Lettera al giovane scrittore (in difesa della poesia)

Slavko Mihalić

Slavko Mihalić

c’è bisogno piuttosto di carezzarsi ai polpacci farlo piano piano dolcemente
d’accudirsi le ginocchia e rimboccarsi la schiena c’è bisogno piuttosto di bocche
che sappiano che dire di lingue che sappiano come soffrire di lettere di fuoco che
sale sappiano mettere sulla coda del male di frasi tese come muscoli gonfie
Lello Voce, La rosa e la voce

Così, per ragioni difficili da far emergere, capita un giorno che tu, che hai sempre scritto, o meglio, fatto poesie, pubblichi un libro che di poesia non è. Fai poesie, le hai fatte, ne farai, perché fare poesie, con la penna, con una tastiera, con la voce, con una videocamera, con un cellulare, fa parte della tua condanna, dove condanna ha a che fare con il dolore e con la gioia. Fai poesie, e dalle poesie ti fai fare, semplicemente perché non hai scelta.

Dicevamo: capita un giorno che tu, che fai le poesie e dalle poesie ti fai fare, pubblichi un libro che di poesia non è. Ha a che fare con la poesia, ma non è poesia. Il tuo libro si intitola Alzati e cammina, è uscito poco più di 3 mesi fa, l’editore ti dice che è contento, visto che viene comprato e se ne parla in giro, come ad esempio oggi, sul “Corriere della Sera”. Il tuo libro è andato in ristampa la scorsa settimana. Dovresti essere contento, no?

Dovresti esserlo, e lo sei. Vieni letto, non era quello che volevi? C’è un “ma”. Tu vieni dalla poesia (come se dalla poesia si potesse venire), e – davvero – non sei abituato ad essere letto. La poesia in Italia non esiste più, o quasi. Non c’è sui giornali, non c’è in televisione, non c’è nelle case delle persone, ce n’è un po’ nei festival, nei pochi rimasti. Poca roba. Insomma, quando tu pubblicavi poesie, in giro non se ne parlava. Ti chiedi: perché? In fondo non hai soltanto trascritto in prosa quello che per anni ha detto in versi?

Essere comprati, essere letti, essere recensiti o essere invitati a presentare il tuo libro, è pericoloso. Solo ora te ne rendi conto. Prima, con la poesia, era impossibile che avvenisse. Sì, potevano uscire un paio di recensioni su riviste per pochi adepti, potevi essere invitato a qualche festival a leggere, e lì avresti incontrato i poeti ad ascoltarti. Ti lamentavi di essere in un circolo chiuso. Allo stesso tempo, però, era come stare in famiglia. Eri al sicuro. Potevi ricevere dei complimenti, o delle critiche, ma che fossero parole rassicuranti o feroci, quelle parole rimanevano dentro le pareti della casa. Non della casa, della stanza.

Invece essere letti da migliaia di persone è pericoloso. Significa uscire fuori dalla stanza, dalla casa, dal rione, dalla città. Significa imbatterti in estranei che ti dicono “ehi, ti ho letto!”, ricevere mail o messaggi di estranei che ti dicono “ehi, ti ho letto!”. Ti riconoscono come autore, ti danno una patente. Hai la sensazione che passare giornate a scrivere non sia vano. La sensazione che abbia un senso quella tua parte di vita, fatta di solitudine, di studio, di fatica. È pericolosissimo, sì, perché ti puoi montare la testa.

È in quel preciso momento, in cui corri il rischio di montarti la testa, che la poesia ti corre in soccorso. Basta aprire un libro di versi a caso, tra quelli della tua libreria, i versi di chiunque. Apri e ci trovi dentro tutta la solitudine, lo studio, la fatica che ci mettesti anche tu, anni fa, a scrivere versi, sapendo che non sarebbero mai usciti dalla stanza, che nessuno o quasi ti avrebbe scritto o telefonato per dirti “ehi, ti ho letto!”, che non c’avresti guadagnato una lira, che non saresti stato recensito sui giornali. Facevi poesia perché non c’era scelta. Così come ti metti in cammino perché non hai scelta.

Allora ti dai questo compito: apri un libro di versi a caso non appena si parla di te in giro. Non appena qualcuno ti invita o ti recensisce, apri un libro di versi. Leggili ad alta voce, poi fai silenzio, poi ripetili, fai silenzio, avanti così. Se vuoi scrivere un altro libro di prosa, va bene, fallo. Ma alla fine di ogni capitolo alzati dalla sedia e vai a prendere un libro di poesia a caso. Entra dentro quella solitudine. Una solitudine senza doppi fini. Una solitudine per la solitudine. Quando e se te la senti, scrivili, dei versi. Che siano tesi, come muscoli, gonfi. Che sia necessario scriverli, come la prima volta. Tutto ciò che non è necessario, non durerà.

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