La #Francigena che verrà. Spunti, impressioni, auspici.

Zaino beato in Val d'Orcia

Zaino beato in Val d’Orcia

Parto dalla mia esperienze: percorsi la Via Francigena la prima volta nel 2009, da Pavia a Roma. Mi perdetti molte volte, e in un mese di cammino incontrai circa una ventina di persone, tutte dalla provincia di Lucca in poi. Decisi di farla dopo aver già camminato sulle rotte verso Santiago: avevo imparato, studiando e parlando con altri pellegrini e ospitalieri, che Santiago, Roma e Gerusalemme sono tre mete fondamentali collegate tra loro da una rete fitta di vie che solcano tutta l’Europa, ed io volevo ficcarmi in quella rete, come un bastone nella terra. Spesso, mentre ero in cammino, pensavo a quello che avevo provato in Spagna, e immediatamente provavo nostalgia. Mi sembrava che il Cammino di Santiago generasse una forma di gioia più intensa, formulavo delle ipotesi, ma non ero in grado di trasformarle in delle considerazioni nette, rotonde.

Poi sulla Francigena ci sono tornato altre volte, non da pellegrino. Vagabondaggi in macchina, qualche camminata in gruppo, solo pochi giorni, per lo più in Toscana, nella zona compresa tra Lucca e Radicofani, in particolare intorno a Monteriggioni, e qualche volta nel tratto Viverone-Santhià, ad ogni modo troppo poco tempo per riprendere in mano quelle vecchie ipotesi. Nel frattempo ho continuato a leggere e a parlare con pellegrini, ospitalieri, amministratori e responsabili di associazioni che si trovano lungo la via o che la promuovono con siti web e riviste. Le ipotesi hanno preso via via a trasformarsi, non ancora in considerazioni rotonde. Quasi.

Quest’estate (agosto 2014) ho deciso di rifarla, a piedi, da solo. Da pellegrino. Prima di partire ho cercato di dimenticarmi delle ipotesi, tenere semmai solo i ricordi del primo pellegrinaggio: le persone, i luoghi, gli argini, le salite, le sorprese, tutta quella mole di amorevoli incontri con me stesso e con ciò che mi aveva circondato e accolto (qualche volta respinto, ma di rado). Sono partito senza guide, solo con zaino e tablet, sul quale avevo scaricato un’ottima app con i sentieri e le strade d’Italia, che funziona anche offline e dà sempre la posizione esatta in cui si trova grazie al gps. Non avevo caricato il tracciato, non lo carico mai, mi piace improvvisare, farmi portare dall’umore, dalle circostanze, dalla condizione dei piedi, inchinarmi alla volontà della Viandanza. Ho deciso, una volta arrivato con il treno a Lucca, di scrivere un diario quotidiano. Non l’avevo mai fatto in cammino, avevo sempre soltanto annotato alcune parole e scattato fotografie, girato dei video minimi, come appunti da poter, al caso, riprendere in mano nei mesi e negli anni a venire. Ho deciso di scrivere un diario per darmi una regola. Scrivere in presa diretta, mentre si viaggia, mentre si viaggia a piedi, è difficilissimo: bisogna farlo la mattina presto o la sera tardi, in modo da non togliere tempo a tutto il resto, e bisogna trovare una connessione per pubblicare i testi. Sì, perché pubblicare il diario ogni giorno è l’altra parte, essenziale, dell’esercizio: non avere tempo per rivedere, per limare, correggere, fermare l’impressione all’istante, anche se sfocata. Darsi ai lettori senza difese.

