Trieste ha ancora una scontrosa grazia?

Umberto Saba dà da mangiare a un piccione (credits: Mondadori Portfolio)

Umberto Saba dà da mangiare a un piccione (credits: Mondadori Portfolio)

Per mancanza di quiete la nostra civiltà sfocia in una nuova barbarie. In nessun tempo gli attivi, vale a dire gli irrequieti, hanno avuto una maggiore importanza. Per cui una delle necessarie correzioni che si devono apportare al carattere dell’umanità è quella di rafforzare in larga misura l’elemento contemplativo.
Friedrich Nietzsche, Umano, troppo umano

Stamattina sono entrato in una tabaccheria per comprare un francobollo. Non ne aveva. Così sono entrato in un’altra tabaccheria, e non ne aveva. Quindi la terza, la quarta, la quinta. Finalmente alla sesta ne ho trovato uno. Voglio parlare della scomparsa dei francobolli? No. Vorrei parlare di come sono stato trattato dai tabaccai che non mi hanno venduto i francobolli. Come? Male. Voglio parlare male dei tabaccai? No. Perché spesso – non sempre, ma spesso – vengo trattato nello stesso modo quando entro in qualsiasi negozio della mia città. O in qualsiasi ristorante, bar, hotel. In qualsiasi ufficio pubblico. Cosa vuol dire male? Vuol dire con poca educazione, con poca creanza si sarebbe detto un tempo. E pure quando l’educazione, seppur ridotta ai minimi termini, c’è, essa è accompagnata da una scarsa gentilezza. Diciamo pure da una piena, spigolosa freddezza. Come si chiama la mia città? Trieste.

Trieste ha avuto, probabilmente, una scontrosa grazia. Oggigiorno mi pare che abbia mantenuto solo la scontrosità. La grazia credo che l’abbia avuta quando è stata una città cosmopolita. Un mercato a cielo aperto, un mercato di merci, di pesce, di libri e di sguardi, un crogiuolo di genti che provenivano da altre terre e altri mari non (solo) per visitare il castello di Miramare, ma per lavorare. Quella grazia, o quello stato di grazia, quella eleganza non apparentabile ad altre eleganze, credo derivasse, al di là del fascino del paesaggio cittadino e di quello carsico, dal grado di umanità che quelle genti portavano con sé. La depositavano tra i banchi traboccanti di alici o sulle bancarelle del ghetto, nei caffè letterari, ai bordi dei binari della Stazione Centrale e di quella di Campo Marzio, un po’ qui e un po’ là. La grazia che restava per terra, in qualche viuzza o vicolo secondario, veniva prontamente rimessa in circolo dalla bora. In tal modo, senza che i triestini ne avessero grande merito, la grazia circolava. E si attaccava, in qualche maniera misteriosa, anche ai vestiti della buona borghesia locale, o ai panni sciupati del proletariato e del sottoproletariato che vivevano all’ombra del porto o nei quartieri popolari.

Negli anni del cosiddetto, secondo la definizione di Gilles Lipovetsky, «capitalismo culturale», in cui «l’iperconsumatore non cerca tanto il possesso delle cose di per se stesse, ma, piuttosto, la moltiplicazione delle esperienze, il piacere dell’esperienza per l’esperienza», Trieste spicca. La città di carta, il nessun luogo per eccellenza, la città-cartolina, la città senza industria e senza lavoro, una sorta di parco a tema dove il tema è la nostalgia (la nostalgia di qualcosa che si è stati o che si crede di essere stati), può rappresentare una meta agognata per milioni di turisti. E in questa direzione vanno le istituzioni locali: puntare sul turismo. Creare siti web con itinerari di ogni sorta, slogan da stampare su cartelloni stradali o da far girare nelle fiere del turismo internazionale, grandi eventi (dove ciò che conta, sovente, è che siano grandi). La speranza è quella di avere russi, tedeschi, giapponesi, tra qualche tempo cinesi agiati, che vengano qui a trascorrere un fine-settimana. Vengono, spendono, se ne vanno. Portano soldi. Ma portano anche la grazia che non abbiamo più? E noi, come li accogliamo? Loro, come si sentono accolti? A noi, che qui viviamo, al di là dei soldi, cosa resta? In termini umani, chi ci guadagna?

