Due o tre cose sulla #Francigena, su #Santiago e sulla #viandanza

zaino francigeno Luca Bruschi, di http://www.viefrancigene.org, mi ha fatto un po’ di domande sulla Francigena (e non solo). Buona lettura.

La #Francigena che verrà. Spunti, impressioni, auspici. Questo uno dei tuoi recenti post sul blog, alla fine del tuo cammino a piedi verso Roma, che invitiamo gli amici francigeni a leggere. Hai fatto una analisi costruttiva ed oggettiva della situazione della Francigena, oggi. E’ stato fatto tanto, ma c’è ancora tanto da fare, partendo dalla priorità che sono accoglienza, sicurezza e segnaletica.  Sono le certezze che, chi cammina, si aspetta di incontrare. Il tuo punto di vista, Luigi?

Farei un passo indietro. Esistono le vie francigene, o ancora meglio, le vie romee, sono un fascio di strade che interessa tutta l’Italia. Tra di esse c’è la Via Francigena a cui ti riferisci e che molti di noi hanno compiuto, sulle orme di Sigerico e di altri milioni di pellegrini. Ha conosciuto epoche di vasta e di bassa affluenza, ora sta riprendendo ad essere percorsa, per molte ragioni, e quelle ragioni vengono prima di ogni cosa, prima di ogni politica di promozione dell’itinerario: perché la gente si mette in cammino? Perché si mette in cammino verso Roma (o verso Santiago)? Credo che chiunque si occupi di Francigena, qualsiasi sia il ruolo che ricopre, debba prima farsi queste domande. La domanda è già la risposta, è in quell’interrogarsi continuo che ci troviamo, volenti o nolenti, tutti. Per occuparsi di Francigena bisogna mettersi in cammino, colmi di domande, sapendo che sarà difficile, se non impossibile, rispondere. Credo che da questo interrogarsi, sulla strada, possa nascere una riflessione complessa a vantaggio di quell’itinerario. Se ci sono stati dei miglioramenti, come ad esempio nell’ambito della sicurezza (la Toscana in primis), è perché alcuni amministratori e progettisti di buona volontà hanno indossato le vesti dei viandanti e sono partiti. Ma ancora non basta, c’è bisogno di più partecipazione, le genti che vivono nei territori francigeni devono sentirsi pellegrini e ospitalieri, devono calarsi nei panni dell’essere umano basico che si sposta con la propria casa nello zaino, e così facendo ameranno quella via. Nel Medioevo gli scolastici dicevano che si ama solo ciò che si conosce. Ecco, più aumenterà l’amore per la Francigena, per la sua storia, per ciò che simboleggia, per gli orizzonti che apre dentro di noi, più sarà curata. Rispetto ad anni fa si viaggia con maggiore sicurezza, ci sono molti segnali (troppi forse), sono aumentati i luoghi di accoglienza, ma deve crescere quella forma di amore. Il pellegrino, o il viandante, chiede solo una cosa: accoglienza. Si accoglie aprendo le braccia, offrendo dell’acqua, prima che assicurando un tetto.

Nel tuo libro Alzati e Cammina (Ediciclo Editore)  ad un certo punto parli di “viandanza”, del significato che per te essa ha e della bellezza che questo concetto racchiude.  “E non esiste viandanza, come ci suggerisce René Char, senza amore e rivoluzione”. Come si lega la viandanza al cammino, alla lentezza, all’incontro, alla Francigena? E proprio sulle orme della “Viandanza”, è nato un Festival…

