Le parole che non puoi evitare, sulla #Francigena

Sosta alle pozze di Bagnaccio

Sosta alle pozze di Bagnaccio

la voglio fare tutta questa strada
fino al punto esatto
in cui si spegne

Ivano Fossati, Lindbergh

Ti svegli di soprassalto. È la simpatica suora africana di ieri, ha bussato e aperto la porta dela tua camera. Alle 8 vengono le signore delle pulizie, ti dice. Guardi l’ora, non sono nemmeno le 7. E sia, ti alzi e fai lo zaino, in un quarto d’ora sei fuori. Colazione (doppia) nel bar di fronte al Municipio di Montefiascone, quindi esci dalle mura, aggiri l’ospedale e, dopo un breve tratto d’asfalto, ti metti sulla Cassia antica, che a tratti riemerge col suo imponente basolato. Pensi alle legioni romane, al loro incedere, i loro sandali, la loro armatura. Erano molto più pesanti di te, con calzature peggiori delle tue, eppure erano più veloci di te. Da un lato querce, dall’altro ulivi, nessuna pendenza, manca solo il tappeto rosso. Poi la strada si fa bianca, superi la ferrovia, ti viene incontro un camioncino, ti vede, rallenta, quando ti è a fianco il guidatore si affaccia dal finestrino e ti dice: scusa per la polvere che sto tirando su. Tu alzi la testa e gli sorridi, gli dici che non importa. Ti augura buon viaggio. È un ragazzo, avrà una ventina d’anni. Mi ha chiesto scusa per la polvere, non ci posso credere, pensi. Sarà che il sole dà alla testa, ma ti commuovi.

Prima di incrociare la strada provinciale scopri il nome della via che hai percorso: strada Montejugo. Ah la Jugo, pensi, la mia cara vecchia Jugo! E stai per commuoverti di nuovo. Meno male che in pochi minuti sopraggiungono i vicentini e i piemontesi con le loro risate, e fate un unico grande gruppo, l’allegria si spreca, visto che tra un paio di km arriverete a Bagnaccio, zona sorgentifera, pozze di acqua sulfurea, ovvero bagno, sosta, ozio potente. Arrivate in meno di mezz’oretta e iniziate un pellegrinaggio duro, assai duro, da vasca a vasca, calda, caldissima, tiepida, fredda. Ti metti a parlare con una coppia, anche loro hanno fatto la Francigena qualche anno fa. Ti danno qualche dritta per la cena della sera, a Viterbo. Poi prendi tutto il coraggio che hai, ti asciughi e ti rimetti in cammino sotto il sole pieno. Una strada bianca che in un’oretta ti porta alla periferia della città, entri da Porta Fiorentina e a breve sei all’Ospitale della Torretta. Qui, ad attenderti, sulla porta, come 2 guardiani, gli ospitalieri.

Sono Domenico e Andrea. Il primo gesto è quello di ogni buon ospitaliere. Ti offrono dell’acqua fresca. Ti registri, paghi, prendi il letto, ti lavi, lavi qualche vestito e torni da loro, a chiacchierare. Ti raccontano che la torre, medievale, era in stato di abbandono, ormai ridotta a piccionaia selvaggia. Sono stati loro, assieme a Maria Grazia e Luciano, cioè gli altri 2 ospitalieri volontari, a rimetterla a posto. È insomma la loro seconda casa. Parlate di accoglienza, di pellegrini indigenti, di vagabondi, di cammino di Santiago, poi Domenico, detto Domingo per le sue numerose peregrinazioni iberiche, ti disegna una mappa della tappa di domani. Consiglia la variante dei Monti Cimini, la tratteggia nel dettaglio, con cura. Ogni pellegrino ne ha una diversa, dice con orgoglio, personalizzata. Ringrazi e saluti e vai nel centro storico di Viterbo. Da turista no, ché già lo hai fatto in passato. Vai a scrivere. Ti infili in un bar, trovi una saletta silenziosa, il proprietario ci gioca a scacchi con un amico, prendi fuori gli appunti, ti metti al lavoro. Gli scacchisti non parlano, e questo silenzio ti fa bene.

All’ora di cena vai alla pizzeria in cui dovresti incontrare i ragazzi piemontesi e quelli vicentini. Ma quando arrivi la trovi chiusa per ferie. Ovviamente non hai il numero di telefono di nessuno, non vi siete dati un orario, non sai se siano già passati o passeranno. In cammino è così, spesso non ci si scambia numeri e indirizzi, se non, casomai, alla fine. Ci si affida, a seconda si come la si pensi, al caso, al destino, o alla Provvidenza. Inizi a vagare, arrivi in piazza del Pelbiscito, ti fermi qualche minuto di fronte a 2 lastre commemorative: 24 maggio 1915, Soldati di terra e di mare! A voi la gloria di piantare il tricolore d’Italia…eccetera…firmato Vittorio Emanuele + 4 novembre 1918, L’esercito austro-ungarico è annientato…eccetera…firmato Armando Diaz… ti viene su dallo stomaco una botta di tristezza. Il fatto di non aver trovato gli altri, gli annunci mirabilanti, la carne da macello, la guerra che ti riporta alla trincee del tuo Carso, e l’idea, che ha iniziato a farsi strada in te, di essere quasi arrivato a Roma.

La fine di un cammino si manifesta ineluttabile in ogni viandante. Può avvenire qualche giorno prima dell’arrivo, una settimana prima, a volte anche subito, giusto qualche giorno dopo la partenza. Tu dalla fine sei attratto, c’entrano la nostalgia, il ricordo, l’inevitabile. Non sei triste perché arriverai a Roma e dovrai tornare a casa. Tornare a casa è bello, ormai l’hai imparato, e poi a casa ti aspettano persone senza le quali la casa non sarebbe la casa. È qualcosa di più complicato. Stai arrivando a Roma. Perché ci stai arrivando? Sebbene tu non voglia e non possa rispondere, non puoi fare a meno di confrontarti con quella parola. Puoi provare a scaraventarla lontano, a metri e metri dal sentiero, ma tornerà a te, strisciando o correndo o sbucando fuori dalla terra, la rilancerai a tornerà, troverà sempre uno spazio nello zaino. Quanto pesa quella parola nello zaino? Pensi a questo, vagando per Viterbo, mangiando della pizza al taglio su una panchina, osservando un padre insegnare a un figlio piccolo un gioco antico. Ti senti molto solo, questa sera. Non sapresti spiegarla, questa solitudine, alle persone che ami. Perché stai andando a Roma? Ti avvii verso l’ospitale, ti metti a letto, resti con gli occhi aperti, speri che quella parola venga ingoiata dalla notte.

[Montefiascone – Viterbo una passeggiata di più o meno 18 km]

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