Veniamo al dunque. Nelle prime tappe ho incontrato una media di cinque, sei pellegrini al giorno, in bicicletta e a piedi, nessuno a cavallo o con l’asino. Poi, dopo Siena, c’è stato il boom: a Ponte d’Arbia, ad esempio, eravamo oltre la ventina, a San Quirico quasi trenta, dopo Acquapendente sono comparsi i gruppi, scout o parrocchie, corposi, di trenta, quaranta persone, con pullmino di appoggio. A Sutri e a La Storta dei gruppi hanno occupato tutti i posti dalle suore, quindi sono stato costretto, insieme ad altri  pellegrini, a buscarme la vida, come si direbbe in Spagna, cercare un’alternativa non contemplata negli elenchi ufficiali dell’ospitalità. I pellegrini in coppia, in trio e in gruppo erano quasi sempre italiani, mentre quelli solitari, partiti anche da Canterbury, o dalla Francia o dalla Svizzera, erano di altre nazionalità: a me è capitato di incontrare un neozelandese, un inglese, uno scozzese, un tedesco. Poi un’eccezione, un’italiana in bici, sola, giovane. Di solito le pellegrine solitarie sono sempre straniere, del nord Europa, o statunitensi, australiane (sul Cammino di Santiago molte coreane), le italiane da sole no, come se avessero timore di viaggiare da sole. Rispetto al 2009 l’afflusso è aumentato molto, anche se ovviamente non siamo ai livelli della Spagna, ma potremmo dire che ci si trova nella situazione del Cammino di Santiago (ramo classico, il Francés) di vent’anni fa, forse meno. Questa è la ragione per cui molti – lo dichiarano – fanno la Francigena: non vogliono imbattersi nella ressa iberica.

Segnaletica: una babele di segni. Ho contato oltre una ventina di simboli differenti, che a volte mandano nella stessa direzione, altre volte mandano per sentieri o strade differenti. In quei casi il gps mi è tornato utilissimo. Ogni giorno ho incontrato infatti pellegrini che, pur muniti di guide, si sono persi. In Spagna c’è la freccia gialla, e il rischio è opposto: una freccia gialla ogni dieci metri, la sensazione di trovarsi su un’autostrada in cui tutto è già stato deciso. In Italia la babele di segni appare incomprensibile per uno straniero o un pellegrino al suo primo cammino, non per chi ha un po’ di esperienza: la segnaletica francigena è in linea con il frammentismo italico. Ogni associazione, gruppo, ente, fa partito a sé: la via più corta, anche se più pericolosa, quella sicura ma più lunga, quella che passa per il paese o per la riserva naturale, ciascuno ha una ragione diversa e legittima per marcare il proprio cammino (o per affermare la propria visione). Rispetto al 2009 i segni si sono decuplicati, almeno questo mi è parso, con il risultato che il gps è indispensabile per decidere di volta in volta la via migliore. Su questo bisognerà lavorare: sarà possibile una semplificazione?

Sicurezza: in Toscana è stato fatto un gran lavoro. Si cammina sempre sicuri, sentieri mai esposti, strade bianche manutenute, strisce pedonali in posti impensabili, passaggi al lato del guardrail, marciapiedi, insomma molto bene. Nel Lazio c’è ancora da fare. Spesso alcuni simboli mandano sulla Cassia, che è più veloce, e lì le macchine fanno il gran premio. Ci sono simboli che mandano di lì perché è la via più breve, e altri che fanno fare giri più lunghi, anche questo è da rivedere: il pellegrino vuole un giusto compromesso tra la via più breve e quella più sicura, non vuole allungare di dieci km quando ne ha già tanti nelle gambe, anche perché la fatica non gli permette di fare il turista o il botanico o l’archeologo, non ha la lucidità. Chi è allenato e ha il passo spedito può concedersi il lusso di visitare il parco, la riserva, l’anfiteatro romano, il borgo monumentale, i resti della pieve medievale. Chi non è allenato, ovvero una buona parte dei pellegrini (ed è giusto sia così, perché tutti devono potersi mettere in cammino, al di là delle proprie capacità e possibilità fisiche), non ce la fa. Per cui l’alternativa è fare una tappa più breve: un pellegrino poco allenato può fare quindici, diciotto km al giorno (e dislivelli poco rilevanti) con serenità, avere il tempo di fermarsi e dare sfogo alla sua curiosità. Ciò significa che c’è bisogno di ostelli, ospitali, pavimenti, b&b, tetti, pensioni ogni quindici km circa (in Spagna ce ne sono ormai ovunque). Esistono? Lo vediamo al prossimo punto.

