#Francigena: est, ovest, tutto tiene

Duomo di San Martino, Volto Santo, Lucca

Duomo di San Martino, Volto Santo, Lucca

 

difficile non è partire contro il vento

ma casomai senza un saluto

Ivano Fossati, Lindbergh

 

Fai colazione, ed è un caso, in piazza San Giusto, a Lucca. Contempli assonnato la facciata della chiesa intitolata al santo della tua città. Un suv russo parcheggiato all’ingresso. Ci entri in chiesa, anche se non credi. Ci entri sempre, nelle chiese, quando sono aperte. Perché sono luoghi silenziosi. Il silenzio pare ormai possibile solo in chiesa – e in cimitero. Non in treno, non sul sentiero, non alle fermate dell’autobus. Forse perché in chiesa e in cimitero si viene costretti a pensare immediatamente alla propria, di morte. Entri e il prete recita l’Ave Maria, la ripete più volte. Ci sono dentro, seduti, una decina di anziani. Ripetono anche loro. Come se il silenzio potesse essere seguito solo dalla parola ripetuta, ripetuta al punto da essere solo significante. Rintocco di campana, vibrazione proiettata in un altrove che non può essere pensato.

Esci, vai in piazza dell’Anfiteatro. Ti ricordi – l’avevi sepolto – che ci sei stato qualche anno fa con degli amici spagnoli, degli hospitaleros del Cammino di Santiago. Tra quelli una carissima donna, una maestra, alla cuI casa, in Spagna, eri arrivato a piedi. Lei è morta da pochi mesi, e tu ora non riesci a pensarci. Per cui ti anticipi, allarghi il passo, vai al Duomo di San Martino. L’entrata è a pagamento. Chiedi se i pellegrini pagano. Sì, ti viene risposto. Non dici nulla, saluti e te ne vai. Fuori, un cartello spiega che a entrare gratuitamente sono i residenti di Lucca e provincia. Sei felice perché non ti sei arrabbiato. Tu non sei nessuno. E non sei qui per fare stupide battaglie. Prosegui. Esci dalle Mura, inizi un percorso asfaltato di strade trafficate e laterali. Sei felice un’altra volta, perché non hai maledetto l’asfalto. Nemmeno il paesaggio industriale di Porcari ti fa arrabbiare, lo smog dei camion, l’auto che sta per investirti mentre sei sulle strisce pedonali. Sei felice perché almeno questo l’hai imparato. Il cammino è terra e cemento, faggeta secolare, prato all’inglese, discarica, strada senza marciapiede, automobilista prepotente e anziana signora che ti offre dell’acqua, e poi le sue storie, le sue fotografie, le sue assenze. Tutto tiene, nel cammino. I volti dei vivi e i volti dei morti. Se anche in te tutto tiene, allora sì, sei dentro il cammino.

Rispetto a quando hai fatto la Francigena per la prima volta, 2009, la segnaletica è molto migliorata. Ci sono simboli e cartelli di tutti i tipi, impossibile perdersi. Ringrazi chi si è adoperato per questo, a partire dai volontari. La segnaletica è importante, pensi camminando. Senti che qualcuno si sta prendendo cura di te, della tua solitudine. Poi arriva il momento in cui i troppi segni ti soffocano, come una madre troppo apprensiva, allora cambi strada. Ma sapere che tua madre è lì vicino ti rassicura, ti perdi con il sorriso. Non è una foresta vergine, è un perdersi lieve, come un andare sovrappensiero. Come fumare dopo un grosso pranzo. Uno stare a galla a pochi metri dalla riva, nel Mediterraneo di agosto.

