Che cosa c’è dopo la morte, che cosa c’è prima

il_settimo_sigillo

Ma anni fa, prima di facebook e di twitter, prima dei blog, avevamo tutti sempre così tante cose da dire, ogni giorno? Tutta questa necessità di far sapere agli altri cosa pensiamo su questo su quell’argomento, anni fa, dove stava? Io non mi ricordo, negli anni ’90, di folle in delirio per le strade col megafono, o attaccate ai citofoni, a rendere partecipe il prossimo della propria idea su Tangentopoli, sul massacro di Srebrenica, sull’accordo D’Alema-Berlusconi o sul rigore sbagliato da Baggio e Baresi in quella afosa finale di Coppa del Mondo.

Eppure, un modo per renderli pubblici, i propri pensieri, c’era. I libri, i giornali, le opere. Naturalmente non bastava avere un pensiero, per renderlo manifesto in pubblico. Bisognava studiare, documentarsi, confrontarsi con chi ne sapeva più di noi, e solo alla fine quel pensiero avrebbe – forse – raggiunto un certo numero di persone. Sto scrivendo delle ovvietà, lo so. Così come ovvia è la domanda che mi sono fatto stamani: che accadrà quando morirò? È una domanda banale, che mi faccio ogni giorno. E siccome i social network sono pieni delle nostre banalità, ogni giorno ne cerco traccia. Ma non ne trovo, sarà perché cerco male. Se non trovi è perché non sai cercare, mi diceva il bibliotecario mentre costruivo la bibliografia della mia tesi.

Se spegnessimo il computer e il telefono, continueremmo a sentire il desiderio incontenibile di esternare i nostri pensieri? Più in là: ne avremmo così tanti, di pensieri? Quando si entra in un bosco, ad esempio, tendiamo a fare silenzio. Non tutti, una buona parte di noi sì. Quando entriamo in un tempio, anche, sia che si entri da turisti che da credenti. Anche in un cimitero, in una corsia d’ospedale. Guarda caso, siamo portati a stare zitti quando è più vicino a noi il pensiero della morte. Abbiamo molti pensieri ma non ci sembra il caso di tradurli in parole in quel luogo? Oppure il pensiero della morte è così forte da scacciare tutti gli altri? E come fa ad esserlo, dal momento che della nostra morte non sappiamo niente? La gran parte di noi non sa niente neppure dell’Isis, del conflitto arabo-palestinese, della luna, tuttavia ne parla. Passiamo molto del nostro tempo ad esprimere opinioni su ciò che non conosciamo. Sulla nostra morte, però, no.

Sulla morte dei nostri cari e sulla morte dello sconosciuto che ci fornisce la cronaca, invece, sì. Appena muore (scompare, viene a mancare, trapassa, passa a miglior vita, defunge, tira le cuoia, decede, esala l’ultimo respiro, procombe, schiatta, spira, perisce, si spegne, rende l’anima a Dio, crepa, si estingue, svanisce, se ne va…) qualcuno che ci è accanto, molti di noi lo comunicano sul proprio profilo facebook. Si fa per avvertire chi è lontano? Per ricevere affetto? Per sentirsi meno soli? Di tutto un po’, senza dubbio. Chi è fuori dal perimetro stretto di quel dolore risolve spesso la questione con un “condoglianze” o un “ti abbraccio”. O un “mi piace”, se del morto sappiamo poco o nulla, se non per sentito dire (ma che cosa ci piace, esattamente?). Poi possiamo passare, serenamente, a qualche articolo di gossip. Alla pubblicità, magari, se il ricordo del morto di turno è stato celebrato  – celebrato? – in televisione. Ad ogni modo, si tratta sempre della morte altrui. Della mia morte, invece, quando ne parlo? Perché non ne parlo?

