Come un’epidemia, sulla #Francigena

Risveglio estivo a Ponte d'Arbia

Risveglio estivo a Ponte d’Arbia


lui si guarda intorno e non c’è un’ombra
nella quale scomparire

Ivano Fossati, Terra dove andare

Parti presto, con la bruma. In un’ora sei a Buonconvento, e non te ne sei accorto. Sono così i km fatti prima che il sole si sia alzato, soprattutto prima di aver fatto colazione. Cammini senza averne piena coscienza, come guidare pensando ad altro. Si fa molta strada, la mattina presto, lo sai, ma non per questo parti sempre presto. Ti piace anche indugiare, non avere uno schema fisso. Ciò che sai è che sarai sulla strada, e sulla strada può accadere di tutto. Non pensi al fine-tappa, semmai al prossimo albero sotto il quale ti sdraierai, o al prossimo bar, la prossima fontana, il prossimo bivio in cui coltiverai i tuoi dubbi. Non puoi nemmeno preventivare la lunghezza della prossima sosta: potresti incontrar qualcuno, parlarci per un’ora, mangiarci assieme, ti potrebbe ospitare per la notte. O potresti semplicemente avere voglia di fare silenzio, di dormire in bilico su un muretto a secco. La strada ti si apre in tutte le sue vastità, se e solo se glielo permetti.

A Buonconvento fai colazione al bar di 5 anni fa, in piazza Gramsci. Hai finito di scrivere e arrivano Claudia e Giorgio, la coppia romano-sicula che hai incontrato a Abbadia Isola e poi a Ponte d’Arbia. Chiacchierate un po’, Claudia ti domanda se sei uno scrittore, visto che scrivi durante il cammino. Tu rispondi di sì, e ti viene da sorridere. Chi sei tu? Qual è la parola che più ti rappresenta? Come fare a spiegare, a chi hai di fronte, che una parola è troppo poco per descrivere non solo te, ma tutti noi? Pensi che sei un viandante e un pellegrino mentre sei in cammino, che sei uno scrittore mentre scrivi prosa, un poeta mentre scrivi versi, un pessimo cuoco mentre cucini, un compagno a volte buono a volte cattivo mentre ami, un medio nuotatore poco sprint e molta resistenza mentre vai avanti e indietro in piscina, un essere umano uguale agli altri finché sarai in vita, e così via. Il cammino passo dopo passo ti allontana inevitabilmente dall’idea che hai di te e da quella che tu pensi gli altri abbiano di te. Ma ci vogliono giorni, più giorni, per distuggere il tuo nome e la tua reputazione. Settimane, tante settimane. Ecco perché, pensi, i cammini devono essere lunghi. Devi perderti, deve scoppiarti la testa sotto il sole, devi essere disorientato, devi aver dimenticato com’è fatta la tua camera da letto. Devi aver dimenticato la tua casa.

Riparti e con questi pensieri sali verso Montalcino. Non ci arriverai, resterà alla tua destra per ore. Un miraggio. Preso da quei pensieri hai commesso un grave errore: non hai caricato le bottiglie. Così poco dopo mezzogiorno sei quasi senza acqua, nessun bar in vista, poche case nei campi, alcune abbandonate, alcune chiuse. Tira vento e si alza la polvere, hai le labbra secche, vedi da lontano San Quirico d’Orcia, è ancora lontana, dovrai scendere e risalire, dovrai prendere tanto sole in faccia. Dopo Desertino – nomen omen – abbandoni la via segnata che ti porterebbe a Torrenieri, dove troveresti l’acqua. Perché? Non lo sai, è così e basta, l’incoscienza del viandante? Il fatto è che sulla destra vedi vigne, e qualche grappolo non troppo acerbo vale più di un bar. Entri in una proprietà privata, imbocchi un tratturo, tranquillizzi un cane, trovi le vigne, assaggi l’uva, ti impiastri tutto come un ragazzino, superi un casale diroccato e sei sulla Cassia, qualche capannone, quindi un’altra strada bianca, fino a quando un’imponente roverella ti invita a visitarla. Stramazzi ai suoi piedi. Pensi: 5 minuti e riparto. Quando controlli l’ora sul telefono constati che è passata più di un’ora. Il sonno ha placato in parte la tua sete. Ti alzi e ti metti sulla salita, sotto il sole, senza pensare a niente.

Arrivi a San Quirico in preda alle visioni. Per la sete, per la stanchezza, per il sole, per il vento. Alla Collegiata ti fermi, vedi molti pellegrini, ti fiondi sulla fontana, ti registri e prendi un letto. Siete in 26, praticamente più di quanti tu abbia visto in un mese di cammino sulla Francigena nel 2009. Diventerà come il Cammino di Santiago? Le file indiane nei boschi? Pensi di sì, e pensi sia un bene che avvenga. Inutile lamentarsi, le vie sono infinite, puoi andare a camminare ovunque. Ed è bene che tutte le vie si riempiano di persone a piedi, che si moltiplichino i percorsi segnati e i posti per dormire, che la viandanza si propaghi, come un’epidemia. Fai la doccia dopo quasi 2 ore, gelida, rinvogorente. Ti vesti e vai a cena da solo, una trattoria sulla Cassia, per camionisti – le migliori. Quando torni trovi i ragazzi di Vicenza. Parlate un po’, poi sali le scale e vai a dormire. Perché sono qui da solo? Ti chiedi. È la domanda che ti fai sempre, e che sorge naturale vedendo intorno a te gruppi di amici in cammino. Dove ti porterà tutta questa solitudine? Come farai ad uscirne? Infine, il buio.

[Ponte d’Arbia – San Quirico d’Orcia 25 km, variante e miraggi inclusi]

 

 

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