Chiamarsi per nome, sulla #Francigena

verso Gambassi Terme

verso Gambassi Terme

La tua casa è il tuo nome
Ivano Fossati, Sono tre mesi che non piove

La partenza da San Miniato non è come le altre. Passi una ventina di minuti a chiacchierare con la coppia di pellegrini che hanno diviso con te la stanza. Sul Cammino di Santiago accade sempre, perché c’è molta gente, qui sulla Fracigena (ancora ) no. Qui ti può capitare di incontrare al massimo – esclusi i gruppi scout o parrocchiali, che sono universi a sé – 10 pellegrini al giorno, d’estate. Sul Cammino di Santiago 10 ne puoi incontrare in una mattina gelida di dicembre, quando nessuno sospetterebbe l’esistenza di esseri umani su un sentiero ghiacciato. Entrambe le situazioni hanno pro e contro, e tu sei qui per far divenire ogni contro un pro. Parlare con la coppia di pellegrini di Fano ti fa ricordare che il cammino è incontro, che senza chi percorre la via, la via non esisterebbe. Quando li saluti e inizi la salita, ti rimetti nella tua solitudine come ci si mette in un abito nuovo, ne prendi le misure, fai in modo di sentirti a tuo agio. Anche quella è una bella sensazione.

Fai colazione in bar ed hai la pessima idea di leggere il giornale. La prima pagina è sul governo battuto in Senato, insulti, svenimenti, non vai oltre. Non è disgusto, è lontananza. Hai il dubbio che il giornale sia vecchio, guardi la data, ti chiedi: ma che giorno è oggi? Non sai davvero che giorno sia. In cammino tutto è amplificato. Un giorno può durare un anno, se sei stanco, se non arriva la fine della tappa. Capita anche di fare 40 km senza accorgersene, come fosse passata un’ora appena, perché hai accanto un compagno o una compagna con il tuo ritmo e i tuoi silenzi, o perché una serie di pensieri felici, incatenati l’uno all’altro, ti spalancano la faccia, fanno entrare vento, luce, il tempo delle farfalle, il tempo dei sassi, i tempi delle sequoie e tanti altri tempi che non sai contenere.

Di fronte al tuo tavolino c’è la cappella di San Sebastiano e San Rocco, il santo che fu guarito dal cane, protettore dei pellegrini. C’è una signora che pulisce, ti invita a entrare. Si scusa, dice che è appena tornata ed è tutto in disordine, anche se secondo te tutto è in ordine (signora, eh, dovrebbe vedere casa mia, pensi), ti chiede se vuoi il timbro sulla credenziale, ti dà un opuscolo sulla cappella. Prima di andartene, ti chiede se le saluterai Roma. Certo, le dici, e sorridi. Ti è capitato altre volte, in Spagna, che le persone ti abbiano chiesto di essere ricordate a Santiago. Tu non credi, non puoi pregare per loro, ma le puoi ricordare. E per ricordarti di loro l’ultimo giorno, per far sì che non ti esca di testa, devi ogni giorno ripetere i loro nomi, dare vita a autentiche litanie.

Parti, dopo 200 m ti fermi all’ingresso della chiesa di San Paolo. C’è una suora che attacca un manifesto, ti invita a entrare. Entri, resti un minuto, sai che è tardi, la tappa è lunga, farà caldo. Ma la suora ti chiede: vista la pala d’altare? Tu rimani interedetto. Lei ti fa cenno di rientrare. Ti illustra i santi raffigurati nella pala e sulle volte del soffitto. Le chiedi come si chiama. Patrizia, ti risponde, e lei a sua volta chiede il tuo nome. Vi dite i vostri nomi con dolcezza. Quando si dicono con dolcezza i nomi, pensi, anche chi porta quel nome si fa più dolce. Patrizia è una clarissa. Ti parla dell’Immacolata Concezione, dogma voluto dai francescani, dopo un lungo contrasto con i domenicani. Ti parla della vita sobria. Dice che abbiamo bisogno di poco, ma non possiamo pensare di essere poveri come un tempo. Ci vuole una povertà ai passi coi tempi. Il fatto che tu non te ne stia in una stanza illuminata dalla candela non vuol dire che non possa ricecare una vita semplice. Ti parla del Perdono di Assisi: sarà indulgenza plenaria da mezzogiorno del 1 agosto alla mezzanotte del 2. Ti dice, prima di salutarti chiamandoti per nome, che farà una preghiera per te.