Ti salutano in tutto 4 persone: 2 giovani lombardi a passeggio, che addirittura ti fermano per parlarti; 1 giovane netturbino con accento slavo; 1 ragazzo di colore, in bicicletta, che se ne va cantando, molto, ma molto sorridente, molto più che lieto. Per gli altri sei invisibile. E pure essere invisibile ha il suo fascino. Ti fermi sotto un portico a mangiare qualcosa, a qualche metro dalla strada provinciale, per ripararti dalla pioggia. Sei buttato a terra, nessuno ti nota. Hai tirato fuori la roba dallo zaino e l’hai sparsa a metri di distanza. Esattamente come farebbe un senzatetto, pensi. Sì, è il tuo modo di appropriarti dello spazio. Piantare la tenda. Fare una buca e metterci dentro un palo. Arrampicarsi sul palo, a lungo, con costanza, avvicinarsi al cielo, poi piantarne un altro di palo, su, poi sempre più su, e così via.

Sei solo ma non ti senti solo. Quando sei entrato nella cappelletta laterale della chiesa di San Quirico e Giulitta a Capannori, hai ripensato alla mattina. Vedi scritto: “saroconvoituttiigiornifinoallafinedelmondo”. Proprio così. Le parole strette una all’altra per confortarsi, stipate, come gli uomini sbigottiti di fronte al silenzio, bisognosi di essere protetti, di non essere lasciati alla mercé del buio. Il buio più buio in assoluto, quello della fine del mondo. Il terrore della morte accanto al terrore della fine di tutto. Ti siedi. Pensi che, se cammini, lo fai anche per non essere assogettato al terrore. Vuoi stare non con tutti, ma con alcuni, e non fino alla fine di tutto ma fino a quando sarà possibile, vuoi che questo vostro stare assieme sia libero, pieno, vuoto e pieno allo stesso tempo. Che venga dalla necessità di condividere, non dalla paura.

Altopascio è accogliente. La città avverte di avere sulle spalle la tradizione dei Cavalieri del Tau. Il Comune accoglie i pellegrini, anche qui, come alla Misericordia di Lucca, senza chiedere nulla. Chi può, offre. Siete 6: tu, i 2 francesi di ieri, 1 scozzese, 1 neozelandese, 1 tedesco. Saluti ma non hai voglia di socializzare. Sai che arriverà il momento, nei prossimi giorni. Vai in panetteria, ti fai preparare un panino, esci e cerchi una panchina. Vedi una piazza, piazza Gramsci. Sei felice di sederti lì, di mangiare lì, e sei felice di quante panchine ci siano: ne conti almeno 8. Praticamente quante se ne possono trovare nel centro della tua città, o quasi. Le panchine sono importanti. Andrebbero difese come gli alberi. Bisognerebbe fondare la Guardia Panchinale. Mangi, pensi a Gramsci. Non hai però l’acqua, e ti sta andando per traverso la mollica. Vedi un bar pizzeria di fronte a te. Caffè pizzeria Italia. Fuori solo uomini. Ti ricorda i bar di piazza Garibaldi, a Trieste, dove si ritrovano i tuoi concittadini balcanici. Quando ti avvicini, capisci che potresti essere proprio in piazza Garibaldi. C’è tanto est, dove c’è est tu gioisci.

Entri, alla tua destra una bandiera dell’Albania. L’aquila reale, la maestosa. Il barista ti chiede cosa desideri. Tu con la voce strozzata dici “acqua frizzante col limone per favore”. Bevi, ritorni a respirare. Chiedi quant’è, quello alza le sopracciglia interdetto. “L’acqua non si paga” ti dice. Tu sorridi. Lo ringrazi. Gli vorresti stringere la mano. Quell’uomo non sa di aver fatto felice un pellegrino. Non immagina che domani tu camminerai con vigore anche grazie a lui. Pensi alla signora della mattina, che ti ha fatto pagare 4 euro un latte macchiato e un cornetto (certo, ti sei seduto fuori). Poi pensi all’uomo dell’est. La donna dell’ovest e l’uomo dell’est. Est e ovest, in cammino tutto tiene.

[Lucca-Altopascio, 16-18 km su guide e siti. Tu ne rilevi 21. Dislivello inesistente]

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