Il prossimo 7 febbraio, a Santiago de Compostela, si terrà un corso di formazione rivolto agli ospitalieri volontari (che già da anni ne organizzano a loro volta, sia in Spagna che sul tratto italiano della Via Francigena), ai gestori di rifugi privati e pubblici, ai proprietari di pensioni, hotel, ristoranti, negozi, impiegati dei punti di informazione turistica. Il corso, organizzato dall’Ufficio di accoglienza del pellegrino, dalla Cattedrale e da Turismo Galizia, parte dal presupposto che “i pellegrini che percorrono il Cammino di Santiago non devono trovare solo un’attenzione pratica, ma anche un appoggio alla propria esperienza personale, affinché sia dotata di un vero contenuto umano e spirituale”. Che cosa si prefigge, dunque, di trasmettere, questo corso? Lo spirito dell’accoglienza. Si può trasmettere con un corso di una giornata? No. Però è un buon inizio. Lo è perché finalmente questa dimensione, che non appartiene solo alla sfera economica, è stata fatta propria dalle istituzioni.

Io sogno una Trieste che sia il più possibile simile al Cammino di Santiago. Popolata di persone di ogni condizione socio-economica, di ogni formazione culturale e di ogni credo, dal viaggiatore ventenne che può permettersi solo un ostello economico (non a 7 km dal centro, come accade oggi) al ricco collezionista d’arte austriaco, passando per il rifugiato politico, l’operaio delle poche fabbriche rimaste, l’impiegato o il dirigente delle assicurazioni, l’artista bohémien che dipinge o scrive sul Molo Audace e cerca una stanza in affitto spartana la luminosa, il lavoratore transfrontaliero, il kebabbaro turco e il pizzaiolo napoletano. Sul Cammino di Santiago tutti camminano, mangiano, dormono assieme, e vengono ricevuti nello stesso modo da chi li accoglie, senza distinzioni. Questo si insegna o si cerca di insegnare nei corsi dedicati all’accoglienza (sì, ho partecipato a corsi di questo tipo). Tutta quell’umanità porta grazia, chi li accoglie mette la propria grazia, tutta quella grazia si percepisce, si sparge sul sentiero, si mette nello zaino, si riporta a casa.

Se a Trieste (e in regione) si organizzassero dei corsi mirati ad accogliere chiunque arrivi, sia turista, lavoratore immigrato, cittadino residente con generazioni di residenti alle spalle (rarissimi) o rifugiato politico, sia quel che sia, avremmo risolto il problema? No, ma sarebbe un inizio. Dei corsi per accogliere tutti, senza discriminazioni. Un buon inizio. Facciamoli, perché no? A patto che non siano condotti pensando solo alle questioni pratiche. Che al centro ci sia la dimensione umana. Per questo dovrebbero essere curati non dagli esseri irrequieti, non cioè dagli imprenditori, ovvero le uniche figure in cui siamo costretti a riconoscerci, i self-made-man, i rampanti, coloro che sbaragliano la concorrenza, ma dai contemplativi. Eh, i contemplativi. Ci sono ancora? Se ne trovano, sì, nelle biblioteche, nelle sale d’aspetto delle stazioni, anche se non sono attesa di alcun treno, negli angoli più remoti dei caffè in cui la musica non è assordante, sulle panchine superstiti, su qualche roccia bianca nascosta nella boscaglia carsica, con i loro binocoli. Ce ne sono, anche se sono sempre meno numerosi e meno visibili. Studiano, leggono, ascoltano la musica, passeggiano, prendono aria, osservano, pensano, danno da mangiare ai piccioni, perdono il tempo e poi lo ritrovano, e lo riperdono e lo ritrovano. Un tempo si mescolavano alla variegata umanità del porto, del Borgo Teresiano, del Borgo Giuseppino. Si mescolavano alla luce del sole. Erano molti. Erano la grazia di questa città.

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2 risposte a Trieste ha ancora una scontrosa grazia?

  1. Paolo S ha detto:

    Non facciamo dei corsi. Facciamo dei percorsi. 😉

  2. szandri ha detto:

    Come non condividere? Condivido. Ogni singola parola.

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