Accoglienza: rispetto ad anni fa è migliorata, ma ancora non si è fatto il salto. I posti per dormire non sono molti, le tappe si fanno quasi obbligate. Ad esempio da San Quirico d’Orcia tutti vanno a Radicofani, con salita finale niente male, o da San Miniato a Gambassi Terme, un saliscendi continuo in un paesaggio eccezionale, idem Siena – Ponte d’Arbia. Alcuni, e li ho visti, non ce la fanno, quindi prendono l’autobus o fanno l’autostop, a meno che uno non abbia la tenda (quasi nessun pellegrino solitario ce l’ha). C’è bisogno di più strutture, e di una tipologia diversificata: l’ospitale cattolico ad offerta (vedi Confraternita di San Jacopo), il monastero o il convento a pagamento, la sala parrocchiale o la palestra ad offerta, l’ospitale gestito da volontari laici, ad offerta pure quello, e poi a pagamento di tutto un po’, l’ostello comunale, l’ostello privato, il B&B, la pensione, l’agriturismo, il piccolo hotel. Il Cammino di Santiago ci insegna che, nel momento del grande afflusso, tutti i posti si riempiono, a seconda delle disponibilità di ciascuno, dal nudo pavimento al resort, e non è detto che chi sceglie i posti ad offerta non dorma volentieri, potendo, anche in posti a pagamento, per riposare meglio, lavare la roba con calma, prendersi una pausa. Vale anche il contrario: c’è chi parte dormendo in hotel, con il piglio del turista comodo, e finisce sul pavimento, con il sacco a pelo e magari senza materassino, perché ha voglia di fare quell’esperienza, di cambiare. Tutti partono in un modo, si dice, e al di là di quale sia quel modo, tutti arrivano pellegrini.

Accoglienza, bis: il nodo centrale. Ciò che fa la differenza, a parte il prezzo e la distanza tra una struttura e la successiva, è la maniera in cui si fa l’accoglienza. Ci vogliono ospitalieri, non impiegati. Persone che ti aprano la porta, ti offrano dell’acqua prima di chiederti il documento per registrarti, ti ascoltino e ti parlino, ti diano consigli, cenino con te, magari. Persone che si prendano cura di te, delle tue difficoltà, del buio che nascondi nello zaino, che ti aiutino a continuare anche se sei stanco, o afflitto, o che potenzino la tua gioia se ne sei pervaso, che mettano in comune con te la loro vita. Questo fa la differenza: è ciò di cui parlano tutti coloro che hanno già fatto il Cammino di Santiago. La Francigena farà un ulteriore salto quando avrà implementato la sua rete di accoglienza e reso più caloroso il suo modo di accogliere. Ci sarà bisogno di un’altra cosa: la gente che in quelle terre vive dovrà capire il senso di un itinerario del genere. A me è capitato di sentirmi augurare “buon cammino” due o tre volte in tutto. In Spagna avviene di continuo, lì il pellegrino esiste, è riconosciuto, è visto bene, come un essere umano che porta grazia, qualcuno che cammina anche per te che vivi in un villaggio e non ti puoi muovere, uno che camminando aumenta la bellezza. Poi porta pure soldi, e fa vivere le botteghe, i bar, gli ostelli, mette in moto una microeconomia che fa sopravvivere e ripopolare territori, ma prima di tutto ciò il pellegrino è visto come un essere umano da rispettare e difendere.

