Chi è, che cos’è una guida?

gruppo di ombre viandanti

Da qualche anno sono una guida. Accompagno dei gruppi a piedi. Faccio parte de “La Compagnia dei Cammini”, un’associazione che nasce da un’altra associazione storica italiana, “La Boscaglia”. Siamo un gruppo di amici, prima che di colleghi. Dieci anni fa non avrei immaginato che un giorno sarei diventato una guida escursionistica, ma poi la vita ti conduce per strade che tu, fortunatamente, non conosci e non sospetti, e spetta a te decidere di imboccarle o di tornare indietro. Quando si è aperta questa strada di fronte a me e ai miei piedi minimi, ho deciso di percorrerla. Non sono se sono una buona guida, però so, con certezza, che la strada su cui mi sono messo è buona. O meglio: lo sanno i miei piedi.

Il giorno in cui tu e il gruppo di persone che hanno deciso di camminare con te vi incontrate, è come il primo giorno di scuola da insegnante, o la prima volta su un palcoscenico, o la prima volta che devi fare un discorso ad un matrimonio o ad una festa. Hai paura, ne hai diverse di paure, non essere accettato dal gruppo, non essere in grado di affrontare quell’esperienza, sentirti troppo diverso o lontano dagli altri, avere trascinato con te le paure che abitano nella tua casa, avere dimenticato tutto quello che avevi in animo di dire e di fare, non essere capace di creare un gruppo coeso, non trovare il giusto equilibrio tra l’atto del guidare e dell’essere guidato, e così via, fino all’ultima paura: non riuscire a far capire agli altri che se sei lì, con loro, degli sconosciuti, magari in dei giorni di festa che potresti trascorrere con i tuoi cari, non è per soldi, ma perché ami la terra su cui da lì a poco li porterai a camminare, la ami e vorresti che anche loro la amassero come tu senti di amarla. In fondo c’entra sempre l’amore, in un modo o nell’altro.

Tutte queste paure svaniscono sempre appena iniziate a camminare. Non hai mai paura che qualcuno scivoli e si faccia male, o che qualcuno possa chiederti qualcosa che non sai, perché in cammino la paura non esiste. Esiste prima, ed esiste dopo, quando si fa ritorno a casa, ma non durante. Qualsiasi problema si presenti, nel cammino si risolverà. Quando, ad esempio, nell’ultimo viaggio che hai appena concluso, ti si è rotto uno spallaccio dello zaino all’inizio del secondo giorno, tu non hai avuto paura. Se ti fosse successo qualche ora prima di iniziare sì, avresti pensato: come farò a camminare per 10 giorni in queste condizioni? Dove troverò, nei giorni di festa e in paesi tanto piccoli, qualcuno che mi potrà aiutare? Invece, essendo successo in cammino, tu hai sorriso. Hai mandato qualche imprecazione alla casa produttrice, ma poi hai sorriso. Sapevi che tutto si sarebbe risolto. Confidavi nel cammino. E difatti, arrivato a fine tappa, dopo solo 100 m dall’ingresso del paese, hai trovato un ciabattino, sei entrato, ha dato una rapida occhiata al tuo zaino, ti ha sorriso, e nel giro di mezz’ora te lo ha aggiustato, avendo anche il tempo di raccontarti parte della sua vita (un ex musicista giramondo, pensa te).

Questa fiducia non è merito tuo, l’hai imparata camminando, cioè hai incontrato qualcuno che nel cammino l’ha trasmessa a te, ed è la cosa più importante, forse l’unica cosa che vorresti trasmettere a chi ti sta accanto. Quando qualcuno ha male alle ginocchia, ha le vesciche, dolori alle anche, alle spalle, qualsiasi fastidio, tu dici: abbi fiducia, passerà. Di solito vieni guardato male o con perplessità. Quella persona si aspetta delle pastiglie, dei medicamenti, crede che la guida sia una sorta di guaritore. Tu insisti, anche a costo di sembrare indifferente al suo dolore. Certo, puoi dare delle creme, fare un massaggio o dare qualche consiglio su come usare i bastoncini o riassettare lo zaino, e se è un infortunio o un problema importante prendi la persona e la accompagni dal medico, ma la stragrande maggioranza delle volte si tratta di fastidi lievi che passeranno nella notte. Abbi fiducia, dici, a costo di essere visto come una cattiva guida. Non lo dici con senso di superiorità, ma da camminatore a camminatore, da viandante a viandante: è successo anche a te, ti ricordi i giorni in cui l’ernia ti provocava dolori lancinanti alla schiena, la sciatalgia, le vesciche, la tendinite, le febbri dopo le giornate di pioggia, le caviglie malandate, il senso di indolenzimento ai polpacci e alle spalle, le labbra screpolate per via del vento. Ti ricordi come ti sentivi al tuo primo cammino, ti ricordi i tuoi limiti, e sai di averli superati non perché sei uno sportivo, ma perché hai insistito, ti sei messo alla prova, e se oggi puoi camminare per giorni senza avere dolori è grazie a questo. Avere fiducia. Tu vuoi trasmettere questo.

