Nostalghia #francigena

Bagno Vignoni

Bagno Vignoni

E tutto quello che ho da vedere
è una frontiera da attraversare con te

Ivano Fossati, La Decadenza

Il primo incontro della giornata è fausto: nel giardino del bar in cui fai colazione una tartaruga si avvicina al tuo zaino. Lo zaino è notoriamente essere sensibile, non si muove per evitarle uno spavento. Sul tavolino vicino al tuo la prima pagina de “La Repubblica” grida alla recessione. Crescita negativa, dicono. Da quant’è che lo dicono? Paghi, te ne vai, pensando a questi strillanti adoratori della crescita e del consumo, che ti vorrebbero incatenato ad una scrivania a produrre non si sa bene cosa, per fare ricco chi, per consumare poi che cosa. Tu camminando fai crescere la gioia, pensi. La tua, e di conseguenza quella delle persone con cui entri in contatto, perché non le investi con frustrazione, rancore, odio, sentimenti scuri. Tu camminando porti soldi, pochi, ma soldi, ai piccoli alimentari, alle trattorie con mobilio degli anni ’60, ai bar che ti fanno pagare il giusto un panino e non ti fanno pagare l’acqua e non conoscono gli happy hour, alle pensioni 1 stella, massimo 2, spartane ma pulite, gestite da signore anziane i cui figli sono emigrati all’estero. Tu cammini e metti in moto dei meccanismi virtuosi che le illuminate menti della politica e del giornalismo nostrano nemmeno si sognano.

Una strada bianca in salita ti conduce al castello di Vignoni, da lì scendi a Bagno Vignoni, alla sua metafisica piazza d’acqua. Osservi la vasca dal loggiato di Santa Caterina, e non puoi, veramente non puoi, non pensare a Gorchakov, ai suoi tentativi per non far spegnere la fiamma, a Domenico bruciato a Roma, alla nostalgia di casa, di una casa che non c’è più. Con Tarkovskij nella testa, e i brividi, ti allontani, superi il ponte sull’Orcia e poi naturalmente, senza deciderlo, ti ritrovi sulla Cassia. Dovresti andare verso Castiglione di’Orcia, ma hai voglia di camminare per un po’ sull’asfalto monotono, restare immerso nei tuoi pensieri, lasciare che i piedi vadano per conto loro. Passano poche macchine, la Val d’Orcia si apre a te come un palconsenico, le geometrie del suo paesaggio danno misure precise al tuo pensare. Hai nostalgia di casa? No. Hai nostalgia delle persone che ami? Sì. Vorresti averle al tuo fianco, ora, e fare della Cassia la vostra casa. Non riuscirai mai a raccontare loro – fino in fondo – come ti senti in cammino. Non ci riuscirai con le fotografie, con il diario che stai tenendo per la prima volta (faticosamente, ma ti sei dato questa regola e non vuoi sgarrare), con il libro che hai scritto. E se fossero qui con te, ora, sei sicuro che stareste dentro lo stesso cammino?

Arrivi a Gallina, ti fermi al primo bar. Ci sono dei signori anziani che stanno assieme in silenzio. Prendi da bere e scrivi, all’ombra di un pergolato. Che belli questi vecchi bar, pensi, queste vecchie macchine del caffè, questi vecchi tavolini, vecchi tavoli, vecchie vetrine, vecchi bicchieri sbeccati, questa vecchiaia buona che pervade le cose e le persone. Perché ti senti bene in posti così? Perché ti sei sempre sentito vecchio? Riparti, poco dopo abbandoni la strada, guadi il torrente Vallora, e poi via sotto il sole implacabile, incroci la strada del Banditone (già pensi a Ghino di Tacco), fai la vecchia Cassia finché non arrivi alla Cassia nuova, la attraversi e costeggi il torrente Formone, lo guadi, poi inizi a salire. Il primo tratto è duro, impestato di mosche per via delle stalle, quindi la pendenza diminuisce, ma alla fine saranno comunque almeno 6 km di fiato corto. Entri a Radicofani e c’è la calca. Stanno girando un film, ti dicono. Del regista di Benvenuti al Sud, aggiungono, con De Sica Papaleo Finocchiaro eccetera. Fai slalom tra le comparse e il vocio, arrivi all’Ospitale dei SS. Giacomo e Pietro. Una ragazza ti accoglie dicendoti, sorridente: “Siedi”. Ti piacciono le maniere decise, quando sono accompagnate dalla benevolenza.

Ritrovi il tedesco già incontrato a Gambassi, lo spagnolo e l’inglese di Ponte d’Arbia, gli olandesi di San Quirico, altre 2 coppie di italiani. C’è la lavanda dei piedi, gesto consueto per gli ospitalieri della Confraternita di San Jacopo, quindi la cena con pellegrini e (i 4, cordiali, gentili) ospitalieri volontari: pasta con le verdure, perfettamente al dente, clamoroso polpettone con piselli, macedonia. Il clima è piacevole, si sta come in famiglia, ti senti a tuo agio, si parla di Bella ciao, di cammino di Santiago, della tappa del giorno dopo, del film che sta mobilitando tutto il paese. Sarà proprio la ripetizione all’infinito di una scena con musica a tutto volume a non farti prendere sonno. Tutta quella gente in attesa di un ciak, per ore, come se fosse in attesa di un miracolo. Un paese bloccato per permettere le riprese de La scuola più bella del mondo. Dal titolo non promette bene, pensi. Ti addormenti sperando che un giorno saranno i viandanti ad essere accolti così, con la banda e i bambini conciati a festa e i bicchieri alzati.

[San Quirico d’Orcia – Radicofani 30 km e rotti, di cui gli ultimi 6 tutti in salita; Val d’Orcia spectacular]

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2 risposte a Nostalghia #francigena

  1. Pingback: La #Francigena che verrà. Spunti, impressioni, auspici. | luiginacci

  2. luiz melo sousa ha detto:

    ” Salve, straniero! Fra noi sarai accolto gentilmente; poi, saziato del pasto, racconterai di cosa hai bisogno”.

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