Fame, sete, #Francigena

Siesta a San Gimignano

Siesta a San Gimignano

Mio fratello che guardi il mondo
e il mondo non somiglia a te

Ivano Fossati, Mio fratello che guardi il mondo

Alle 6 suonano le sveglie. Fanno un gran chiasso, i tuoi compagni di stanza, a furia di rovistare negli zaini, schiacciare sacchetti di nylon e parlare tra di loro della tappa. Ti vuoi trattenere, però alla fine non ti trattieni: chiedi loro di non fare casino. Non aggiungi altro, tipo che lo zaino, se si vuole partire presto, potrebbe essere preparato la sera prima… non sei mica qui per fare il maestrino, per cui zitto e cerca di dormire. Non dormi, tanto vale alzarsi. Oplà, dopo un quarto d’ora sei al bar. Colazione lunga, ti concedi anche 2 yogurt, per entrare lentamente nel giorno. E poi ti piace l’odore del pane appena sfornato. A proposito: a Trieste dove sono finiti i forni? Nessuno fa più il pane. Troppo faticoso, evidentemente. La parola ‘fatica’ è bella. C’è qualcosa di buono che non sia nato dalla fatica?

Anche oggi saliscendi. Il paesaggio si fa via via più regolare, molti campi coltivati, vigneti e uliveti, aziende e case-vacanza. Ti fermi a tirar fiato, arriva il pellegrino neozelandese, si ferma anche lui. Avrà una settantina d’anni, un visibile tremore alle mani. Gli chiedi fino a dove dove andrà, lui racconta che, dopo essere arrivato a Roma, andrà a visitare gli amici sparsi in giro per l’Europa, e farà con loro altre camminate in Austria. Quando se ne va ti ringrazia della chiacchierata. Hai mai ringraziato qualcuno per una chiacchierata, un estraneo per giunta, nella vita di tutti i giorni? Poi ti chiedi: quando sarai malato avrai la forza di metterti in cammino? E se lo farai, chiederai aiuto quando ne avrai bisogno, mettendo da parte il pudore, come te l’ha chiesto lui, perché non riusciva a svitare il tappo di una bottiglia d’acqua?

Ti incammini, passi Spinai, Montecarulli, il paesaggio è fantastico, un po’ meno le macchine di olandesi, inglesi, tedeschi, austriaci, belgi che incroci e che sollevano polvere, tutti turisti attirati come mosche dal mito della Toscana, Bertolucci, Tarkovskij, Benigni, Taviani, forse un Dante e un Boccaccio abboccati in traduzione, non di sicuro Dino Campana. A Pancole c’è il Santuario di Maria Santissima della Divina Provvidenza. Entreresti, ma un cartello ti vieta perentoriamente l’ingresso: dovresti indossare abiti consoni. Perché, pensi, quelli del viandante non lo sono? Tiri dritto, e alla fine della salita ti appaiono le torri di San Gimignano. Dovresti girare a destra, ma opti per la Francigena stradale, e fai bene, perché incontri un cane. O è lui a incontrarti. Si ferma, ti osserva, poi ti fa strada, sempre tenendosi a 30 metri da te. La tua guida, pensi. Si incontra sempre una guida in cammino.

Fa parecchio caldo, boccheggi. Ti fermi in un alimentari, prendi una bottiglia di the, è gelata. Sei talmente accaldato e assetato che senza pensarci te la tracanni tutta in pochi minuti. Poi ovviamente stai male, e ti tocca tracollare un’ora su una panchina. Che stupido sono, pensi. Il fatto è che in cammino il senso della sete e della fame sono davvero “il senso della fame e della sete”. Non li provi mai nella vita di tutti i giorni, a meno che tu non sia un muratore, un contadino, un minatore. Se sei in ufficio, tu pranzi perché ti han dato la pausa pranzo, ma non hai fame. Bevi perché hai l’acqua in frigo, ma non hai sete. In cammino sete e fame sono esattamente sete e fame. Pensi alla sete e alla fame che deve avere patito tuo nonno. Gira e rigira torni sempre lì: a ciò che è esistito, che si è innervato nei corpi, dopo le macerie.

Ti tieni bene alla larga dal centro storico di San Gimignano. La ressa di cappelli e gonne e profumi e carte di credito potrebbe annientarti. Ci sei già stato anni fa, ora preferisci fare sosta in piazza Martiri di Montemaggio, toglierti il cappello, omaggiare i caduti (ci sei stato più volte sul Montemaggio, ci hai dormito nel luogo dell’eccidio, hai provato a dormirci, c’hai sempre dormito male). È scontato, però a volte i pensieri scontati sono imprescindibili: sono caduti anche per permettere a te, oggi, di camminare su quelle strade, in piena libertà. Sì, libertà, pensi, anche di abbandonare la strada maestra. Ti rimetti il cappello e la abbandoni. Non vai a destra, ma a sinistra, la vecchia strada per Poggibonsi. È una strada bianca che dopo qualche centinaio di metri si immette nella provinciale. Un po’ di asfalto, poi giri a sinistra, sali verso la fattoria di Pietrafitta, scendi, prendi un caffè nell’omonimo bar, quindi riparti, e poco dopo a sinistra ricompare un segno francigeno (uno degli innumerevoli!): prendi un sentiero che di lì a poco si restringe soffocato dalla macchia, dubiti che qualcuno ci sia passato di recente, a parte i cinghiali. Ma perché tornare indietro? Arrivi a Bibbiano con qualche graffio causato dai rovi, saluti un ragazzo impegnato a tagliare l’erba, e prendi un’ariosa strada bianca. In un’oretta sei a Colle Val d’Elsa, dove ti accoglierà l’ex seminario di San Francesco.

Christian, ragazzo rumeno (sorridente) che gestisce l’accoglienza, dice che ci sono altri due pellegrini in bicicletta. Deve essere la coppia di Gambassi, pensi. Ti dà una stanza con 4 letti e un bagno. Tutta per te. Per me? Che lusso. Il telefono prende poco: un altro lusso, pensi. Chi ha fatto almeno un cammino in vita sua, sa la gioia che si prova ad avere un letto e una doccia a fine giornata. Non desideri nulla al di fuori di quello. Questo non aver bisogno di nulla ti rasserena. Guardi lo zaino e pensi che se sparisse, rubato da un misterioso ladro di zaini, durante la notte, saresti ancora più leggero. Con questo pensiero ti consegni al sonno.

[Gambassi Terme (Chianni) – Colle Val d’Elsa 28 km, su, giù, su e giù, e alla fine su]

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