In famiglia #francigena

Anda, l'oca della L'Ocanda di Centeno

Anda, l’oca della L’Ocanda di Centeno

confidare nel silenzio
e nella condizione umana

Ivano Fossati, La mia giovinezza

Abbandoni Radicofani pensando a Ghino di Tacco. Con l’andatura cauta del brigante scendi per la strada bianca che ti porterà dopo 10.5 km a Ponte a Rigo. La vista è di una bellezza difficile da raccontare: in lontananza il Monte Amiata, in vicinanza i calanchi e le pecore, in mezzo il tuo sguardo che tenta di accumulare immagini per il prossimo inverno, quando soffierà la bora scura. Arrivi a Ponte a Rigo e la prima cosa che vedi è la chiesa di Santa Elisabetta, sul cui retro 5 anni fa dormisti in un container. Ora il container non c’è più, al bar ti dicono che dovrebbe essere allestito un rifugio per pellegrini all’interno della chiesa, ma i lavori sono al rilento. Al bar c’è la connessione wi-fi, la prima dall’inizio del cammino, così approfitti per pubblicare un diario di tappa. Sull’altro lato della strada vedi alcuni pellegrini che erano con te a Radicofani, stanno facendo l’autostop. Non pensi nulla, hai superato fortunatamente la fase dell’arcigno pellegrino veterano: cadauno hace su camino.

Lasci il paesino pensando al bombardamento statunitense del ’44, nell’ambito di un’operazione anti-nazista. Ti fanno compagnia le bombe e le sirene, fino a quando ti rendi conto di avere d’innanzi 3 pellegrini. Sono milanesi, due signori cinquantenni, Andrea e Franco, e un ragazzo, Federico, figlio del secondo. Hanno cominciato a Monteriggioni e finiranno a Acquapendente. I due signori hanno fatto l’ultimo tratto del Cammino di Santiago, da Triacastela, e ti parlano di come si sono sentiti lì, della differenza che trovano con la Fracigena: qui è bellissimo, dicono, ma manca il senso di fraternità tra pellegrini. Dopo averli salutati per prendere il tuo passo ragioni proprio intorno a questo: è il tuo decimo di giorno di cammino e ancora non hai passato più di mezz’ora con qualcuno. In Spagna è diverso, pensi, lì bastano pochi passi per iniziare a camminare assieme, per ritrovarsi allo stesso tavolo a cena, per diventare amici. Qui no, ci sono coppie, gruppetti e gruppi a tenuta stagna. Perché? Forse perché sono italiani? Siamo diventati diffidenti, lo siamo sempre stati? O accade per l’esiguità degli ospitali gestiti da volontari, in cui è più facile fare amicizia? Non hai una risposta certa, ma sai che per crescere, per divenire una via amata e sognata come lo è il Cammino di Santiago, la Francigena dovrà cambiare, farsi più calda.

Superi il torrente Alvella e oplà, eccoti nel Lazio. Giri a destra e sei a Centeno, quattro case, una trattoria. Ti fermi di fronte a una casa, una targa recita: “In memoria di Galileo Galilei”. Qui Galilei dovette soggiornare dal 23 gennaio al 10 febbraio 1633 i giorni della sua contumacia e quarantena a causa dell’epidemia di peste in Toscana. Qualche metro più in là un cancello aperto, intravedi un giardino con una piscina, è un agriturismo. Una signora sbuca e grida “Ehi Piero c’è un pellegrino!” e subito arriva Piero, che ti invita ad entrare. Il giardino è un’oasi, ti siedi e prendi una bottiglia d’acqua fresca. Qualche minuto ed appaiono anche i 3 milanesi, si siedono e ordinano un tagliere di salumi e formaggi. Siete estasiati, prendete a chiacchierare di cammino, di dilatazione del tempo, di scelte, di stanze d’ufficio opprimenti, di senso della libertà e cambiamento e leggerezza. State bene, vi capite. Vanno a buttarsi all’ombra e tu vai da Piero per dirgli che hai deciso di restare. Il cammino te l’ha insegnato: appena ti viene la pelle d’oca, fermati. Piero ti accompagna alla tua stanza: una matrimoniale, con terrazza, travi a vista in castagno, silenziosa, bagno esterno ma tutto per te. Entri e ti accasci sul letto.

