Sssst, cammina, sulla #Francigena

Lago di Vico

Lago di Vico

E gira, gira e gira, gira
si torna ancora in primavera
e mi trova che non ho concluso niente

Ivano Fossati, E di nuovo cambio casa

Parti dall’ospitale di Viterbo per ultimo. Ci sono tanti km da fare, ma una volta che hai trovato il tuo passo, e non hai problemi fisici, sai che si può partire a qualsiasi ora. Non ti importa nulla dei puristi del cammino, degli oltranzisti, degli ideologici, di quelli che dicono che il vero pellegrino si sveglia all’alba, che di notte non cammina, che non beve, non fuma, che tratta le vesciche così, le tendiniti colì, che non fa questo e non fa quello. Che facciano come credono. L’unica certezza che hai tu è che il vero pellegrino non esiste. Esiste il pellegrino, quello che va per i campi, che ha abbandonato la casa, che non ha un nome, che sbaglia strada e dopo averla trovata la riperde. Tu sei in quella schiera di esseri umani. Se partissi a mezzogiorno, in direzione contraria rispetto a Roma, staresti comunque in quella schiera.

Vai a fare colazione al bar di ieri, quello degli scacchi. Ti metti in terrazza e scrivi. Tra il primo e il secondo latte macchiato ti passa davanti il gruppo dei piemontesi. Li saluti da lontano, ti rimetti a scrivere. È veramente duro scrivere in cammino, pensi. Hai poca lucidità, poco tempo per metabolizzare le sensazioni, pochissimo tempo per tradurle in frasi sensate e nessun tempo per correggere gli errori. Oltre al fatto che, con la connessione precaria del telefono che hai, per pubblicare sul tuo blog un pezzo impieghi un’ora. Ma ti sei dato una regola e non la sgarrerai. Vai dentro per pagare e il banconiere ti dice che è già stato fatto. Domenico, l’ospitaliere, eh. Chiedi al tizio se può ringraziarlo al tuo posto, ti dice di sì. Te ne vai col solito sorriso ebete. Un estraneo che ti paga la colazione, quante volte capita nella tua vita di là, quella delle porte e delle finetre sigillate e delle sveglie che fanno tremare i palazzi e delle ore inutili passate di fronte al computer? Sulla salita verso Porta Romana incroci i 3 ragazzi vicentini, loro non fanno la variante, per cui escono dall’altra parte. Il più estroverso, quello che canta in una band e lavora a Milano, ti dice che il cammino vi rifarà incontrare. Sono giovani, i 3 vicentini, ma hanno già imparato molto.

Fuori dalle mura ti aspetta una stradina secondaria, poi una fontana alla quale ricarichi le bottiglie, un signore anziano che ti augura buona passeggiata. Per diversi km, nella salita, pensi al suo augurio. Stai passeggiando tu? No. Stai camminando? No. Tu sei in cammino. Né buona passeggiata, né buona camminata, solo buon cammino è la formula corretta. Ma valla a spiegare a quel signore, che voleva solo essere gentile. Avreste potuto parlare per ore. Saresti stato capace di spiegarglielo? Superi ville, villette, cancelli vigilati da videocamere, cani all’apparenza feroci, poi finalmente entri nel bosco. Ci sono castagni, querce, noccioli, molte felci nel sottobosco. Arrivato alla strada asfaltata, la Strada Montagna, decidi di proseguire di lì, abbandonando il bosco, perché vuoi andare al Lago di Vico, nuotare, galleggiare, farti portare dalla corrente. Cammini cantando le canzoni di Fossati, il nume tutelare che ti sei dato in questo pellegrinaggio. Non solo per quel suo modo tutto particolare di tirare le vocali come se stesse tirando dei muscoli, ma perché Fossati, soprattutto nella sua ultima stagione, ha viandanti nascosti dietro ogni accordo, parla di te, ti indica da lontano. Arrivato a San Martino al Cimino fai una sosta in uno di quei vecchi bar che ti piacciono tanto, col flipper anni ’90 e il calcio balilla, di fronte all’abbazia cistercense.