Cibo e denari: si mangia benissimo, in Italia, non c’è che dire. Ma a quale prezzo? Vale il discorso fatto sopra: ci vuole scelta. Ho visto solo un paio di volte il menù del pellegrino, un altro paio di volte ho chiesto e mi hanno detto che mi avrebbero fatto uno sconto, ma nella quasi totalità dei casi il pellegrino è equiparato ad un turista qualsiasi. Ci sono quelli che hanno la possibilità di pranzare e cenare ogni giorno al ristorante, pagando una ventina, una trentina di euro a pasto, ma quanti sono? A pranzo te la puoi cavare con della frutta, ma a cena hai fame, fame nera, e vivere di focacce (buonissime), panini (idem) tutti i giorni porta all’esaurimento. Ci vogliono cucine nelle strutture in cui si dorme, e ci vogliono prezzi convenzionati nei ristoranti, pasti a otto, dieci, quindici euro. Io ho fatto un pellegrinaggio abbastanza spartano, colazione, pranzo al sacco, qualche bibita fresca nei bar, cena a base di panini o focacce o toast, tre volte soltanto mi sono concesso il lusso del ristorante, più il dormire, a offerta laddove c’era o a pagamento (in media per dormire mi hanno chiesto tra i dieci e i venti euro), e così facendo ho speso una media di trenta euro al dì. Ho dormito quattordici notti in un letto in camerata e tre notti sul pavimento. Se avessi cenato ogni sera al ristorante avrei superato di gran lunga i quaranta euro al giorno, e se avessi optato per il B&B o la pensione avrei superato i sessanta. Se avessi camminato sul Cammino di Santiago, con trenta euro avrei potuto ogni sera andare al ristorante e prendere un menù completo, primo, secondo, dolce, acqua vino caffè. Ammazzacaffè. Non si tratta di dare dei menù speciali, ma dei menù nutrienti, questo bisogna spiegare ai ristoratori: una zuppa di legumi o una pasta col sugo, una frittata o una fettina, un contorno, acqua e vino della casa, niente più. Se uno vorrà altro, pagherà di più, come è giusto che sia.

Paesaggio naturale e antropico: fantastici entrambi. Ricchezza, tanta, molta più varietà naturalistica, paesaggistica, architettonica e artistica qui di quanta ce ne sia nel Camino Francés, con dei picchi ineguagliabili. La Val d’Orcia, primato assoluto. C’è dell’asfalto, meno di anni fa, soprattutto nell’ultimo tratto, da Isola Farnese in poi la via tradizionale non è per niente allettante (so che c’è un’alternativa per il Parco di Veio, ma non l’ho trovata, e non sono il solo). D’altronde Santiago potrebbe essere un quartiere di Roma, impossibile fare paragoni. A Roma, quando ci arrivai nel 2009, ebbi dei problemi per l’ottenimento del testimonium. Stavolta, stessa storia: quando sono arrivato, erano finiti i modelli. Io sono un pellegrino laico, per cui per me entrare a San Pietro, ricevere il testimonium, non è basilare. Però per chi crede lo è, e lo capisco. L’Opera Romana Pellegrinaggi si preoccupa dei pellegrini in pullman, aereo, treno, autobus, che spendono in una settimana il doppio di quanto ho speso io in diciassette giorni. Poi ci sono i pellegrini di serie B, quelli a piedi, almeno questa è la mia impressione. Inutile dilungarsi. Ancora Roma: c’è l’ospitale gestito dalla Confraternita di San Jacopo, e meno male, altrimenti si verrebbe inghiottiti dalla capitale, trasformati all’istante in turisti, come i compagni di Ulisse, zac, sfigurati, e non sai più chi sei. Roma è grande, maestosamente e caoticamente grande, sarebbe bello avere una zona con più strutture in cui ricreare un rione pellegrino. A Santiago ci si ritrova tutti, a Praza do Obradoiro o nelle viuzze del centro storico, si ritrovano persone incontrate giorni o settimane prima, si sta assieme, e stare assieme alla fine del viaggio è importante, rende meno brusco il ritorno (che sarà comunque duro). A Roma ritrovarsi è matematicamente impossibile. Se arrivi solo, ti senti spaesato. Roma dovrà prendere atto dell’esistenza dei pellegrini. Quelli che usano i piedi, che attraversano i campi, che fanno fatica, che non sono equiparabili ai turisti che pagano cash e si fanno portare in carrozza a piazza Navona.

