Del tempo, dell’umano, del cambiamento

«È duro avere un sorvegliante sudista, è peggio averne uno nordista, ma la cosa peggiore di tutte è quando sei schiavo di te stesso. Parlate di qualcosa di divino nell’uomo!». Eccolo, Thoreau, in tutta la sua rigorosa e semplice magnificenza, nelle prime pagine di quel capolavoro che andrebbe letto e riletto nelle scuole, a voce alta: Walden. Ogni volta che arriva l’autunno, ho il bisogno di chiudermi in casa per un po’, a leggere e rileggere intensamente, lontano da quella glorificata – da Thoreau, da Wordsworth, da molti altri fari scintillanti – “aria aperta”, in cui ho cominciato a stare in questi anni. Si può stare all’aria aperta tutto il tempo della nostra vita? Si può stare rinchiusi in una stanza, in una cella, in una grotta, tutto il tempo della nostra vita? Si può parlare senza sosta per tutto il tempo della nostra vita? Per tutto quel tempo, si può stare sempre e solo in silenzio? O il dentro e il fuori sono connessi, uno all’origine dell’altro, così come il silenzio precede la parola, la partorisce, la partorisce e la sventra, e non potrebbero essere l’uno senza l’altra?

«L’uomo è nella misura in cui vive umanamente», dice un altro faro, una luce visibile da molto lontano, Raimon Panikkar. Ma come fare a vivere umanamente, a perfezionarci come esseri umani, stando dentro e poi fuori, e poi di nuovo dentro, dando poco peso alle parole come siamo soliti fare, e quindi perdendole, e poi cercando di riprenderle sotto la nostra custodia temporanea che non è una custodia, facendoci forgiare dalle parole antiche che sembrano nuove, che in certi brevi intervalli ci rimandano a silenzi vasti, memorie di padri che ritroviamo nello specchio, luoghi che abbiamo visitato in sogno o che sogniamo di avere sognato? Come fare ad allontanarci dalle Mode costruite sul frastuono, i comportamenti standardizzati che ci mettono tutti in riga, a protestare per le stesse cose, ad arrabbiarci per le stesse cose, a vivere esistenze simili, se non identiche, che non ci soddisfano e che non riusciamo a cambiare? I libri ci possono cambiare? I cammini, i viaggi ci possono cambiare? Possono cambiarci gli amori, le amicizie? Oppure, pur leggendo pagine iridescenti, pur mettendo le nostre orme in altre orme, pur amando esseri animati e inanimati, e pur intravvedendo o credendo di intravvedere la via del cambiamento, non riusciamo a cambiare?

Come fare a trovare quel raccoglimento necessario alla trasformazione, alla muta, passando ore ogni giorno a rispondere a mail, a telefonate, a sms, a twittare, a chattare, a scrivere e leggere post su facebook, a postare foto su instagram, a stare in coda al supermercato, alla posta, all’ufficio delle imposte, al semaforo, a guardare la tv, ad ascoltare la radio, a guardare ed ascoltare la pubblicità, a prendere aperitivi, a sollevare pesi in una palestra all’ultimo piano di un edificio commerciale? E se questi, e molti altri, non fossero che dispositivi atti a farci consumare il tempo, prima ancora che a farci consumare oggetti? Se fosse, cioè, questo sistema economico, votato prima di tutto a toglierci il tempo, il tempo necessario alla progettazione del cambiamento? “Non ho tempo”: non è la frase che ripetiamo più spesso? Ci manca il tempo, un’espressione fortissima, eppure la buttiamo, la pronunciamo con nonchalance. Se ci manca tempo, se ne abbiamo poco di tempo, non significa forse che siamo più vicini alla morte? Ci comportiamo come uomini che stanno per morire, ma senza avere, dei morituri, la capacità di discernere, di separare ciò che non ha importanza da ciò che ne ha. Siamo quasi morti, senza avere dei quasi morti l’impeto a godere del tempo che resta.

Oh, dov’è finito il nostro tempo? Dove lo abbiamo lasciato? Noi siamo esseri temporali, siamo fatti di tempo, siamo a tempo. Allora non dovremmo dire che “non abbiamo tempo”, dovremmo dire, piuttosto, che “il tempo non ci ha”, che non ci ha più, che ci ha mandato via, ci ha espulsi. E dove siamo allora? Dove ci troviamo? Se dovessimo disegnare le nostre vite su un foglio bianco, se le dovessimo situare rispetto a un punto nero che è il centro del foglio, dove le collocheremmo? A quale distanza? Lì, in quel punto, c’è il tempo, lì in qualche modo dobbiamo tornare. Lì immagino stia Thoreau, l’ispettore delle tormente di neve e dei temporali, l’uomo che se ne sta appollaiato su una scogliera per telegrafare un nuovo arrivo. L’arrivo di cosa? Della sera? Del futuro? Della speranza? Di un’altra vita? Dice: «non ho mai aiutato materialmente il sole a sorgere ma, senza dubbio, il fatto di essere presente a quest’evento era di assoluta importanza». E se per tornare ad avvicinarci al tempo dovessimo stare in cima agli alberi, in cima ai pali della luce, in cima alle torri, ad aspettare qualcosa a cui ancora non sappiamo dare un nome? Se il silenzio che genera la parola e che senza parola non avrebbe senso, se quel silenzio venisse proprio da ciò che non conosciamo? Se magari il tempo tornasse ad averci, e noi ad averlo a nostra volta, proprio in un luogo e in una circostanza, un evento che non sappiamo definire?

Sarà l’autunno, il buio in cui lievita il senso dell’attesa, ma credo che alcune di queste domande, a cui non so dare risposta (non presumere di sapere ciò che non si sa), abbiano a che fare col nostro tasso di umanità, cioè con la nostra libertà, cioè con la nostra possibilità di felicità, cioè, in definitiva, con il futuro delle nostre vite e delle vite che verranno, e di quelle che verranno ancora.

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