Sui morti in mare, sullo straniero, sull’avvenire

terraferma_film_crialese

Al viandante aprivo le mie porte
Giobbe 31, 32

Barbari sono tutti coloro che hanno una pronuncia pesante e impastata
Strabone, Geografia, libro XIV

 

«Allo straniero non domandare il luogo di nascita, ma il luogo d’avvenire», scrive il dimenticato Edmond Jabès in Uno straniero con, sotto il braccio, un libro di piccolo formato. E scrive anche: «lo straniero ti permette di essere te stesso, facendo di te uno straniero», a patto che lo si guardi di spalle, che la visione del suo volto non sia piena, perché «ciò che ti è davanti riflette la tua immagine; ciò che ti è dietro, il tuo volto perduto». Ho pensato a queste parole in questi giorni, ho tentato di depositarle nel silenzio, sperando quasi che non fossi più costretto a pensarle, ma che si pensassero da sole, e mi accompagnassero per mano. «Bisogna imparare a scrivere con parole inzuppate di silenzio», dice Jabès. Non dice di fare silenzio tra una parola e l’altra, ma di riempire le parole di silenzio. È tutt’altra cosa. È difficile.

Migliaia di corpi vengono verso di noi. C’è chi vorrebbe respingerli, chi eliminarli, chi si compiace che il mare li inghiotta. C’è chi si indigna per quell’odio, chi rende pubblici i nomi di chi odia, chi scende in piazza e li combatte. C’è poi chi resta indifferente a guardare, chi decide di non guardare, chi non si pone nemmeno il problema di guardare oppure no. C’è infine chi, per lavoro o come volontario, dedica il suo tempo ad accogliere quei corpi. In qualunque di queste schiere ci si trovi, la situazione non cambierà: quei corpi continueranno ad arrivare. Via mare, o via terra, supereranno muri, dighe, navi militari, reticolati, qualsiasi ostacolo possiamo immaginare. Non ci sono argini in grado di fermare un fiume in piena. Verremo travolti dal fiume.

Quei corpi vengono spinti dalla disperazione. Se non fossero disperati, non partirebbero. Chi è disperato è una creatura che può rischiare tutto, tutto significa la propria vita. Noi, che abbiamo il culo al caldo, diciamo ogni tanto di essere disperati, quando ad esempio ci lascia una persona che abbiamo amato, o quando perdiamo il lavoro, o quando non abbiamo i soldi per pagare il mutuo, o quando scopriamo di avere una malattia. Usiamo la parola “disperazione” a sproposito. Ne usiamo moltissime a sproposito. Se fossimo realmente disperati, verremmo invasi dal silenzio. Il silenzio si approprierebbe delle nostre parole, poi dei nostro corpi, fino a sostituirsi alle nostre vite. A quel punto e solo a quel punto lanceremmo un grido, e dopo quel grido abbandoneremmo tutto. La disperazione ha a che fare con il silenzio, con il grido, con l’abbandono, con l’esodo. Un esodo da se stessi, prima di tutto. Un esilio, una partenza senza ritorno, un volto che non si volta.

No, noi non siamo disperati. Noi non sappiamo cosa siano il silenzio, il grido, la perdita. Abbiamo illusioni, non abbiamo speranze. Solo chi è stato disperato può sperare. Noi siamo conservatori anche quando diciamo di essere progressisti. E se conosciamo un progresso, è solo quello tecnologico. Non progrediamo come esseri umani, perché per farlo dovremmo essere capaci di sperare, e prima ancora di disperare. Per disperare dovremmo prima perdere tutto. Ci si può esercitare nella perdita? Si può tentare. Si può scegliere di non comprare una casa, di comprare oggetti il meno possibile, si possono lasciare rapporti sterili, passioni futili, lavori che ci rendono infelici, si possono perdere una cosa e una persona ogni giorno. Si può sperimentare la perdita. Solo così possiamo andare incontro allo straniero e lo straniero può venire incontro a noi. Lo straniero che è fuori di noi, e quello che è dentro di noi, entrambi. È solo nella perdita, nel perdere, nel perdersi, nel perderci, che può avvenire l’incontro. Più perderemo, più diventeremo umani.

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3 risposte a Sui morti in mare, sullo straniero, sull’avvenire

  1. laura ha detto:

    La Gentilezza

    Prima di sapere che cosa sia veramente la gentilezza
    devi perdere delle cose,
    devi sentire il futuro dissolversi in un momento
    come il sale in un brodo leggero.
    Ciò che tenevi nella mano,
    quello che avevi contato e conservato con tanta cura,
    tutto questo deve andarsene così saprai
    quanto possa essere desolato il paesaggio
    fra le regioni della gentilezza.

    Prima di imparare la dolce gravità della gentilezza,
    devi viaggiare fin dove l’Indiano, nel suo poncho bianco,
    giace morto sul ciglio della strada.
    Devi capire che potresti essere tu quell’uomo
    e che anche lui era qualcuno
    che viaggiava nella notte con dei progetti
    e con il semplice respiro che lo teneva in vita.
    ….

    Naomi Nye Shihab

  2. Pingback: Sui morti in mare, sullo straniero, sull'avvenire - Bora.La

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