Tempo di regali

viandante saluta la sua ombra

viandante saluta la sua ombra

Tornato a casa alla fine di agosto, controllando il carico di arretrati nella casella di posta, ho trovato una mail particolarmente bella. Una lettura di Alzati e cammina. Sulla strada della viandanza fatta da Patrizia Gioia, la fondatrice di un piccolo luogo suggestivo, custodito da un fico, nel centro di Milano: SpazioStudio. Basta una mail così, in un oceano di spam, a farti pensare che c’è sempre un tempo, come direbbe Fermor, per i regali.

*

UN REGRESSO CREATORE

L’ultimo libro di Luigi Nacci per riportare al cuore l’amato Raimon Panikkar nel quarto anno della sua morte

 

Il più bel epilogo che abbia mai letto è il più umile.
Alla fine della sua lunga e feconda vita, Raimon Panikkar, apprestandosi a concludere il libro che era la sua testimonianza di vita e che voleva titolare La sopravvivenza dell’Essere, si fermò e dopo avere a lungo riflettuto, scrisse:

«Ho dovuto ammettere che le questioni ultime non possono avere risposte ultime, ma, se non altro, possiamo essere consapevoli del problema che abbiamo presentato. Ho raggiunto i limiti della mia comprensione, e qui mi devo fermare. L’albero della Conoscenza esercita sempre una grande tentazione, spingendo a disinteressarsi dell’albero più importante, quello della Vita. Come può il pensiero umano afferrare il destino della vita stessa, quando non ne siamo proprietari? Questa la mia umile conclusione a tanta presuntuosa ricerca. Mi ci sono voluti vent’anni per ammetterlo e chiedo scusa.»

Queste parole Panikkar le scrive il 4 settembre 2009, a Tavertet, il piccolo sperduto paesino dentro le robuste e sinuose montagne della Catalogna, dove visse gli ultimi anni della sua operosa vita e dove morì, il 26 agosto 2010; il libro si titola: Il ritmo dell’Essere.

È a questo ricordo dell’amato Amico, la cui mancanza è continua presenza,  che mi ha riportata il libro appena uscito di un altro giovane amico, Luigi Nacci, un libro che credo a Raimundo sarebbe molto piaciuto, lui che di “viandanze” se ne intendeva, e molto.

Il libro di Nacci si titola Alzati e cammina. Sulla strada della viandanza (EdicicloEditore), dove anche il titolo la dice lunga su quello che è, senza esserlo,  il fine dell’essere: un lungo periglioso gioioso cammino senza meta alcuna, se non nel passo stesso. O, prendendo a prestito parole e pensieri di Panikkar: «una danza nel ritmo dell’Essere».

«La parola “viandanza” – scrive Nacci – è bella, è talmente bella da essere stata dimenticata. Ti fa immaginare una creatura che si muove in uno spazio danzando. Ti fa immaginare, anche, che sia la via a danzare, come se fosse felice di ricevere chi la attraversa. Secondo te si possono fare escursioni sulla soglia? Nelle soglia non puoi che danzare. Come Isadora Duncan, ti spogli di ogni orpello, dai modo al tuo corpo di esperire la soglia. Fare esperienza significa tentare, assumere il rischio. Se rischi, è perché hai mandato in pezzi le Tavole delle Leggi. Il viandante è la creatura della festa, una festa che non prevede inviti, senza limiti di decibel, di orari di chiusura, biglietti di ingresso, buttafuori alle porte. Nessuno è lasciato in fondo alla sala. Ballano tutti o nessuno. […] E non esiste viandanza, come ci suggerisce René Char, senza amore e rivoluzione» (Alzati e cammina, pp. 134-135).

Dove, naturalmente, la Rivoluzione siamo noi, una amorevole viandanza disarmata.

Luigi Nacci è stato ospite a SpazioStudio13 con una sua installazione poetica alcuni anni fa, una grande costruzione in cartone, grande come la stanza, e una feritoia, solo da lì si poteva “vedere dentro”. Una straordinaria metafora, un’anticipazione di questo suo bel libro, che ho letto felice, non capita spesso ultimamente di “mangiare” cose buone che non rimangono sullo stomaco (ecco perché il libro ha da essere di carta, mangiandolo, si ricicla felicemente e danza dalla gola in giù; impossibile con un iPad, impraticabile tale danza!).

Queste 185 pagine si fanno carne senza spargimento di sangue, riportano al cuore la nostalgia, quella che lievita e non lascia tracce di tristezza, l’allenamento al “saper lasciare “ appare – qui è il caso di dire via via  – necessario come quando sei al mare e devi entrare in acqua, o quando ti appresti a tentare il volo (vero o con  fantasia), meno ci si porta addosso, più liberi si va. E a casa si torna sempre, ma non saremo più gli stessi.

