questa dedizione alla meraviglia della parola. Il resto conta poco o nulla. Ti abbraccio

  13. nacciluigi ha detto:

    Caro Alberto,
    grazie del messaggio. Buona strada a te,
    Luigi

  14. franz ha detto:

    Non so, e sticazzi no? 😀

  15. micaela ha detto:

    Grazie per le tue sempre bellissime parole e per i tuoi sempre così profondi pensieri.

  16. Alberto Conte ha detto:

    Caro Luigi,
    Ti ringrazio per le belle parole che ci hai regalato nel tuo saluto, e per la parola a cui hai dato corpo e vita, Viandanza.
    Sono una delle persone che anni fa “si convinsero della bontà dell’idea e della bellezza della parola”, dopo quattro anni ne rimango convinto, e penso che ancora avrebbe spazio e possibilità di esprimersi nel Festival, e tu con lei.
    Mi dispiace che tu la pensi diversamente e che abbia deciso di uscire da questa bella esperienza, ma rispetto la tua decisione e accolgo la tua richiesta di non usare una parola che senti tua in un evento al quale non parteciperai.
    Il prossimo Festival sarà diverso rispetto alle edizioni precedenti, sarà diverso il periodo, sarà diverso il programma, ma lo spirito e la filosofia che abbiamo condiviso in questi anni, i “sogni diurni” elaborati in migliaia di chilometri di cammino, saranno gli stessi.
    Quei sogni, quella filosofia, ti devono molto, e anche se non comparirete nel cartellone tu e la Viandanza camminerete con noi.
    Grazie Luigi, buona strada,
    Alberto Conte

  17. Stefano ha detto:

    Bello, scritto con il cuore, la viandanza lo sentirà…

  18. Mariarosa ha detto:

    Perché va sempre a finire così…

  19. guido ha detto:

    caro Luigi, quanta sintonia con le tue parole. in più tu poi hai la magia del poeta.
    ti invio un sorriso e…fai cose belle
    guido

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