Ti incammini tutto raccolto in te. Pensi a quanto sia determinante che qualcuno ti inviti ad entrare, quando sei esitante sulla soglia, ti parli con parole esatte, dica di voler pregare per te, o semplicemente ricordarti, senza che di te sappia nulla, senza volere nulla indietro. Perché, pensi, non può andare così anche tutti i giorni? Devi imparare a benedire. A dire bene, del cibo, di chi hai di fronte e di chi è lontano, e dire bene di te, se e quando te lo meriti, scacciare la falsa umiltà. A fare un augurio sincero. Anche se non credi in un dio, non significa che tu non possa dire bene. Ricordatelo: dire bene.

A Calenzano ti fermi per il secondo caffè. C’è una sola cliente: una signora anziana, al tavolo, che non consuma niente. Si lamenta dei figli con la barista, una signora di mezza età. Porca maremma, porca maremma, ripete. Una guerra civile in Italia, viene, e ci si ammazza l’un con l’altro. Non c’è verso, non c’è verso. Sorridi e provi a mettere accanto le sue parole a quelle di sorella Patrizia. Tutto tiene, in cammino. As usual. Pensi che ci vorrebbero meno resort e più locande, meno centri benessere e più case di fango e paglia per viandanti. E più gente come Patrizia e la signora che sta in bar per fare compagnia e per farsi fare compagnia, e più bar in cui stare senza consumare niente. Paghi: bicchierone di acqua frizzante col limone e caffè macchiato 1.20 euro.

È tardi, l’una e mezza, ti mancano ancora 21 km sotto il sole. Allora metti le cuffie e aumenti il ritmo. Fossati, con quel suo modo di trascinare le vocali, ti fa da traino. Ci sono molti saliscendi, fa caldissimo, inizi a vacillare. Ad un bivio vai a destra, arrivi a San Quintino. Hai sbagliato. Devi tornare indietro, non è mai piacevole tornare indietro, ma bisogna imparare a farlo. Sono le 15.30 e ti mancano ancora 17 km. Malissimo, pensi. Però basta poco, basta alzare lo sguardo, vedere di fronte a te una roverella immensa, delle colline spettacolari, ulivi e vigne, e comparare tutto ciò con qualsiasi altra cosa che non sia questa. C’è gente che pagherebbe per poter fare 17 km in mezzo a questo paesaggio, sulle proprie gambe, in un giorno lucente d’estate. Pensi anche a tutte le volte che, in cammino, avevi paura di non farcela, e alla fine ce l’hai fatta. Ridi. Vai.

Sei assetatissimo, hai quasi finito l’acqua. Sai già quello che c’è da fare: chiedere. E non hai finito di pensarlo che ti ritrovi a Coiano. Un cartello dice ACQUA a 150 m, dietro la pieve. È un’oasi. Ringrazi chi ha installato quella fontana e chi ha messo quel cartello, perché la via procede nell’altra direzione e non l’avresti mai trovata. Avanti. Non incontri nessuno e nessun paese, a parte casoni isolati, fino a Gambassi Terme. Arrivi stanco, con la tua ombra lunga. Ti accoglie Laura, l’hospitalera. È la prima vera hospitalera che incontri. Mario è venuto a salutarti, però Laura ti dà anche da mangiare, e al telefono, quando l’hai avvisata che saresti arrivato tardi, ti ha detto che “se fa buio ti si viene a pigliare”. Ora, immaginate di essere sulla fantomatica via Maremmana, sfatti, lingua felpata, con in testa una visione grottesca: un maremmano gigante che vi insegue con il suo pelo biancomorte. Ecco, c’è Laura che verrà a combattere a mani nude con il maremmano gigante, come Don Chisciotte. Con questa visione sei arrivato alla pieve romanica di Chianni, ovvero all’ostello. Pellegrini 8, tu incluso: il giovane di San Miniato, il neozelandese, il tedesco, quindi 2 coppie nuove, di cui 1 in bicicletta. Prima di dormire viene aperta la chiesa solo per te. Ci resti qualche minuto, poi torni alla stanza, dove una decina di zanzare – ti sei messo a contarle – ti dà la buonanotte.

[San Miniato Basso – Gambassi Terme 28 km di saliscendi, esclusi i km di smarrimento]

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2 risposte a Chiamarsi per nome, sulla #Francigena

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