Viandanza è una bella parola, bellissima. Ci ricorda che sulla via non si può stare che danzando, che la via stessa è una danza. Dentro la viandanza c’è tutto: c’è il pellegrino, inteso in senso lato o senso stretto, così come Dante li definiva, ovvero chi lascia la propria patria e si fa straniero o chi parte alla volta di Santiago de Compostela; c’è il viandante, ovvero l’essere umano che va sulla via, che dalla via si fa attraversare, un corpo attraverso il quale passano tutti i sentieri, una sorta di filtro, una spugna; ci sono anche i transumanti, i briganti, i nomadi, i commercianti, i clandestini, gli erranti senza meta, tutti. Nessuno viene escluso dalla viandanza. Deve essere immaginata come una casa mobile che accoglie senza discriminazioni chiunque, per una ragione o per l’altra, si è messo in cammino. La viandanza non discrimina: si può essere credenti o no, con o senza i piedi, con le stampelle, in carrozzella, con qualsiasi menomazione del corpo o dello spirito. In cammino siamo tutti uguali. Esseri umani basici che hanno bisogno di poche cose, che respirano a fondo, che si fanno domande, che sono a contatto con la terra. Il Festival della Viandanza, a cui accennavi, è nato per parlare di tutti coloro che abitano nella viandanza, in quella strana e poco visibile casa mobile, o che a quella casa sono diretti. Non è una rassegna sul camminare, ma sul cammino. Il cammino si può fare con ogni mezzo, anche da fermi. È una condizione, un modo di stare al mondo, e allo stesso tempo un modo di proiettarsi in avanti. Nella viandanza, infatti, c’è una forte carica di speranza e utopia, e questo perché quella casa mobile ha le porte e le finestre sempre aperte.

L’evoluzione del cammino, anzi dei cammini, verso Santiago è oggi sotto gli occhi di tutti. Un itinerario esploso sotto ogni punto di vista, sociale, economico, economico, turistico. Un fascio di strade che oggi fa vivere aree rurali che legano la propria identità a questo cammino. Quale prospettive, secondo te, per la Francigena? Come la immagini fra 5 e fra 20 anni?

L’Europa è cosparsa di vie, un intreccio intricato, per il semplice motivo che un tempo le persone sono sempre partite da casa propria. Ci sono state epoche in cui in milioni si sono messi in cammino, ed epoche in cui questo è stato visto con sospetto, o è stato addirittura vietato. Quanti andavano a Santiago a piedi cinquant’anni fa? Pochi. Quanti ci vanno oggi? Quasi 300mila, di tutto il mondo, di culture e religioni differenti. C’è gente, soprattutto tra i “veterani”, che grida allo scempio, parlando di business, di speculazione, di gente che approfitta. Mi fa specie, perché credo che se c’è una cosa che dovrebbe insegnarci il cammino è l’attitudine a giudicare il meno possibile. Anche nel Medioevo gli osti erano in competizione per attirare a sé i pellegrini, a volte andavano addirittura a cercarli. Non era pubblicità, quella? Fa parte della natura umana. Il cammino dovrebbe insegnarci a prendere atto di ciò che siamo, ad includere e non ad escludere. Non esistono veri o finti pellegrini. Si può partire turisti, spregiudicati, assassini, ladri, e arrivare pellegrini. Cioè trasformarsi, sulla via, in esseri umani senza patria, senza carta di identità, soli, ansiosi di condividere con gli altri, liberi. Se capiamo questo, questo movimento di inclusione, allora possiamo ragionare sul futuro della Francigena. Arriveranno sempre più persone, da molti paesi, per le ragioni più disparate, da chi vuole fare il turista nei borghi eccezionali a chi vuole mangiare e bere bene, da chi ha mollato tutto e spera in un cambiamento a chi fa un viaggio devozionale. C’è spazio per tutti, sulla strada. Se la Francigena sarà inclusiva e accogliente, se saprà conservare la sua storia e allo stesso tempo guardare in avanti, e se sarà amata, allora saranno moltissimi a percorrerla. Il passaparola è la vera risorsa: parti, ti trovi bene, soprattutto ti trovi o ti ritrovi, torni e convinci le persone che ami a farlo. Così è andata a Santiago. Poi sì, ci sono le campagne promozionali, le operazioni di messa in sicurezza, di restauro, ripristino e così via, ma non si sostituiscono al passaparola, sono complementari.

L’intervista continua, QUI.

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