Camminare non serve a niente

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Vai a cuore aperto fino all’uomo
Edmond Jabès, Poesie per i giorni di pioggia e di sole e altri scritti

Camminare non dà dipendenza. Camminare non è importante. Camminare non serve a niente. Pensaci bene: sei andato a piedi dalla porta di casa a quella dell’ufficio (per risparmiare tempo e benzina), dalla stazione dei treni all’hotel (per risparmiare i soldi del taxi), al matrimonio del tuo amico (per non stropicciare il vestito in macchina), al funerale del tuo amico (per lo stesso motivo), nel parco (per bruciare calorie). Sei andato a piedi migliaia di volte nella tua vita. C’era sempre una ragione per andare a piedi. Un risparmio, un guadagno, insomma, una convenienza.

Il cammino, invece, dà dipendenza. La dà perché in cammino vai, como scrive Jabès, a cuore aperto fino all’uomo. La dipendenza non è data dall’andarci a piedi, ma dal cuore aperto, cioè il come, e dall’uomo, cioè il fine. Non c’è alcuna utilità in questo atto. Anzi, non puoi che riceverne un danno. Ci sei tu, a petto aperto, con tutto ciò che ne consegue. Nel petto potrebbero infilarsi rondini, gazzette, cormorani, anguille, pesci siluro, fiumi interi, litorali con pinete frangivento, golfi e mari e così via. Nel tuo petto aperto può entrare chiunque e qualunque cosa. Sei alla mercé del mondo, sei fragile, distruttibile. Vai verso l’uomo. Quale uomo? Per portargli o dirgli cosa? Nulla. Non ti viene richiesto nulla. Non porti doni o offerte. Porti il tuo petto aperto, con tutto ciò che ne consegue. Quell’uomo, se lo troverai, e se ti accoglierà, farà di te ciò che vuole. Questo è il cammino, questo crea dipendenza.

Questa dipendenza è fortissima. Quando torni da un cammino, la senti dentro e addosso, vorresti strapparti la pelle, staccarti la testa pur di non sentirla più, ma non c’è niente da fare. Allora esci, senza aver ancora disfatto lo zaino, e vai a camminare. Ti sembra, al momento, di stare meglio. Torni a casa e la voglia di strappare la pelle e tagliare la testa sono intatte. Così capisci che camminare non serve a niente. Che sei dipendente da altro. Ti tornano alla mente le chiacchierate sugli argini impestati di zanzare. Le notti insonni in camerate umide e affollate. Il signore di novant’anni che hai incontrato sulla vecchia Romea, appoggiato al muretto, che ti ha raccontato di quando è saltato da un treno tedesco e se l’è fatta tutta a piedi fino al Polesine. Ti tornano in mente, prima ancora dei paesaggi, le persone che hai incontrato. E capisci che erano quelli gli uomini a cui hai portato il tuo petto aperto. Che ognuno di essi ha preso una parola, l’ha chiusa in un pugno, poi il pugno è entrato nel petto, la mano si è aperta, la parola s’è ficcata dentro. Tu sei pieno di parole. Di voci che riecheggiano nel petto e nella pancia e nella testa, non nei piedi. Nessuna camminata eliminerà quelle voci. Camminare non serve a niente. Camminare e cammino non sono la stessa cosa.

Ti è capitato di lamentarti, durante il cammino, perché altri avevano il letto e a te toccava il pavimento. Ti sei arrabbiato perché altri, a tavola, mangiavano porzioni più grandi delle tue, o perché altri hanno usato i soldi della cassa comune per prendersi della frutta solo per loro, o anche solo un frutto o una birra in più. Oggi, che sei a casa, ti rendi conto che del letto non sai che fartene, che hai un sacco di cibo in frigo che andrà a male e che la cassa comune, anche se imperfetta, è sempre meglio del mors tua vita mea in cui vivi. Ora capisci che non aveva senso lamentarsi, che ci vuole tempo per allontanarsi da sé, e che solo allontanandosi da sé si può andare verso l’uomo che ti aspetta per mettere le sue parole nel tuo petto. Ciò che crea dipendenza è proprio questo movimento di fuga dal proprio egoismo, dalla propria vita ristretta e confinata, da una solitudine che in cammino non hai mai provato. «Solitari, / ma non soli», dice Petr Král. Eccola là, la dipendenza da una forma di vita comunitaria e solitaria allo stesso tempo, in cui il denaro non conta perché non si conta e non si conta perché non conta, in cui si progredisce come esseri umani rapidamente e visibilmente, e in cui non si riesce a non essere allegri, a non ridere nella tormenta, a non godere in continuazione di ciò che si vede e di ciò che non si vede. La domanda la conosci già: come fare a mantenere il petto aperto, le parole in vita, ad allontanarsi da sé, ad andare verso l’uomo, a restare in cammino al di là dei propri piedi?

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3 risposte a Camminare non serve a niente

  1. camminante ha detto:

    E’ quello che mi chiedo ogni giorno…. come non chinarci in noi stessi? Come portare il cammino nella “vita vera”? Come portare quella sensazione profonda di condivisione e uguaglianza che ci fa sentire parte del tutto, del cammino, dell’umanità e del mondo?

  2. szandri ha detto:

    Forse solo continuando a porsi questa domanda…

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