Il libro che verrà

robert-capa

«Se guardiamo indietro di cinque anni, non fa differenza se siate stati a dieta o vi siate vestiti; se abbiate alloggiato al primo piano o in una soffitta; se abbiate avuto bagni e giardini, buoni armenti e cavalli, se siate stati trasportati in una carrozza splendente e superaccessoriata, oppure in una ridicola carretta: queste cose ben presto si dimenticano e non lasciano effetto alcuno. Ma conta molto se abbiamo avuto buoni compagni». Ralph Waldo Emerson, Condotta di vita

  Se non ci fossero state le persone che ci sono state, e quelle che ancora ci sono, sulla strada assieme a me, cosa ne sarebbe stato di me? Avrei scritto? Avrei camminato? Avrei fatto i lavori che ho fatto? I lavori che non mi piacevano, ce l’avrei fatta a lasciarli? Sarei riuscito a staccarmi da ciò che mi ancorava al fondo? Ancora: avrei scritto, davvero? Se mi guardo indietro, soprattutto in questo tempo autunnale, vedo solo volti. Sentieri sfocati, volti nitidi. So, per certo, che senza le persone che si prendono cura di me e di cui tento di prendermi cura, quelle con cui ho spezzato e spero di spezzare a lungo il pane, mi sarei perso. Non sarei tornato a casa.

Non sono mai riuscito ad entrare in (sincera, profonda) sintonia con quegli autori che mettono la letteratura davanti a tutto, che si incontrano e parlano solo di libri, che pasteggiano facendo sfoggio di citazioni dotte. Anche prima di leggere Panikkar, pensavo che la saggezza fosse nemica dell’erudizione. Pensavo che la poesia stesse più dalla parte della saggezza che dell’erudizione, che avesse a che fare con la vita, e la sua vocazione fosse quella di strappare immagini mute dagli interstizi, dalle soglie, poi montarle una accanto all’altra, estraendo da ciascuna di esse un suono, e alla fine fare un film. Pensavo che dovesse essere un film per tutti, non solo per pochi adepti. E che fare un film per tutti non significasse confezionare un prodotto scadente. Mi piaceva la parola “popolare”. Mi piace ancora.

L’atto di scrivere è un atto di sopravvivere, dice Seamus Heaney. È un atto, cioè, necessario, come respirare. Ma è davvero sempre necessario scrivere? Mi rivolgo a voi, amici poeti e scrittori: tutto quello che scriviamo è necessario? Quante volte non è altro che un esercizio di stile, un divertissement di cui potremmo fare – serenamente  –  a meno? Quanti i libri sugli scaffali pienamente inutili, di cui tutti, a partire dal loro autore, potremmo fare a meno? Quanti libri pensati e conclusi sovrappensiero, solo per consolidare la propria firma, per inserirsi in un filone, per accattivarsi certa critica o certo pubblico, per imbonire il proprio ego?

Ogni volta che ho in testa un libro, sia di versi o di prosa, la prima domanda che mi rivolgo, che mi obbligo a rivolgermi, è questa: sei sicuro che non sia meglio fare altro? Pianificare un viaggio, andare a esplorare una foresta, dedicare più tempo a chi ami? Non è meglio, in sostanza, vivere? Perché di sottrarre tempo alla vita, si tratta. E di tempo non ne hai molto, ragazzo, per cui pensaci bene, pensaci a lungo. Se chiedendotelo ogni giorno, di notte specialmente, la risposta è, ripetutamente NO, allora quel libro va fatto. Ma è importante che quella domanda sia formulata con cieca ostinazione. E formulandola, è bene che i volti delle persone con cui spezzi il pane siano chiari di fronte a te. Vuoi togliere del tempo a quei volti? Se sei disposto a togliere tempo a quei volti, allora il libro va scritto.

Un preambolo così lungo e tedioso per dire che sì, ho un libro in testa. Una sorta di prosecuzione, completamento e superamento di Alzati e cammina. Ma anche qualcosa di diverso. Sta nella testa da tempo e sento che scriverlo è, a questo punto, necessario. E so pure che se non ci fossero i buoni compagni non potrei scriverlo. So che nei prossimi mesi parlerò spesso di questo progetto a loro, che li importunerò, e li ascolterò con attenzione, se avranno voglia di farmi sapere cosa ne pensano. So, inoltre, che bisogna essere grati agli editori, perché danno una casa a ciò che per molto tempo ha avuto rifugio solo nella testa. Ringrazio Ediciclo, dunque, per quel libro. E ringrazio chi ospiterà questa creatura scalpitante e ancora senza forma: Laterza. Ora inizia la sfida.

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5 risposte a Il libro che verrà

  1. nacciluigi ha detto:

    @Valeria @Eleonora: grazie

  2. Eleonora ha detto:

    bella complimenti

  3. Valeria ha detto:

    in questi giorni è successo qualcosa. qualcosa di bello. dal mio letto, quando la notte piove, le gocce incessanti sembrano cadermi addosso. il rumore pian piano diventa l’unico suono, e io divento pioggia a mia volta, arrivo dal cielo e nutro la terra, mi tuffo in altre acque, lavo le strade. muoio e rinasco di continuo, velocemente, e in quell’attimo di vita che si fonde con altre vite, nel tempo di una caduta, il vetro che avevo di fronte a me, a separarmi dal mondo, a proteggermi dalla vita, piano piano si è sciolto. in questi giorni succede come quando ti nasce un figlio: una intima sensazione di gioia, fragile, commovente, silenziosa. qualcosa che finalmente hai ritrovato, che sai che crescerà assieme alle persone che ami, assieme ai tuoi compagni di viaggio. crescerà se avrai cura di conservare la delicatezza e il calore che senti, la stessa delicatezza e lo stesso calore che risuoneranno e faranno sciogliere altri vetri.
    Caro Luigi, sono certa che saprai far sciogliere molte vetrate….

  4. nacciluigi ha detto:

    Grazie buon compagno 🙂

  5. Matteo Danieli ha detto:

    ecco una buona novella: La Terza di questa settimana 🙂
    Non posso che essere come minimo curioso. E costretto ad aspettare 😉

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