Il giorno in cui smetti di essere un turista

dietro la neve

dietro la neve

l’aria sopra le case la scomposta energia
(…)
la corda la carrucola le nuvole discordi
Adriano Spatola, Paesaggio

Arriva un giorno in cui smetti di essere un turista. Non lo puoi segnare sul calendario, ma sai che c’è stato un giorno in cui hai smesso di essere un turista e sei diventato qualcos’altro. Prima prendevi treni, aerei, pullman, facevi l’autostop, visitavi musei, leggevi le guide delle città, andavi a caccia di monumenti. Poi, in quel fatidico giorno che non puoi segnare sul calendario, è accaduto che hai perso interesse verso i cartoncini esplicativi in svariate lingue posti sotto i quadri che avevi studiato a scuola, le ore in fila per entrare in quella basilica, in quegli scavi romani, in quel castello in cui, si dice, il principe e la principessa e i conti e poi le battaglie e poi eccetera eccetera. Te ne sei accorto in libreria, perché saltavi a piè pari interi scaffali. Te ne sei accorto perché mentre la guida spiegava, mentre illustrava la straordinarietà di quella facciata romanica, tu guardavi il cielo, o forse guardavi la signora con le sporte della spesa, o guardavi un punto indistinto, dietro il paesaggio. Il tuo sguardo ti portava in un altrove che stava dietro, sì, dietro.

Tutto ciò è accaduto mentre nel mondo le compagnie aeree aumentavano di giorno in giorno, il tasso di natalità dei siti-web di viaggi cresceva oltre ogni previsione, e il turismo si trasformava in un’industria florida. La più florida. Fuggi dalla tua routine, ti dicevano. Scappa dall’ufficio, scappa anche se l’ufficio non ce l’hai. Tanto, ti si diceva, per essere un turista non hai bisogno di avere un lavoro fisso, non hai nemmeno bisogno di un lavoro, visto che le banche ti avrebbero prestato i soldi necessari per partire. Tutti i tuoi amici e i tuoi parenti, pure quelli che non sapevano esprimersi in nessuna lingua straniera e non avevano mai messo il naso e gli occhi e le mani e i capelli fuori dalla loro regione, iniziavano a viaggiare. Stavano via qualche giorno, scattavano centinaia di foto, foto che prima ti obbligavano a vedere in serate interminabili in soggiorni kitsch e che poi, di lì a qualche anno, ti avrebbero mandato via mail, prima di taggarti su facebook e instagram, in attesa del tuo fondamentale ‘mi piace’ di approvazione. Mentre avveniva tutto ciò, si espandeva in te il desiderio di restare a casa. Non volevi restare a casa, avresti voluto partire, ma partire in quel modo, no.

Poi un giorno, e lo puoi ricordare, qualcuno ti invitò a camminare. Prendi lo zaino e andiamo, ti disse. Un fine settimana, si dorme in bivacco, c’è qualche salita. Tu rispondesti no. Pensasti alle salite inaffrontabili, allo zaino che non possedevi e che, se avessi posseduto, non avresti saputo fare, al bivacco gelido in cui non avresti potuto dormire. Poi, però, ripensasti a quelle parole, nella loro esattezza. Chi ti aveva invitato non aveva parlato di visitare questo o quel posto. Non aveva parlato di soldi. Si cammina, si fa fatica, si dorme. Non aveva cercato di venderti alcuna beatitudine, non aveva provato a sedurti. Come se non ci fosse nulla di utile in quell’allontanamento da casa, nulla di memorabile, nulla da fotografare. Come se, quasi, non ne valesse la pena. E fu in quell’istante che realizzasti non il giorno, ché quel giorno non era rintracciabile nel calendario, ma la ragione per cui, tempo addietro, avevi smesso di essere un turista. Fu arrivando al bivacco, dopo una salita estenuante, con uno zaino sbilenco sulle spalle, nessun telefono o macchina fotografica nel marsupio, nessuno da cui comprare dell’acqua, nessuno a cui esibire la tua carta di credito o la tua carta d’identità, che giungesti a capire perché, anni prima, il tuo sguardo ti aveva portato altrove. Un altrove che stava – che sarebbe continuato a stare – dietro a tutto il resto.

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2 risposte a Il giorno in cui smetti di essere un turista

  1. nacciluigi ha detto:

    Buon cammino a te, Elisabeth

  2. groelly elisabeth ha detto:

    Come è giusto, il tuo testo!
    Sono francese e certe volte vorrei tradurre tutto quello, che, in lingua straniera mi pare sopra il resto; lo faccio a volte e lo farò con il tuo scritto, senza dubio, tagliandolo un po. So intimamente che non siamo diversi degli altri, ma un giorno abbiamo avuto, dentro di noi, la capacità o la forza di dire : no! basta… come il vecchio Rigoni Stern ci diceva, ripetendo ai miei studenti: “spegni la tv, prendi lo zaino in spalle e via via. Imparate a dire NO!”
    Grazie Luiggi! Buon cammino!
    Elisabeth

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