Camminare in Carso

Carso

Nel monte li mangia la terra
Gaddus (Carlo Emilio Gadda), Sul San Michele

Si va per la strada profonda spastata, ingoiata. Confusion d’ordine; file perdute: barcollii di volumi spossati ricurvi, spossati e cacciati nel buio dal flutto dei morti che non è libero ancora, che non sarà libero mai
Clemente Rebora, Senza fanfara

Camminare in Carso è difficile. Non lo è per le zecche, né per le vipere dal corno, per le vie pietrose e sconnesse o per i dislivelli. Le zecche le togli, le vipere non le incontri mai, le pietre aguzze rendono più salde le caviglie, i dislivelli sono minimi. Ti perdi, ti perdi spesso, anche se ci sei nato, in Carso, anche se lo frequenti da una vita. La landa ormai è quasi scomparsa e la boscaglia impera. Lo scotano invade i sentieri, soprattutto quelli meno battuti, cioè la maggior parte, e questo perché non si cammina più in Carso come un tempo. A volte non ti rendi conto che a pochi metri da te c’è una grotta spettacolare. Ce l’hai segnata sulla tua mappa Tabacco e non la vedi. La grotta Bac, la grotta dell’Orso, la Lindner, e così via, a migliaia, a pochi metri da te, eppure invisibili. Ti potrebbe accadere lo stesso con la Dolina del Druidi, o dei Bogomili, o dello Sterpacevo, tanti nomi per definire lo stesso posto. Quel posto dovrebbe stare lì, a pochi metri da te, ma non lo trovi. O l’Abisso Plutone, o i campi solcati di Borgo Grotta Gigante, o la grotta Zita, o quanto altro ancora? Stanno lì, da molto tempo, ma è come se non ci fossero. Se chiedi, difficilmente qualcuno saprà risponderti. Probabilmente ti si risponderà con un bel “volentieri”, che a Trieste significa “volentieri ma non so come aiutarla”. Insomma, hai le mappe e ti perdi, non trovi ciò che vorresti trovare, non ti trovi. Tuttavia no, non è questo senso di smarrimento che rende difficile il camminare in Carso.

Carso

Potrebbe essere difficile per la ricchezza della flora, costituita da più di un migliaio di specie, se si restringe il campo al Carso di Trieste e di Gorizia. Le potrai mai conoscere tutte? Questa ignoranza ti può annichilire. Non riesci nemmeno a imparare i nomi delle 21 vasche del torrente Rosandra, tra la cascata e Bagnoli, figuriamoci se puoi aspirare a riconoscere tutte quelle piante. Lo stesso accade con i fenomeni tipici del carsismo: le vaschette di corrosione, le scannellature, i fori di dissoluzione, i campi solcati, etc. etc., e poi tutti i fenomeni ipogei, sotto di te, nelle migliaia di grotte. Per non parlare degli insetti, degli uccelli, e via andare. Non ce la farai mai. Rassegnati. Così come non ce la farai mai a contare tutti i nidi di processionaria che vedi sui pini neri. Pini neri voluti dagli austriaci, eh sì, gli austriaci. Ma prima ancora gli Istri, i Romani, Attila, e avanti nella Storia, fino alla Grande Guerra, le trincee dell’Hermada e del Cocco, le grotte con le incisioni della carne da macello, i bunker, il fascismo, la campagna contro le genti slave, il nazismo, le truppe di Tito, le foibe, il Territorio Libero di Trieste, Zona A, Zona B, i profughi, l’Oleodotto Transalpino, la cortina di ferro, il Sentiero dell’Amicizia, i confini che saltano, e ancora prima di tutto il dinosauro Antonio, l’uomo delle caverne, l’orso delle caverne, le caverne, quante caverne…

Carso

La difficoltà non è data dal non sapere tutto ciò. La difficoltà è data dal peso di tutta questa memoria. Te ne rendi conto quando cammini nelle trincee del Promontorio Bratina: un fazzoletto di terra e pietre trivellato da bunker. All’inizio del sentiero, vicino al vecchio mulino, un cartello attaccato a un albero dice: “attenzione, zona infestata da zecche”. E subito ti chiedi: è stato messo per salvaguardare la salute dei visitatori o per indurli ad andarsene? Tu prosegui e pensi al soldato nel riparo con muri paraschegge, infestato da zecche, pulci, terrorizzato dagli spari, a cui sarà tolto il proprio nome, ignoto nei secoli dei secoli. Dimenticato da tutti, esattamente come la diligente colonna formata da larve di processionaria che trovi schiacciata sul sentiero. Tutti questi morti senza nome, che giacciono sotto di te, che chiedono di essere ricordati. Morti che sono scivolati come l’acqua piovana negli abissi sotterranei, che sono precipitati nel Timavo, che il Timavo ha condotto al mare. Guardi il mare di Trieste, pensi alle navi affondate, ai sommergibili Molch della baia di Sistiana, agli squali bianchi che un tempo arrivavano attratti dalle tonnare, ai morti che si riconciliano ai morti. Come sopportare tutto ciò?

Carso

Con la bora che tutto spalanca? Con il vino aspro delle osmize? Con le tipiche passeggiate dei triestini di città, sul Sentiero Rilke o sulla Napoleonica o sulla ciclabile dell’ex ferrovia, fatte di domenica, per portare a spasso il cane, solo se c’è il sole, lontane dalle doline scure, dai tobruk, dai resti delle artiglierie, dalle casematte? Puoi farlo. Oppure puoi decidere di camminare con tutti quei morti. Entrare nelle grotte, combattere l’ansia del buio, metterti a leggere nelle trincee, sul ciglio delle foibe, interrogare le rudiste, le orme dei caprioli, le scie delle processionarie, leggere ad alta voce i nomi dei soldati incisi nel calcare, omaggiare le rupi dei suicidi, le arrugginite sbarre dei confini, le lapidi e le steli scritte in più lingue, le croci avvinte dall’edera. Puoi fare tutto questo da solo, puoi portare con te altre persone, potete camminare con tutto questo peso e allo stesso tempo con un accenno di sorriso,  potete affratellarvi con dolcezza. Così, pensi, devi amare il Carso.
Camminarci, nonostante sia difficile, camminarci.

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