Capita, poi, che alcune persone non siano soddisfatte dei posti in cui a volte li porti a dormire. Magari sono delle camerate con letti a castello, magari non ci sono 20 gradi nella stanza, magari l’acqua della doccia non sarà calda per tutti. Lo sai che è inutile dire: era scritto nella scheda di presentazione, non hai letto? Ti risponderanno di avere letto di fretta o di non avere capito. Quindi non chiedere. Spiega perché dormite lì, il senso di quella scelta: per aiutare il gestore di quel rifugio, una persona che ha fatto una scelta di vita dura, che ha costruito con le sue mani quella capanna, o perché dormendo lì ci si può calare davvero nell’atmosfera di quel cammino, conoscere altri abitanti del luogo, viaggiatori, condividere la cena con loro, o semplicemente perché non c’era alternativa, e quel tetto è il massimo che ci si possa aspettare. Spiega che quel tetto è magnifico. Altre volte capita di dormire in pensioni o hotel con il bagno in stanza, e c’è sempre chi dice: la stanza non è pulitissima, l’acqua non è bollente, il materasso è semisfondato. C’è sempre qualcuno che vorrebbe qualcos’altro. Protestando, o lamentandosi, non si rende conto che sta uscendo dal cammino, che non gode di quel momento irripetibile. E di nuovo ti viene da dire: abbi fiducia, tra qualche mese ricorderai questa notte e non quella nell’hotel a 4 stelle, un hotel di una catena di hotel, con una catena di stanze e una catena di bagni tutti uguali. Anche se quella persona ti guarda male, tu sorridi.

Che cosa ricordiamo dell’adolescenza? Non sono forse le notti in campeggio, stipati in tende canadesi improbabili, dividendo un sacco a pelo? Non sono le gite di classe, i canti nel pullman, le notti passate in camerate a scambiarci confidenze o a fare battute fino all’alba? Se avessimo viaggiato ciascuno per conto proprio, se fossimo stati assegnati ciascuno ad una stanza singola, sarebbe stato lo stesso? E non abbiamo tutti fatto sport da giovani? Non ci ricordiamo la fatica degli allenamenti, delle gare? Abbiamo dimenticato i viaggi in macchine minuscole senza aria condizionata, con i nostri genitori, i pranzi portati da casa e consumati sulla spiaggia, divisi con i vicini di ombrellone? E le storie di sudore e fame e macerie e ricostruzione che ci raccontavano i nostri nonni? Tutta questa memoria che ci compone, dove l’abbiamo lasciata? Quando abbiamo iniziato a essere schiavi delle nostre comodità? Davvero non possiamo immaginare di stare una settimana senza avere una stanza e un bagno tutto per noi? Ma è non è pure per fuggire da queste comodità, che in altre parti del mondo sono ancora lussi irraggiungibili, che decidiamo di metterci in cammino?

Tu cammini per ritrovare la semplicità, la condivisione, la solidarietà, l’amicizia, l’allegria del poco, la fiducia che porta a sorridere, la curiosità per le opere dell’uomo e per le opere della natura. Fai la guida per gli stessi motivi. Fai l’insegnante per gli stessi motivi. Quando scrivi, hai in mente quelle cose. Non vuoi sentirti un turista. Vuoi sentirti un pellegrino: uno che non esige mai e ringrazia sempre. Abbiamo un tetto, che fortuna! Abbiamo un piatto di minestra, meraviglia! Abbiamo un letto, chi l’avrebbe mai detto! Vorresti che anche le persone che camminano con te si sentissero così. Cerchi di farle sentire così, ci provi. Siamo viandanti, tutti, siamo di passaggio, non lasciamo che tracce provvisorie, a volte guidiamo, a volte veniamo guidati, ci accomuna la nostra precarietà, e il fatto che possiamo, assieme, moltiplicare le nostre gioie, lenire i nostri dolori, mettere in comune il pane e la memoria, aiutarci a vicenda, non sentirci soli come ci sentiamo nelle nostre case. Opponendoci a quella solitudine, stando assieme nelle nostre somiglianze e nelle nostre differenze, stando assieme nella semplicità, come esseri umani basici, in qualche modo – pensi – noi sconfiggiamo la morte.

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7 risposte a Chi è, che cos’è una guida?

  1. jennymamma ha detto:

    Camminare è far spazio dentro, ripulirsi dalle cose inutili e dalle esteriorità. Guardarsi con occhi più umili nel profondo: è tempo per andare incontro al nuovo con l’impeto di un torrente e il silenzio delle stelle. Ricerca umile, capace di meravigliarsi perché camminando si evolve passo dopo passo nella propria anima.

  2. micaela ha detto:

    Quanti bellissimi pensieri ed emozioni. grazie!

  3. nacciluigi ha detto:

    E’ un bellissimo lavoro, proprio così, Sabrina!

    Giuseppe: quanti ne ho visti di pellegrini in infradito, leggeri ed eleganti…sono d’accordo con te. Abbiamo disimparato a camminare. Credo che uno dei nostri compiti, come guide, sia anche quello. Provare a far capire che i disagi svaniscono come ombre al sorgere del sole, provare a far ricordare quello che siamo stati, in un altro tempo..

  4. Artemisia Net ha detto:

    Osservazioni e consigli interessanti Luigi. E’ proprio vero che i timori cessano iniziando il cammino. accade anche a chi porta persone in cammino un solo giorno la domenica. E’ anche vero che in cammino cambi la percezione delle cose, di se e del nostro intorno. Ad esempio è difficile iniziare a camminare con la pioggia, ma se la pioggia ti prende in cammino quasi non te ne accorgi. A noi europei soprattutto tocca all’inizio imparare di nuovo a camminare, perché nel nostro stile di vita urbano si cammina davvero poco e poi i disagi svaniscono come le ombre al sorgere del sole. Altre culture non hanno mai disimparato a camminare e si spostano leggeri per chilometri anche a piedi scalzi. Ricordo un gruppo di europei a Socotra, lenti e affaticati, con scarponi e bastoncini, guidati da un ragazzo del posto in ciabatte infradito, leggero, veloce, ed elegante …

  5. Sabrina Bergamo ha detto:

    Il nostro è proprio un bellissimo lavoro :)!

  6. Anonimo ha detto:

    Bellissimo e tanto vero. . .camminare rende liberi!

  7. Sara ha detto:

    Condivido a pieno!!

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