Aprire la porta è duro, duro, duro, ma non si può fare altrimenti. Sulla #Francigena, verso #Santiago, ovunque sia

Monica e Stefano, ospitalieri volontari

Monica e Stefano, ospitalieri volontari

La disciplina della terra
sono i padri e i figli
i cani che guidano le pecore
tutti quei nomi dimenticati

Ivano Fossati, La disciplina della terra

Hai dormito poco e male. Forse il pensiero dei martiri di Montemaggio, o l’essere solo in una struttura così grande. Non ti sei sentito protetto. Ti alzi, metti a posto alcuni appunti, mangi un paio di frutti che ti eri portato, fai lo zaino e vai a bere il caffè in centro. Che strada fare? Senti di avere bisogno di industrie. Sì, può sembrare inconcepibile, ma tu sei nato in periferia, andavi in bici lungo il canale navigabile, osservavi l’inceneritore come un alpinista la sua cima. Hai bisogno di vedere gente vestita male che porta a spasso il cane, o assorta sulle panchine di giardini spogli, bambini spettinati su altalene sbilenche, graffiti su muri di cemento armato, trovare bellezza laddove a prima vista, pensano i più, non ce ne sia. Così ti avvii, scortato da un nuvolone nero. Ti ferma un ragazzo, avrà la tua età, bofonchia qualcosa che non capisci. Ride, gli sorridi. Un’anziana signora che passa di lì ti racconta la sua storia: è in quelle condizioni a seguito di un incidente stradale, sono morti in 4, solo lui si è salvato. La signora se ne va, la saluti, le auguri buona giornata. Cerca di ricordartela, la risata di quel ragazzo.

Poco prima di Pianelle ricompaiono tutti i segni della Francigena: pellegrinetto giallo, nero, bandiera bianco-rossa e così via. Sono molti i simboli, troppi. Il frutto di visioni diverse: chi vuole fare il pellegrino per la strada più breve, anche se non è in sicurezza, chi invece preferisce allungare, per evitare i pericoli o per passare in siti naturalistici e turistici. Li fotografi tutti, li passerai in rassegna una volta tornato a casa. Cerchi di non fissarti troppo sulle sigle. Pensi che il cammino sia di tutti, e che tutti possano trovare spazio e tempo in cammino. Il credente, il laico, lo studioso, il turista, il vagabondo, nessuno escluso. Si parte sempre in un modo, cosa importa quale esso sia, e tutti si arriva pellegrini. Perché ci si è messi in discussione, si è persa la propria carta d’identità, si è stati costretti a farlo. È il corpo che si allunga e si contrae, e insieme al corpo si contraggono e si allungano i pensieri, i desideri, i sensi di colpa, i rimorsi, le utopie. Il cammino è di tutti. Con il tempo i segni sui pali, sui muri, sugli alberi, si sbiadiscono, un giorno spariranno. Resterà il cammino.

A Strove fai una sosta lunga. Sono gli ulivi a spingerti alla sosta. Ti riportano indietro con gli anni, all’infanzia, al sud. Poi la mente vaga e torni ai tuoi primi cammini in Spagna, cerchi di ricordare le espressioni delle facce, anche di quelle facce incrociate una sola volta, ad un bivio. Non ricordi i loro nomi, solo alcuni particolari, un neo, la postura sul sentiero, il modo di alzare i calici per brindare a fine tappa, il modo di salutarsi l’ultimo giorno. Dove siete? Siete vivi? Vi ricordate di me, amici? Non hai quasi mai cercato nessuno. Che senso ha scambiarsi i numeri di telefono, gli indirizzi? Permangono in te, pensi. Così come permangono questi ulivi.

Arrivi a Abbadia Isola. Decidi di fermarti all’Ospitale dei SS. Cirino e Giacomo. Potresti tirare fino a Monteriggioni, che è un po’ una tua seconda casa. Ma preferisci fermarti. Perché qui ti apriranno la porta degli ospitalieri, e di questo, in questo preciso momento, hai bisogno. Bussare e trovare qualcuno che ti accolga, ti faccia strada verso la camerata, ti aiuti a rammendare i calzoni, ti inviti a cenare, ti ascolti. In cammino, quando hai bisogno di qualcosa, la ottieni. Così si dice. E puntualmente accade. Bussi e ti aprono Monica e Stefano. Ti sorridono, ti timbrano la credenziale, ti fanno strada in camerata, ti indicano dove lavare la roba e metterla a stendere, ti rammendano i calzoni, ti dicono che si cenerà assieme alle 20, ti parlano e ti ascoltano. Questo volevi e questo hai ottenuto. Questa, sai, è la prima legge, inderogabile: non esiste viandante senza qualcuno che lo accolga, e viceversa. Quindi tu, Luigi, oggi esisti grazie a Monica e Stefano, e Monica e Stefano esistono grazie a te.

Arrivano altre due coppie di italiani, della tua età. Una romana e un siciliano, un francese e una pordenonese. Con loro e gli ospitalieri cenate. Monica ha preparato una pasta con legumi, delle patate speziate, un dolce a base di confettura di peperoni e vaniglia. È il primo giorno che mangi così bene, dopo panini, focaccine, frutta spiaccicata nello zaino, frutta secca. La Toscana è stupenda, ma è cara. Non ti puoi permettere di andare al ristorante ogni giorno, e anche se potessi, vorresti farlo? In Spagna tutti i ristoranti, di qualsiasi livello, hanno il menù fisso, dagli 8 euro in su, e tu puoi scegliere cosa mangiare. Una volta anche in Italia c’erano i menù per i lavoratori. Ora non ci sono quasi più, forse perché il lavoro non c’è, quasi, più. Sogni che un giorno tuo figlio possa mettersi in cammino dalla porta di casa, con il suo zaino, e trovi sentieri, strade chiuse al traffico, marciapiedi non invasi dalle macchine, locande semplici dove mangiare, tetti sotto i quali ripararsi senza accendere un mutuo. Arriverà quel giorno?

Anche tu hai fatto l’ospitaliere. Non pensi di essere un bravo ospitaliere, ma sai di essere fortunato ad avere conosciuto persone come Ana I., Ana Conde, Ferran, Angel, Sara, e altri magnifici maestri spagnoli. Persone che hanno dedicato gli ultimi vent’anni della propria vita all’accoglienza del viandante, chiunque esso sia. Ti hanno insegnato che aprire la porta è duro, duro, duro, ma non si può fare altrimenti. Se tieni chiusa la porta credi di essere al sicuro. Ma saranno le tue ombre ad inseguirti. Tenerla aperta è difficilissimo, significa che tutti possono entrare, vedere come vivi, giudicarti, possono sottrarti cose o pensieri, farti del male. Ma le tue ombre usciranno. Pensi che senza i loro insegnamenti, oggi non potresti stare qui, sulla Francigena, tu, il tuo zaino, le parole che precedono i tuoi passi, e li seguono. Ti hanno insegnato che si può stare in equilibrio sulla strada e sulla soglia, con tutte le tue contraddizioni ben visibili, tenendo ben saldo tra le mani un bicchiere d’acqua, per te e per chi verrà dopo di te.

[Colle Val d’Elsa – Abbadia Isola 13 km, tappa di defaticamento, di ricordi, di leggerezza]

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