Un articolo intitolato “Cosa c’è dopo la morte? Ecco un clamoroso studio inglese” è stato condiviso in facebook 288mila volte. Si accenna alla possibilità che la coscienza di sé si estenda anche dopo il decesso. È clamoroso nel senso che suscita clamore, ma la scientificità non c’è, non ci può essere. Lo si condivide 288mila volte perché si spera. Stiamo per colonizzare Marte, ma ancora non sappiamo cosa ci aspetta dopo aver terminato di esistere. Resterò sotto forma di spirito vagante per il mondo, entrerò in una dimensione sconosciuta, sarò cosciente di me nei secoli del secoli dentro la terra, trasmigrerò in un’altra creatura, forme di vita aliena mi condurranno in un’altra galassia, nuoterò nei sacri fiumi dell’oblio, o sarà come un sonno senza risveglio? Quante sono le domande? Da perderci una vita, a tentare di rispondere. Sia quel che sia, tutto ciò che siamo e possediamo finirà.

Questo ignoto che preme insistentemente sulla nostre vite non è paragonabile a nessun altro ignoto. È più ignoto dell’universo, più ignoto dell’amore, più ignoto della poesia. E allora, visto che ci piace così tanto discutere di ciò che non conosciamo, perché non parlare il più spesso possibile dell’ignoto per antonomasia? Perché non farlo ogni giorno, come esercizio? Perché non riempire i nostri status facebook, twitter, i nostri blog personali e collettivi, le nostre conversazioni al pub e alla fermata dell’autobus, di domande sulla nostra morte? Rendere questo ignoto all’ennesima potenza un ignoto familiare? Se il pensiero della mia morte mi accompagnasse ogni giorno, non sarei incentivato ad impiegare al meglio il tempo che ho? Che senso ha pensare di uccidere qualcuno, sapendo che tanto, prima o poi, quell’essere scomparirà? Che senso ha restare per anni in un lavoro che non sopporto, in una relazione sterile, in una gabbia asfittica fatta di mutui e bollette e cambiali? Che senso ha riempire la casa di oggetti che non potrò portare con me? Che senso ha sentirsi arrabbiati, frustrati, depressi, odiosi? Che senso ha trascorrere ore di fronte al pc? Posso impiegare in un altro modo il tempo che ho? A cosa e a chi posso dire no, a chi e cosa posso dire sì?

Cosa c’è di più rivoluzionario di questo pensiero della fine?

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4 risposte a Che cosa c’è dopo la morte, che cosa c’è prima

  1. Dario Moriontini ha detto:

    Non si parla della propria morte perché ne abbiamo paura, tristezza, non senso, assurdità assoluta. Nessuno è mai ritornato tranne quei casi descritti nelle religioni ma per credere ad essi dovremmo avere fede ed è difficile averla e pochi la possiedono. C’è un pensiero di cui ancor meno parliamo: chi eravamo prima di nascere e come misurare quel tempo quell’istante dal passaggio dalla non esistenza all’esistenza. L’unica consolazione, ma non è sicura, è che tutti muoiono e quindi la morte non dovrebbe essere poi così negativa o dolorosa. Nell’attesa il pensiero della propria morte ci causa un dolore infinito e preferiamo non affrontarlo.

  2. Michele ha detto:

    Caro Luigi, mi sembra che aggiungi un altro tabù, oltre alla morte…Dio e la fede in un aldilà,che non nomini neppure come una delle ipotesi. Con affetto Michele

  3. Valeria Frattolin ha detto:

    “Quando un uomo muore resta solo il solco di una radice,per un pò la fragranza.” (C.Sinicco).
    ci sta….

  4. chi può scrivere un libro un giornale un opera? Io no… tu nemmeno credo… perchè demonizzare sempre lo strumento che tu stesso stai usando in questo esatto momento?
    Perchè demonizzare uno strumento che mi permette di esprimermi, comunque io sia, solo perchè “prima non c’era” (??)…. e allora forse non avevamo niente da dire????
    Perchè etichettare come “banale” l’altro, in base a quale metro di misura in base a quale giudizio?

    Hai scritto un articolo molto bello e interessante, il tema della morte è profondo e collegato alla qualità ed al senso della vita che viviamo, e non tutti sono disposti a soffermarcisi come tu stesso sottolinei…. mi hanno solo stonato quelle frasi… e volevo condividerlo con te grazie a questo mezzo!

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