Le domande di Natale

san_silvestro_drago E a qualsiasi casa torniamo
arriviamo a notte troppo tarda per essere riconosciuti.
E in qualsiasi fiume ci specchiamo
vediamo noi stessi solo dopo aver voltato le spalle.
Henrik Nordbrandt, Dovunque andiamo

Ti capita mai, nelle sere di dicembre, dentro il soggiorno poco illuminato, di avere paura? Paura che rimanga poco tempo, che il buio ingoierà ogni cosa, che ingoierà anche te, che i propositi per l’anno nuovo non facciano la fine dei propositi dell’anno passato? Ti capita di avere paura che arrivino i giorni delle feste, che i parenti durante i pasti senza fine, tra una portata e l’altra, ti dicano che sei invecchiato, e che quella vecchiaia ad un tratto tu te la senta addosso, come un vestito che non può essere tolto? Ti capita di avere paura che arrivi il primo giorno di gennaio, e poi tutti i giorni di gennaio, e tutti i giorni dei mesi successivi, che tutti quei giorni futuri ti sembrino più di quelli sanciti dal calendario, una schiera inaffrontabile di giorni, un esercito imbattibile?

E non ti capita, anche, di pensare che di tutte queste paure – unite alla paura della scomparsa dei tuoi cari e alla paura (impensabile) della tua scomparsa – non si parli mai? In televisione, per radio, su facebook, nelle strade pedonali dello shopping, nel bar dell’aperitivo, tutti a parlare del regalo da fare o da non fare, della tredicesima che ci sarà o non ci sarà, del lavoro perso, della vacanza guadagnata e della vacanza impossibile, tutti a parlare, in un modo o nell’altro, con un accento o con l’altro, sempre di soldi. Non ti capita mai di entrare in un bar in questi giorni di dicembre, intabarrato e sovrappensiero, e avere istintivamente la voglia di spegnere la musica assordante, di chiedere agli avventori di fare silenzio, fare silenzio per trenta secondi, un minuto, e solo dopo quel silenzio provare a fare una domanda qualsiasi che non c’entri coi soldi, e che non c’entri con le previsioni meteorologiche, qualcosa del tipo: chi si sente solo, tra di voi?

Perché sempre più gente dice di sentirsi triste durante le feste, ma poi di questa tristezza non vuole parlare? Come se fosse qualcosa di cui vergognarsi, qualcosa di sporco da nascondere tra gli aghi di plastica dell’abete comprato al discount? E se questa tristezza avesse a che fare con l’aver insabbiato ogni traccia pagana e cristiana di questi giorni? Se avesse a che fare con la vaga coscienza di celebrare un rito che non è più un rito? Anziché ubriacarsi fino al mattino, cercando di sorridere in mezzo ad una marea di estranei, o spararsi dei petardi in faccia, non sarebbe meglio, per esempio, parlare di Silvestro che resuscita il toro e incatena il drago, o di quei clandestini venuti da lontano, a piedi, per fare visita ad un neonato? Al di là che si creda o non si creda, non sarebbe meglio parlare di quelle leggende, di quelle storie? Raccontarle, farcele raccontare, senza parlare di soldi, di oggetti, di materia e sempre materia?

Riuscirò a cambiare? Perderò ciò che è bene perdere? Ricorderò chi deve essere ricordato? Mi prenderò cura di me? Lascerò che gli altri si prendano cura di me? Ed io di loro? Imparerò senza farmi travolgere dall’ossessione di imparare? Gioirò senza esaltarmi? Saprò affrontare il dolore? Accetterò il fatto di passare senza lasciare traccia? Mi metterò in cammino quando sarà il momento? Saprò tornare a casa? Mi eserciterò a sperare, specialmente al buio? Accetterò il fatto che nuove domande giungeranno, e nessuna risposta, e che dovrò aggrapparmi a quei punti interrogativi come a dei ganci, per non cadere? E se cadrò, farò in modo di non far precipitare anche chi mi sta vicino? E di tutti i limpidi giorni del calendario in cui non cadrò, in cui sarò saldo sui miei piedi, saprò godere?

E se ci regalassimo delle domande, a Natale?

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