(Vi ricordate quel che scrive Etty Hillesum nel suo diario mentre si appresta a preparare lo zaino per entrare ad Auschiwitz?  È un potente e prezioso aiuto per la nostra di viandanza, da onorare.)

Qui si impara la lentezza, l’arte dell’ozio (che significa stare bene) e del poco, un regresso creatore, come suggerisce Panikkar, cose ben lontane dall’ignavia perché qui si “tocca” la profondità del passo; quella dimensione dell’essere che non può germogliare nella nostra quotidiana fretta. Qui si impara a trovare una panchina e a sedercisi sopra e ad aspettare, con pazienza.

«Esci, vai sulla strada, e cerca una panchina. Come per la fontana sarà difficile trovarla. A costo di deviare dal percorso che hai in testa, tu trovala e siediti. Una volta attorno a casa tua c’erano le panchine, erano ombreggiate dai bagolari, ciliegi, pini, a terra c’erano le pigne rosicchiate dagli scoiattoli, ci trovavi seduto il droghiere. Il droghiere, quel signore ingobbito con il maglioncino di lana dell’altra guerra, vi si sedeva mentre la sua drogheria era aperta, così, se volevi comprare del sapone, dovevi prima sederti al suo fianco, scambiarci quattro chiacchiere, sul tempo, sul governo, su sua madre che portava il latte in città scendendo dall’altipiano, e solo poi, dopo che aveva sputato a terra l’ultima presa di tabacco, ti prendeva sottobraccio per portarti a prendere il sapone. A prenderlo, non a sceglierlo, visto che aveva solo un tipo di sapone di Marsiglia, e a nessuno veniva in mente di volerne un’altra varietà. Ora sulla panchina ci sei solo tu, non ci sono alberi, roditori, non c’è il droghiere, la drogheria ha chiuso da anni. Le panchine, senza volerlo, incitano alla nostalgia. Tu di’ di sì alla nostalgia. La nostalgia ti fa commuovere, muove cioè tutti i tuoi sensi verso un posto in cui sono stati e non potranno tornare più. In quel posto tu sei diretto» (Alzati e cammina, pp. 57-58).

È camminando che si impara l’arte del rischio e l’arte del saper aprire la porta, quello che chiamavamo nemico potrebbe ancora una volta essere un angelo e, come dice il nostro amato saggio Panikkar: «l’amore al nemico, rende sì vulnerabile il nemico, ma soprattutto rende vulnerabile te!».

Un tocco di classe del Nacci in questo libro?
La “pulsanza”, parola da me inventata (e che fa buona rima con Viandanza) per dire quel che succede quando leggi la Bibbia (paragone permettendo), dove nella lingua originaria e nel libro di Giona, il pesce poi diventa la pescia. Tutto è in continuo movimento, anche il soggetto “guizza” e Luigi scrive indirizzando la parola alla femmina e al maschio senza differenza alcuna. Siamo tutti sulla via, mutuamente fecondandoci.

Sono tante e tante ancora le “sveglie” che Nacci ci dà. Questo libro -lasciatemelo dire- è un bel calcio nel cu..dato con amore, uno svegliati e cammina urgente e necessario.
Che se non cammini nemmeno risorgerai.
Quindici euro spesi bene e spero di presentarlo a Milano questo libro, con Luigi Nacci e Antonio Moresco, un altro abile viandante che ci ha brevemente raccontato di questa esperienza nel nostro ultimo convegno. Vuoi vedere che finalmente la testa c’ha anche le gambe?! (o le gambe la testa, senza gerarchia alcuna, in spirito pulsante.)

Vi lascio con l’acquolina in bocca e con i tre eserghi del libro, il primo è di Calvino da Se una notte d’inverno un viaggiatore, il secondo è di Hegel dalle Lettere, l’ultimo di Gibran, da Sabbia e onda, ma ora che vi siete messi in cammino -o almeno spero vi sarete seduti sul letto curiosi- scrivetelo voi il vostro esergo, sarà il primo passo per la vostra nuova vita: da risvegliàti!

Io mi chiamo “io” e questa è l’unica cosa che tu sai di me, ma già basta perché tu ti senta spinto a investire una parte di te stesso in questo sconosciuto.

Ogni uomo ha in genere nella vita un punto di svolta, il punto notturno della concentrazione del proprio essere.

L’alta marea cancellerà le mie orme, e il vento disperderà la schiuma. Ma il mare e la spiaggia dureranno.

Il quarto l’ho scelto io ed è di Eraclito, mi pare proprio adatto al libro e alla nostra viandanza:

I desti hanno un mondo in comune. Tra i dormienti ognuno ha il suo proprio.

Buon cammino a noi tutti.

Patrizia Gioia
www.spaziostudio.net

 

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