Quando ti svegli prendi il costume e vai in piscina. Piero dorme su una sdraio, Antonella – la sua compagna, che gestisce con lui il casale – prende il sole scambiando qualche parola con un’amica, un signore romano sulla cinquantina con moglie latinoamericana e madre anziana sotto l’ombrellone, una coppia di pellegrini che avevi incontrato a Ponte d’Arbia e che approfittano dell’ombra prima di rimettersi in marcia. Ti sembra di stare in una commedia italiana degli anni ’50, in bianco e nero, la stessa educazione, la stessa alternanza tra silenzi e conversazioni, la stessa pace. Potrebbe entrare chiunque nel giardino e senza dover pernottare potrebbe fare un tuffo, godere del fresco, riposare. Questa è, nella tua testa, la casa del viandante. Curata ma senza eccesso, con ospitalieri premurosi ma non in ansia, dove nessuno è costretto a consumare, dove nessuno ha fretta. Fidati sempre, pensi, dell’oste o del gestore o del capo che si appisola dopo pranzato, vuol dire che non gli sta scoppiando la bile, che ha fiducia nel prossimo, che non vuole il tuo denaro e il tuo tempo. L’Ocanda si chiama l’agriturismo. I pellegrini non ci si fermano perché è a soli 16 km da Radicofani. Non importa, prima o poi, pensi, capiranno. Ci sono luoghi destinati a essere case amate. Lo pensasti della casa del prete di Valpromaro, quando ci passasti la prima volta nel 2009, che ora è divenuta casa degli ospitalieri volontari italiani. L’Ocanda amerà, ricambiata, molti viandanti, in futuro.

Dopo il bagno ti metti a scrivere e a leggere. Arrivano i 3 giovani pellegrini vicentini, in qualche modo li inviti a fermarsi. Erano già quasi decisi, avevano bisogno solo di una spinta finale. Sono giovani, curiosi, determinati, ti piacciono. Arriva Piero, prendete a parlare. È uno scultore, è veronese, ha lavorato molti anni per i teatri, poi ha deciso di abbandonare il nord frenetico, ha saputo da amici di amici di amici di questo posto, lo ha preso in gestione con la compagna. Mi porta a vedere le sue opere, la biblioteca, la sala per la danza e le performance ricavata nell’ex fienile, con pianoforte, infine mi regala il suo libro, I commedianti. Il libro pesa, ma sai che lo zaino, superato un certo giorno di cammino, è tutto nella testa. Quel libro è un dono di un uomo gentile, di un ospitaliere: il tuo zaino sarà felice di accoglierlo. Giunge l’ora di cena: ci siete tu, Piero, Antonella, Giulio (il figlio di Antonella, laureato in Beni Culturali, disoccupato), Agnese (amica di Antonella), il romano con moglie e madre del pomeriggio, Nila (il cane), Anda (l’oca), e tanti gatti. Grigliata di carne, insalata, Brunello, dolci con la pasta di mandorle, crostata. Ti senti ad una festa in famiglia. Parlate di insegnamento, di giovani, di cammino, al di là di quello che dite ciò che conta è il come: per come lo dite, per come portate i toni delle vostre voci l’una verso l’altro, siete una famiglia. Quando ti chiamano per nome, il modo in cui lo fanno ti è familiare. Chiamare le persone per nome non è facile. Meno facile di quanto si pensi.

Vai a dormire felice. Il cammino dà regali ogni giorno. Per saperli riconoscere bisogna non avere tabelle di marcia. Devi essere pronto a fermarti in qualsiasi momento, ad interrompere, a deviare il percorso, ad accetterare l’idea che domani potresti non partire più. Arrivare a Roma, o Santiago, o Gerusalemme, o Venezia, o Atlantide, non importa. Ti chiedi: la tua casa è veramente aperta? Quando la gente entra si sente a proprio agio? Si sente compresa e non giudicata? Pensi e ripensi al tuo sogno: costruire una rete di case per viandanti, prima di tutto nella tua terra, e poi sempre più in là, centinaia di capanne in cui possa trovare riparo chi sta sulla strada, con sua vita nello zaino, solo. Ce la farai? Ci tenterò, pensi, e già dormi.

[Radicofani – Centeno 16 km, una passeggiata di 3 ore, in discesa e in piano, e alla fine un’oasi]

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2 risposte a In famiglia #francigena

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