In conclusione: consiglierei la Francigena? Assolutamente sì. Indistintamente: a chi ha già fatto Santiago e a chi vuole mettersi in pellegrinaggio per la prima volta. Ai primi mi sento di dire: non fate paragoni, il Cammino di Santiago è diverso, con lati positivi, alcuni dei quali elencati sopra, e altri negativi (la massificazione: quasi 300mila persone all’anno, di cui più della metà concentrate in estate, la sveglia di notte per correre e trovare un posto e così via). Ai secondi consiglio un po’ di allenamento, perché nonostante non ci siano salite e discese massacranti, ci sono molti saliscendi che fiaccano le gambe: allenatevi prima di partire. Una richiesta alle guide di gruppi grandi: per favore, non prenotate nelle strutture per pellegrini, trovate delle alternative, ce ne sono (chiedete le palestre, o portate le tende). La Francigena attraversa territori e borghi splendidi, insieme a zone urbanizzate, certo, ma anche quelle fanno parte del cammino. Può essere migliorata, molto, con l’aiuto di tutti: amministratori pubblici, volontari, titolari di bar, ristoranti, strutture ricettive, sacerdoti, suore, pellegrini, ospitalieri cattolici e ospitalieri laici, camminatori, ciclisti, gente del posto. Le divisioni fanno male e non portano alcun risultato. La magia che ha il Cammino di Santiago, di cui parlano tutti i pellegrini che l’hanno percorso, non può essere replicata a tavolino. Un’altra magia deve nascere qui, una magia francigena & italica, ci sono già tutti i presupposti, manca solo l’unione tra le persone di buona volontà. Auguro a quelle persone di continuare ad impegnarsi come stanno facendo e di aprirsi il più possibile agli altri. Io, nel mio piccolo, cercherò di farlo.

Buon cammino, buona Francigena a tutti.

***

I diari del viaggio:

Lucca, prima della partenza

Lucca – Altopascio

Altopascio – San Miniato

San Miniato – Gambassi Terme

Gambassi Terme – Colle Val d’Elsa

Colle Val d’Elsa – Abbadia Isola

Abbadia Isola – Siena

Siena – Ponte d’Arbia

Ponte d’Arbia – San Quirico d’Orcia

San Quirico d’Orcia – Radicofani

Radicofani – Centeno

Centeno – Bolsena

Bolsena – Montefiascone

Montefiascone – Viterbo

Viterbo – Sutri

Sutri – Campagnano

Campagnano – La Giustiniana

La Giustiniana – Basilica di San Pietro

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9 risposte a La #Francigena che verrà. Spunti, impressioni, auspici.

  1. Rosalia Cerutti ha detto:

    Ho letto con molto interesse il tuo articolo, ho fatto da Altopascio a Roma sulla via Francigena nel 2009 in compagnia di un’amica che era partita dal San Bernardo e anche noi abbiamo trovato varie difficoltà che descrivi molto bene. Certo i paesaggi i luoghi città attraversate hanno riempito gli occhi e il cuore e l’emozione, una volta arrivate a Monte Mario ed avere la città di Roma ai nostri piedi, è stata come un’esplosione che ancora a distanza di anni mi emoziona.

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  6. nacciluigi ha detto:

    buoni passi a daniela, massimo e michele (michele, d’inverno camminare è stupendo). luigi

  7. Michele verona ha detto:

    Caro Luigi, ho letto con molto interesse il tuo diario.
    Ho fatto un pezzo del cammino “diquipassòfrancesco”, qualche anno fa d’inverno e, sempre dopo Natale, vorrei percorrere un pezzo di Francigena. Come vedi la possibilità di farlo d’inverno? Hai qualche consiglio…grazie! Michele

  8. Molte molte grazie per questo tuo emozionante diario. Credo proprio che lo userò come base per la “mia” Francigena. Ti chiederò qualche informazione via email. Grazie ancora. Massimo

  9. Daniela ha detto:

    Grazie Luigi per le preziose indicazioni….ho deciso di partire per camminare sullo stesso tratto di Francigena che hai descritto. Partirò da sola dal mio Alto Adige e per me sarà la prima esperienza di questo tipo anche se cammino molto tra le mie montagne ma penso sarà un’esperienza molto diversa. Mi piace il tuo modo di esprimere ciò che vivi in cammino…..Daniela

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