Riparti in salita sulla Strada Madonnina dei Cimini, verso il lago, e dopo 1.5 km vedi venirti incontro il gruppo dei piemontesi. Vi lasciate ogni mattina e vi reincontrate sempre. Loro hanno proseguito per il bosco ma hanno deciso poi di scendere giù a San Martino per andare a mangiare. Fatto sta che nel giro di pochi minuti viaggiate tutti compatti verso il lago, a ritmo sostenuto, sovrastati da una faggeta spettacolare. Dopo un’oretta, alla prima area picnic, chiedete a un signore quanto manchi per il prossimo bar. ‘Na chilometrata, dice. Ovviamente tu non gli credi, conosci bene l’incapacità della gente che non cammina a valutare le distanze. Infatti ne fate 3.5 fino al bar. Mangi un gelato e prendi dell’acqua frizzante, mentre i piemontesi si concedono il lusso di un pranzo vero. Li lasci al secondo e ti metti in marcia. Non hai nuotato, non hai nemmeno messo i piedi in acqua. Perché? Boh, forse i bagnanti, forse le nuvole, forse la tramontana, forse le tracce di tristezza della sera prima, ma non hai fatto il bagno. Non hai visto le piroclastiti, non hai trovato la clava di Ercole, non hai visto lo svasso maggiore, simbolo della Riserva, né, aironi, né garzette, non hai visto volteggiare i falchi, niente. Capita anche questo in cammino, di avere lo sguardo rivolto all’interno, non vedere nient’altro.

Prosegui con ritmo blando verso Ronciglione. Ormai sei nel Lazio, la differenza la senti, e non solo per la parlata, ma per la maniera in cui l’uomo disegna e cura il paesaggio. Ronciglione, ad esempio, ha un borgo suggestivo, con imponenti torri fortificate, ma ciò che la circonda no, non ti piace, stride con quella bellezza, con quel rigore. La gente è affabile, ben disposta, se chiedi un’informazione te la danno con premura, ma la stessa premura non la vedi nella costruzione del paesaggio. Perché? Perché abbiamo distrutto le nostre terre? Ci pensi uscendo da Porta Romana, imboccando l’ennesima strada asfaltata e trafficata, in cui tutti corrono, ma proprio tutti. Rischi la vita ad ogni curva, e pure sulle strisce non si fermano, il più delle volte. Beh, pensi, una volta fare pellegrinaggio era molto più rischioso, si faceva testamento prima di partite, mentre tu ora prima di partire hai solo mandato un paio di email e aggiornato il tuo stato su facebook. Per cui ssst, cammina.

Arrivi al convento delle suore a Sutri e scopri che è pieno. C’è un enorme gruppo di scout. Ma come, pensi, gli scout, quelli che servono gli altri, che arrivano in massa e fregano i pochi posti a disposizione per i pellegrini? Ssst, testa bassa, vai al Municipio, ti mettono il timbro sulla credenziale, sono cordiali i dipendenti comunali, ma di più non possono fare. Per avere a disposizione la palestra, dicono, avresti dovuto fare una richiesta giorni prima, in modo da avere l’autorizzazione del Sindaco. Pensi alla Spagna, a quante volte ti hanno aperto palestre, fatto dormire in sale consigliari, spazi di ogni tipo, senza avvertire, chiedendolo lì per lì. Come può un viandante, che vive alla giornata, prenotare? Prenotare un pavimento, per giunta? Lasci stare, torni all’entrata di Sutri, ti siedi e aspetti i piemontesi, per avvertirli. Poco dopo arrivano e decidete di andare al Duomo e chiedere al parroco ospitalità. Detto fatto, nel giro di un’ora avete una sala dove stendere i vostri materassini, una cucina, un bagno e 2 docce con acqua calda. Un lusso. Mangiate assieme e andate a dormire presto. Prima del sonno, però, l’ultima sorpresa: ti regalano la maglietta ufficiale del loro oratorio e un’agenda – visto che sei uno scrittore, dicono. Li ringrazi molto. In verità meno di quanto vorresti, ma in cammino, lo sai tu e lo sanno loro, servono poche parole e molti passi.

[Viterbo – Sutri per Monti Cimini e Lago di Vico 33 km, salita all’inizio discesa alla fine]

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