Il passo dell’ultimo

Monte Golič

Non tutto è giorni di sole,
e la pioggia, quando manca molto, si chiede.

Fernando Pessoa, Il pastore di greggi, XXI

 

A volte in cammino ti senti solo, moltissimo. Perché in cammino tutto si potenzia. Cammini una settimana e quando torni a casa ti pare di essere stato via dei mesi. Ugualmente, quando in cammino ti senti solo è come se tutti i frammentati io che popolano il tuo corpo si moltiplicassero fuor di misura. Sei, in quel momento, affollato da solitudini puntate ciascuna in una direzione, una mastodontica forza centripeta, tu che stai per essere smembrato in migliaia di pezzi. Anche nella vita di tutti i giorni ti capita di avvertire questo stato d’animo. Ma lì, paradossalmente, ti sei assuefatto al sentirti solo in mezzo agli altri. Ti metti le cuffie e fai finta che gli altri non esistano. I rumori di fondo del traffico soffocano le voci che giungono dall’interno.

Invece in cammino non c’è verso. Se nel bosco ti senti solo, non saranno gli acuti dell’astore a distrarti. Non sarà nemmeno il miracoloso ritrovamento delle impronte dell’orso o del lupo. Passerai accanto alle sgargianti peonie selvatiche senza accorgertene. Tutto riverso e ricurvo in te, con tutti i tuoi io nell’atto dello staccarsi da te, una affollata solitudine noncurante delle meraviglie intorno a voi. Questa affollata solitudine si è formata ed è cresciuta nell’arco di pochi chilometri, a tua insaputa. Stavi camminando con altre persone, che conoscevi o di cui non sapevi nulla, e i loro discorsi ti hanno annichilito. Nonostante fossero a metri e metri da te, le tue orecchie sono state in grado di captare quei suoni. Perché tutto si potenzia, anche i sensi, in cammino.

Era una faggeta secolare. Soffiava la bora, e il fatto che soffiasse era già di per sé un prodigio, perché non era inverno. Il tremolio delle foglie dei faggi ti ammutoliva. Eri aperto, aperte le narici e aperti i pensieri, avevi il sorriso ebete del viandante che di nulla ha bisogno. Poi qualcuno ha detto “questo bosco fa schifo”, e un altro “questo bosco non finisce mai”. Qualcun altro, più dietro, ha maledetto il vento. E un altro ancora ha lanciato ingiurie contro la pioggia che filtrava dalle chiome. Era un domino: brutta parola portava brutta parola. Questi, che spargevano nella faggeta le brutte parole, avevano la testa bassa, camminavano come buoi aggiogati all’aratro. Le loro brutte parole si sono infilate nelle narici, sono scese per la trachea, hanno occupato gli alveoli, hai avuto un attacco d’asma. Non riuscendo più a respirare, hai cominciato ad abbassare la testa, che tenevi alta da ore, e ti sei iniziato a preoccupare, hai pensato solo a te. Il tuo cammino è finito lì.

Un’altra volta, dopo una giornata clamorosa passata a contare i narcisi in una prateria in quota, hai notato, arrivando a tavola, che molti avevano iniziato a mangiare, e che altri ancora mancavano. Eravate tutti assieme, e avevi dato per scontato che tutti ci si fosse aspettati per fare un brindisi, per ringraziare le persone che avevano cucinato, magari per dirsi qualche parola buona. Così ti sei permesso di esprimere il tuo disappunto agli altri. Era più che disappunto, era una forma di dolore, e forse hai usato un tono forte, il tono di chi, appunto, si è appena fatto male o si è sentito male e non può trattenere il grido. Gli altri però non hanno battuto ciglio, così quello che non era che un moto iniziale di dolore si è trasformato in dolore vero e proprio. Il tuo cammino è finito lì.

Un’altra volta, ed è stata la volta in cui il dolore è stato insopportabile, ti trovavi su un sentiero in salita. Eravate una quindicina di persone. Faceva freddo, c’era la neve, la cima era lontana. Quella cima l’avevi desiderata e pensata così tante volte che l’emozione ti serrava la gola. Cercavi di far sì che il desiderio di vederla, quella cima, non si tramutasse in desiderio di conquistarla, di apporci la tua bandierina. Combattevi contro l’aspettativa, volevi arrivarci ma scaldavi dentro di te il pensiero che, se non fossi riuscito ad arrivarvi, sarebbe stato bello lo stesso. Questa lotta era gioiosa. La gioia era aumentata dalle lotte di chi ti stava accanto. Amavate la cima e la combattevate allo stesso tempo, scambiando battute, facendovi i dispetti, volendovi bene. Poi, è successo d’improvviso, ti sei reso conto che il gruppo non c’era più. Erano andati avanti. Erano stati più veloci di te. Hai realizzato di essere l’ultimo. Ti sei sentito solo, hai avuto paura, ti sei sentito abbandonato, sei tornato indietro. Il tuo cammino è finito lì.

Da quella volta, quando uno resta indietro tu resti indietro con lui, o ti fermi ad aspettarlo. E se altri vanno avanti tu gridi. Non gridi per rabbia, ma per dolore. E quando cerchi, una volta ricomposto il gruppo, di spiegare quel dolore, intuisci che solo qualcuno lo comprende. Comprende non chi è stato ultimo altre volte, perché tutti lo siamo stati, ma chi ancora conserva la memoria di quel dolore. Quella memoria impedisce di iniziare a mangiare prima che siano arrivati gli altri. Di portare via il letto, nel rifugio, a chi ne ha più bisogno di te. Di tenere per te ciò che puoi dividere. Non sempre quella memoria è piena e forte. A volte si offusca, e in un attimo sei chino in te, pensi solo a te, il tuo egoismo vince. Cammini, pensi, per tenere piena, forte, accesa quella memoria. Hai imparato che, senza l’ultimo, non c’è cammino.

 

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3 risposte a Il passo dell’ultimo

  1. maria ha detto:

    a volte è difficile accettare questa solitudine perchè in questo cammini ti aspetteresti che tutti esternino dalla loro anima i sentimenti più profondi di condivisione di bellezza, gioia, fatica, attenzione, ascolto, attesa , invece frequentemente ti senti solo, ma anche questa è una lezione di vita: ti permette di conoscere le persone sotto una nuova luce, scoprire il loro animo e il tuo.
    Maria

  2. bbverdemusica ha detto:

    Anche nella vita quotidiana succede così.
    Sei contento e ti assapori la vita ma incontri persone che con insistenza ti mostrano il lato brutto dell’esistenza e ti fanno abbassare la testa.
    Oppure non hai capito qualcosa o sei rimasto indietro con un pensiero o un progetto e gli altri sono già andati oltre, senza spiegare e senza aspettarti.
    Non è tristezza di non essere capiti o di essere soli. Hai ragione. E’ proprio il dolore dell’ultimo.
    Che però ti fa nascere come persona nuova, attenta a chi cammina insieme a te.
    Grazie! Anna Maria

  3. Renato Atzeni ha detto:

    bellissima rflessione che “scende” sulle vette più alte della profondità di pensiero.grazie.

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