Fiducia, amicizia, luna sulla #Francigena

oasi per pellegrino a Villa, tra Monteriggioni e Siena

oasi per pellegrino a Villa, tra Monteriggioni e Siena

la luce della luna
come ci rende solitari e ci tocca

Ivano Fossati, La pianta del tè

La sveglia stavolta viene puntata con l’accordo di tutti, alle 6.25, non prima (sarà perché la colazione aspetta fumante in cucina alle 6.30?). Ti alzi dalla tavola prima degli altri, finisci lo zaino, foto di rito, saluti, parti. Dopo pochi metri sei nella bruma dell’autunno. Attraversi i campi stordito, come se non ti fossi ancora svegliato. Solo dopo un paio di km realizzi di aver perso una calza che avevi messo ad asciugare sullo zaino. Provi a tornare indietro per un tratto, poi ti chiedi: ma chi me lo fa fare? Fidati. Qualcuno la raccoglierà e te la darà. Fai dietro-front e ti avvi spedito verso Monteriggioni. In piazza Roma ti fermi a bere il caffè. Ti siedi, fissi la piazza. È passato poco più di un mese dal Festival della Viandanza, eppure ti pare un secolo. Arrivare in un luogo da pellegrino, anche se quel luogo ti è caro e noto, è tutta un’altra cosa. Il cammino trasfigura tutto, cambia i nomi alle cose, e delle cose cambia le strutture, sovverte i nuclei.

Riparti, attraversi la Cassia, sali per una strada bianca, tagli a sinistra, proprietà privata, una coppia ben vestita che fa colazione sotto un portico ti guarda sbigottita, ma sei più sbigottito tu quando nel giardino trovi una scacchiera gigante. Riprendi la Francigena ufficiale e dopo pochi minuti raggiungi una delle 2 coppie di pellegrini che hanno dormito con te il giorno prima, Elisabetta, di Pordenone, e Gregory, parigino. Avrai mica perso una calza? Ti chiede Elisabetta, consegnandotela. Eh. Iniziate a camminare assieme, nell’unico modo possibile: senza promettersi nulla. Si cammina e basta, non si pensa al domani. Molto rapidamente i vostri passi si uniformano, non c’è il più lento né il più veloce. Passate Cerbaia, il Castello della Chiocciola, delle maestose querce monumentali, arrivate a Villa, dove vi attende l’ombra di un’area di sosta allestita da un signore del posto. Una fontana, dei tronchi per sedersi, un tavolo e, incredibile, uno specchio. Sì, incredibile, perché il viandante non si guarda quasi mai nello specchio. Un po’ perché nei posti in cui dorme spesso non ce ne sono o sono troppo piccoli o sono rotti o sono sporchi, un po’ perché non ha bisogno di farlo. Sei tu, quello con la pelle abbrustolita, la barba sfatta? Sei la stessa persona che è partita da casa? Quanto tempo fa? Da quale casa?

Proseguite assieme parlando di precarietà, lavori mal retribuiti, scelte da fare, consumismo, cattedrali costruite sub specie aeternitatis, semplicità, senso del cammino. I viandanti sono naturalmente portati a discutere di massimi sistemi come se stessero parlando della lista della spesa. Possono discutere di Dio o di comunismo o di malattie incurabili mentre riempiono la borraccia, o tolgono dalla custodia il sacco a pelo. Così, ragionando e allontanadosi dalla ragione, arrivate a Pian del Lago, dove una una volta c’era un lago e oggi, nel terreno bonificato, c’è un maneggio. La pianura vi fa distanziare, perché in pianura ogni passo trova la propria misura, vi ritrovate compatti poco dopo sulla strada di Montemaggio, passate San Martino, Tognazza, Il Braccio, sosta bar (in cui non vi fanno ricaricare i telefoni, forse puzzano?), via Fiorentina e siete all’Ostello della Gioventù. Elisabetta e Gregory hanno la tenda e optano per il campeggio vicino la stazione. Vi salutate augurandovi buona strada e buona fortuna. Siete già amici, anche se non vi rivedrete mai più.

Non ami gli ostelli della gioventù quando sei in pellegrinaggio. Sono pieni di adolescenti urlanti e ubriachi e dagli ormoni impazziti – come sei stato tu, d’altronde. Ma non c’è altra scelta, quindi ti fermi. E fai bene: sono cordiali, disponibili, ti danno una stanza doppia tutta per te a prezzo pellegrino (si prendono cura di te). La sera arriva presto, la notte anche, e la luna. Il centro di Siena è lontano. Stai alla finestra e ascolti le risate dei tedeschi, delle olandesi, degli americani, di tutti quei ragazzi venuti fin qua per divertirsi. Chissà se un giorno, pensi, torneranno qui da pellegrini. Chissà come e in che cosa si trasformeranno le loro risate.

[Abbadia Isola – Siena (Ostello della Gioventù, in periferia) una ventina di km, più o meno]

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